Conclusioni della conferenza AI4Peace
Dal punto di vista geografico, mi pare che fossero presenti 32 nazioni diverse da quattro continenti. Non è poco, perché non possiamo permetterci di affrontare questi temi da un unico punto di vista geografico. Ma c'era tutto il mondo anche dal punto di vista delle discipline, cioè dei saperi e degli approcci. Anche questo è assolutamente decisivo: in questo tempo di iperspecializzazione, in cui gli ingegneri parlano solo con gli ingegneri, è doveroso mettere insieme saperi e conoscenze diverse, anche tra scienze umane e scienze esatte. Quindi grazie, perché abbiamo realizzato una piccola rappresentazione del mondo.
Mi sembra importante rilevare che il tema della pace, filo conduttore della nostra riflessione, è stato posto non soltanto come assenza di guerra o come gestione del conflitto, cosa che peraltro ci auguriamo con tutto il cuore, ma in senso positivo, cioè come visione del mondo. Credo che questo sia uno dei frutti veri della transizione tecnologica e digitale in atto. Meno male che è arrivata l'intelligenza artificiale, perché ci obbliga a pensare al mondo che vogliamo. Questo è il tempo in cui ci viene chiesto di reinventare il "noi". Quindi grazie per esservi occupati del futuro. E credo sia importante sottolineare che molti di voi hanno affrontato il dibattito partendo dalla specificità di questa trasformazione tecnologica. L'intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre e non può essere affrontata come le altre.
Vorrei condividere la sensazione che la ricerca scientifica e l'impatto della tecnologia degli ultimi cento anni impongano una narrazione nuova e diversa dell'uomo e della società. Forse le categorie con cui siamo cresciuti, e con cui abbiamo dato ragione del nostro vivere, non sono più sufficienti per comprendere e affrontare quello che stiamo vivendo. Lo dico per tutti noi. Tutti veniamo da tradizioni culturali, storie, modi di pensare, e le domande che ci poniamo sono quelle che ci hanno costruito. Attenzione, però: forse quello che ci sta capitando impone un discorso e un approccio realmente nuovi. Altrimenti, le categorie con cui abbiamo iniziato questo percorso rischiano di impedirci di affrontare le sfide decisive e di farci perdere, alla fine, il senso della questione. Su questo dobbiamo vigilare, a partire dal pensiero che abbiamo e da ciò che abbiamo visto.
Spesso, quando si affronta il tema della pace, si dicono cose tanto vere quanto, ahimè, rischiose. Ci mancherebbe che fossimo contrari. Tuttavia, oltre un certo punto, si rischia di cadere nella retorica, e credo che dobbiamo essere onesti su questo. Qui sono stati affrontati aspetti molto concreti, cercando di risolvere questioni e problemi specifici. Eppure sento un rischio, che secondo me si innesta in qualcosa di ancora più grande. Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale, e "tutti" vuol dire che ne parlano anche i preti. Da un lato è un buon segno. Anzi, credo che il lavoro fatto in questi ultimi dieci anni ci abbia permesso di guadagnare un punto che non era scontato. Se pensiamo ad altre trasformazioni particolarmente significative, salvo un paio di eccezioni, non siamo riusciti a imporre la questione della loro dimensione etica: c'è stata al massimo una discussione specialistica, non un vero dibattito pubblico. Oggi, se tutti invocano un'etica dell'intelligenza artificiale, se tutti invocano una riflessione politica, sociale e culturale, significa che abbiamo fatto un buon lavoro. Tante parole sono servite esattamente a guadagnare questo punto, oggi condiviso.
Proprio per questo, credo che ora ci sia chiesto il passaggio successivo. Il rischio serio è restare incastrati in una retorica sull'intelligenza artificiale. Mi viene regolarmente chiesto di fare un ragionamento su "rischi e opportunità" dell'intelligenza artificiale. Si fanno un sacco di parole. Io mi auguro invece che il nostro ritrovarci abbia attivato in ognuno di noi la ricerca di una parola nuova, di una concretezza ulteriore, perché l'intuizione che siamo riusciti a portare nel dibattito pubblico trovi una visione, un'idea, un ordinamento giuridico dell'intelligenza artificiale che diventi pratica concreta di pace.
Ricordo che quarant'anni fa, quando sono entrato in seminario, il mio rettore scrisse alla lavagna: "Qui c'è una regola: siamo realisti, vogliamo l'impossibile". Vi auguro di essere molto realisti.
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