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L'Unione sbaglia: non si fa politica estera con le forze armate

Intervista a Massimo Paolicelli
20 novembre 2006 - Luca Kocci (redattore di Adista)


"Il piagnisteo delle Forze armate da un lato e della lobby delle industrie armiere dall'altro ha funzionato anche questa volta: una Finanziaria che chiede sacrifici a tutti risparmia completamente il settore militare e industriale, che non solo non subisce tagli, come promesso nel programma dell'Unione, ma incassa una crescita dei finanziamenti pubblici dell'11 per cento". È il duro commento di Massimo Paolicelli, presidente dell'Associazione obiettori nonviolenti e ricercatore della campagna "Sbilanciamoci!" sul tema delle spese militari e nella Finanziaria del governo Prodi che aumenta sensibilmente le spese militari. Adista lo ha intervistato.

La legge Finanziaria del ministro Padoa-Schioppa prevede un cospicuo aumento delle spese militari e per gli armamenti. A cosa è dovuto questo incremento di risorse?
Ad una serie di questioni che possono essere fatte risalire tutte alla scelta, all'inizio degli anni ‘90, di avviare il cosiddetto Nuovo modello di Difesa, ossia l'esercito professionale da impiegare per la difesa degli interessi italiani anche al di fuori del territorio nazionale. Una scelta, mai discussa a fondo dal Parlamento e non preceduta da un dibattito nel Paese, che ha comportato una serie di conseguenze di cui ora paghiamo i costi.

Quali?
Tanto per cominciare, il numero dei militari fissato in 190mila unità che, ovviamente, hanno un costo fisso, visto che non si può certo smettere di pagare loro lo stipendio. Poi le missioni militari all'estero, che a partire dal 2001 si sono succedute ogni anno. E, infine, il coinvolgimento del nostro Paese nella progettazione-costruzione-acquisto di una serie di sistemi d'arma di dubbia utilità e di elevato costo.

All'Italia servono 190mila soldati professionisti?
Assolutamente no. Più che all'Italia servono agli ufficiali.

In che senso?
Si dice che i militari vengono impiegati soprattutto nelle cosiddette missioni di pace all'estero ma questo non è vero: attualmente i soldati in missione sono 9.781 che, moltiplicati per 3 per consentire il giusto ricambio delle truppe, arrivano a poco meno di 30mila militari. E gli altri 160mila che fanno? Il punto è un altro: oltre la metà delle nostre Forze armate è costituito da graduati, cioè ufficiali, marescialli e sergenti. E siccome gli ufficiali senza le truppe non avrebbero avuto molto senso, si è reso necessario aumentare a 190mila il numero complessivo dei militari, ‘mantenendo in vita', così, ufficiali e sottoufficiali che senza truppe sarebbero dovuti andare a casa.

Un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per i sistemi d'arma?
Certamente. I governi che si sono succeduti negli ultimi 10 anni hanno deciso l'adesione ad una serie di programmi faraonici inutili ed esageratamente costosi: la portaerei "Cavour" (1,4 miliardi di euro), l'Eurofighter – il cacciabombardiere europeo, criticato perfino dalla Corte dei Conti perché troppo oneroso (121 aerei per una spesa di oltre 18 miliardi di euro) ed esageratamente lungo il progetto di acquisizione – e il Join Strike Fighter (Jsf), il consorzio a guida statunitense che dovrebbe costruire un altro tipo di bombardiere di cui l'Italia ha già ordinato 131 esemplari, per un costo di oltre 11 miliardi di dollari.

E il Parlamento li ha approvati?
Sì, ma praticamente al buio: la commissione Difesa è una sorta di ‘cenerentola' fra le commissioni parlamentari, dove solo pochi hanno la pazienza e la voglia di spulciare le carte alla ricerca di cifre e costi; in aula su questi argomenti di fatto non c'è dibattito. Si ascoltano solo i vertici militari e si approvano le loro proposte senza troppa discussione.

Salvo poi scoprire che i capi di Stato Maggiore e i generali delle Forze armate appena lasciano l'uniforme si trasferiscono nei consigli d'amministrazione delle industrie armiere…
Infatti. Aggiungo che l'adesione dell'Italia ai programmi internazionali di riarmo di cui parlavo prima sono stati sostenuti dai vertici militari che spesso collaborano con le industrie armiere profumatamente foraggiate dallo Stato per progettare e realizzare quei sistemi d'arma. Sarà un caso?

Ma perché un governo di centro-sinistra conferma o compie queste scelte?
Per due motivi. Primo perché anche a sinistra, purtroppo, c'è la convinzione che la politica estera si faccia soprattutto con gli eserciti e con le armi: cioè inviando i nostri militari nel mondo con le cosiddette missioni di pace e partecipando alle co-produzioni internazionali di nuovi e più sofisticati sistemi d'arma. E poi perché si sceglie di privilegiare un settore industriale – quello armiero – che fa profitto, dal momento che in questo momento le guerre ‘tirano'; anche se poi le ricadute occupazionali sono piuttosto basse.

Come se ne esce?
Non se ne esce se non si decide di rivedere e ridiscutere completamente tutto il nostro strumento militare, a partire dalla definizione di quali dovrebbero essere gli obiettivi della nostra politica estera. E invece su questo non c'è dibattito, anche se continuiamo a sperare che un governo di centro-sinistra decida di affrontare questo nodo.

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