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Una finanziaria "di guerra"

Aumentano spese militari e fondi all'industria bellica
20 novembre 2006 - Luca Kocci (redattore di Adista)

Nella Finanziaria dei tagli e dei risparmi del governo Prodi, il rischio è che aumentino di oltre 2 miliardi di euro, cioè dell'11%, le spese belliche, i fondi per le Forze armate e il finanziamento pubblico al comparto militar-industriale. Se nel 2006 la spesa totale – comprendente cioè il funzionamento ordinario delle quattro Forze armate, le missioni militari all'estero e gli armamenti – era di 18 miliardi e 862 milioni di euro (di cui 17.782 milioni dal bilancio della Difesa e 1.080 aggiunti dalla Finanziaria), per il 2007 si prevede una spesa complessiva di 21 miliardi e 144 milioni di euro (18.134 milioni dal bilancio preventivo della Difesa e 3.010 aggiunti dalla legge Finanziaria in discussione proprio in queste settimane).
A far lievitare la spesa, una serie di motivi: i costi sempre più elevati per il mantenimento delle Forze armate (da qualche anno, dopo l'abolizione della leva obbligatoria, formate solo da soldati di professione) che assorbono il 72 per cento dell'intero bilancio (nel 2002, in base ai dati forniti ad Adista dalla campagna "Sbilanciamoci!", tale voce di spesa incideva solo per il 48 per cento); le missioni militari all'estero, diventate sempre più numerose e costose; l'acquisto di nuovi armamenti; la partecipazione dell'Italia a programmi di riarmo in partnership con diversi Paesi europei (Gran Bretagna, Germania e Spagna per la costruzione del cacciambombardiere Eurofighter) ed extra-europei (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia per la progettazione e costruzione di un altro tipo di cacciabombardiere, l'F35-Lightnight II).

Generali in conflitto di... interessi
Progetti di lunghissima durata – i primi esemplari del F35-Lightnight II, se tutto va bene, dovrebbero essere consegnati nel 2012 – e di elevatissimo costo, che mettono in luce anche un singolare ‘conflitto di interessi': quello degli ex generali che fino a qualche anno fa indossavano la divisa militare ed erano ai vertici della Difesa – da dove proponevano e sostenevano i progetti di riarmo – e oggi siedono nei consigli di amministrazione delle principali industrie armiere che quelle armi producono e vendono, ovviamente anche alle Forze armate, e a quei progetti partecipano. Come l'ammiraglio Guido Venturoni, capo di Stato maggiore della Marina dal 1992 al 1993 e della Difesa dal 1994 al 1999, e ora presidente di Marconi Selenia Communications (gruppo Finmeccanica, si occupa di sistemi per le telecomunicazioni militari); il generale Mario Arpino, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica dal 1995 al 1999 e della Difesa dal 1999 al 2001, attualmente presidente della Vitrocisiet (sistemi aerospaziali, radar e telecomunicazioni); l'ammiraglio Umberto Guarnieri, capo di Stato maggiore della Marina dal 1998 al 2001, adesso presidente di Orizzonte Sistemi Navali (gruppo Finmeccanica, unità navali militari); il generale Sandro Ferracuti, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica dal 2001 al 2004, ora presidente di Ams (gruppo Finmeccanica, radar e apparati elettronici militari); l'ammiraglio Marcello De Donno, capo di Stato maggiore della Marina dal 2001 al 2004, attualmente presidente di Agusta (gruppo Finmeccanica, elicotteri); e il generale Giulio Fraticelli, capo di Stato maggiore dell'Esercito dal 2003 al 2005, adesso presidente della Oto Melara (gruppo Finmeccanica, artiglierie navali).

Più armi, meno cooperazione
Speculare all'aumento dell'11 per cento dei fondi per Forze armate, guerre e armi, è il taglio del 10 per cento dei Fondi per la cooperazione allo sviluppo. Lo prevede l'articolo 53 della Finanziaria che riduce le risorse per la cooperazione di 48 milioni di euro, portando lo stanziamento da 600 milioni, previsti nella prima bozza, a 552, una cifra inferiore a quanto stanziato dal governo Berlusconi nella Finanziaria 2006. Che però, da par suo, come denunciato dalla presidentessa del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi e confermato dall'ex vice ministro dell'Economia Giuseppe Vegas, ha sottratto dall'8 per mille destinato dai contribuenti allo Stato per attività culturali, di protezione civile e di solidarietà sociale circa 80 milioni di euro, cioè un terzo del totale, per finanziare la missione militare in Iraq.
Intanto, 53 parlamentari del centro-sinistra hanno sottoscritto un documento, promosso dal senatore di Rifondazione Comunista Francesco Martone, contro l'aumento delle spese militari e contro i tagli ai fondi per la cooperazione allo sviluppo. "Le spese militari in Italia – ha dichiarato Martone – rischiano di raggiungere livelli insostenibili, non in linea con quello che è stato il nostro impegno con elettrici ed elettori" di una politica "per la pace ed il disarmo, per la cooperazione, la solidarietà internazionale e la giustizia economica globale". Il programma dell'Unione, ricorda il documento, prevede iniziative innovative in sostegno alla riduzione delle spese militari, al rilancio della cooperazione internazionale, a politiche di disarmo e non-proliferazione, al rafforzamento dei meccanismi di controllo e monitoraggio del commercio di armi: "su questo ci siamo impegnati e continueremo a farlo – scrive ancora Martone – e proprio per questo uniamo la nostra voce per chiedere una netta inversione di tendenza nelle politiche del nostro Paese, attraverso una serie di misure che possano realmente marcare il rafforzamento di una politica estera, industriale e commerciale di pace e prevenzione dei conflitti".

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