CyberCultura

Se la memoria corre sul file

«Gli archivi del presente: dal documento tradizionale al documento digitale», a Milano, in un convegno promosso dalla Fondazione Feltrinelli, esperienze europee a confronto sulla conservazione e la valorizzazione dei materiali prodotti dai movimenti sociali
5 dicembre 2004
Sara Menafra
Fonte: Il Manifesto

«Nelle pieghe più nascoste dell'opulenza informativa si cela sempre l'indigenza informativa. Molto informare può essere molto disinformare». Doveva parlare di archivi, il convegno che si è svolto il 2 e il 3 novembre a Milano organizzato dalla Fondazione Feltrinelli (http://www.feltrinelli.it/Fondazione), ma, come ha fatto capire da subito l'introduzione di Thomas Maldonado, quando si tocca la rete la discussione non può che aprire il vaso di Pandora dei problemi del digitale. Attorno al tavolo del convegno «Gli archivi del presente. Dal documento tradizionale a quello digitale. Fonti per una storia dei movimenti sociali contemporanei» la Fondazione Feltrinelli ha avuto la capacità di riunire «archivisti» delle più diverse estrazioni e provenienze. Dall'archivio ancora tutto da organizzare di Radio Popolare a quelli efficentissimi degli istituti di ricerca tedeschi e olandesi, dalle esperienze nate all'interno del movimento no global a quelle del ministero per i Beni e le attività culturali, passando per le Teche Rai, l'Archivio audivisivo del movimento operaio e democratico e il Centro di documentazione della storia operaia e sociale di Parigi.

L'obiettivo è ambizioso. Nel corso del 2004 la Fondazione Feltrinelli ha dato vita al «Centro di documentazione e ricerca sui movimenti sociali contemporanei». E la sfida ha posto da subito un primo problema a metà strada tra il tecnico e il politico, come spiega da subito il direttore Bruno Cartosio: «I movimenti sociali attuali pongono nuovi problemi, oltre a quelli tradizionali, ben noti a noi tutti. Sono i problemi che vengono affrontati in questo convegno e che altre istituzioni hanno affrontato o stanno affrontando: la raccolta, la conservazione e la fruibilità di documenti digitali».

E' una discussione che tocca direttamente l'epistemologia della ricerca storica, intacca l'idea di autenticità «che fino a 25 anni fa ci veniva intatta dalla Diplomatica medioevale», come spiega Mariella Guercio (docente dell'università di Urbino). Che cosa si deve conservare di ciò che viaggia attraverso la rete e cosa in futuro non avrà alcun interesse? Fidarsi della labilità del digitale o affidarsi alla solidità della carta? Dal punto di vista teorico nessuno ha certezze o consigli da tirar fuori dal cappello. Tentativi di risolvere il problema in termini pratici, però, ce ne sono e spesso molto interessanti. Ad esempio il lavoro fatto da Jaap Kloosterman, direttore dell'Istituto internazionale di storia sociale olandese (Iish, http://www.iisg.nl/).

Kloosterman ha dedicato tutta la vita all'archiviazione di documenti provenienti dal movimento e da qualche anno si occupa dei materiali reperibili on line. L'archivio si chiama Occasio (http://www.iisg.nl/occasio/) ed è dedicato soprattutto a conservare newsgroups e discussioni on line all'interno dei movimenti stessi. Il progetto Occasio è diventato attivo nel '95, ma prima Kloosterman ha passato anni a studiare le reti Bbs, le antenate di internet. Il primo progetto di archiviazione, integralmente disponibile on line (http://newsarchive.occasio.net/index.html), era dedicato a registrare le discussioni nei circuiti indipendenti della ex Jugoslavia, sia nelle reti slave che in quelle europee. Fin da quel primo progetto alla ricerca ha partecipato e partecipa anche la Association for progressive comunication (Apc), una associazione di network indipendenti e oggi Apc e Iish archiviano le discusisoni di diversi «news groups» europei, con l'obiettivo di «spiegare come si evolvono i movimenti anche guardandoli dall'interno, attraverso le discussioni quotidiane» (Kloosterman).

In Italia uno dei progetti più avanzati dal punto di vista dell'archiviazione di materiali provenienti dal movimento è New global vision (http://www.ngvision.org). Nato nell'ambito della comunità digitale più vicina al movimento, quella che ha creato anche Ecn, il sito dei siti di movimento (http://www.ecn.org) e Indymedia Italia (http://italy.indymedia.org), Ngvision ha avuto l'idea semplice ed efficace di far circolare i video di movimento con la stessa tecnica con cui ciascuno di noi scarica dalla rete i film commerciali: attraverso il circuito peer to peer. «Inizialmente eravamo in grado di fornire on line video con la qualità di un vhs, forse leggermente inferiore, oggi facciamo girare anche documenti di qualità alta», spiega Vittorio, uno dei gestori del progetto. Tutto il materiale dell'archivio, tra l'altro, è coperto da una licenza «Creative commons», un contratto che a differenza del copyright dà la possibilità di utilizzare liberamente il materiale diffuso da Ngv purché non a fini commerciali, citando l'autore e mantenendo «libero» l'uso ulteriore. Sono solo alcuni dei tentativi di archiviare «movimenti» che per definizione non rimangono mai fermi. Neppure sulla carta.

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