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Fonte: L'Ora del Salento - 04 ottobre 2007

Il poligono militare di Torre Veneri e il deposito munizioni dell’esercito a Lecce sotto il rischio di contaminazione da uranio impoverito.
Questo il motivo del sopralluogo del 21 settembre di alcuni componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul minerale radioattivo: Lidia Menapace, presidente, i due vice Rosario Giorgio costa e Mauro Bulgarelli, i senatori Luigi Ramponi e Tiziana Valpiana.
I siti di Lecce e di Torre Veneri sono in compagnia di altri dodici luoghi pugliesi, presenti sui territori di Foggia, Gioia del Colle, San Vito dei Normanni, San Pancrazio, Brindisi e Taranto.
Le ispezioni di luoghi interni e di poligoni si sono rese necessarie negli ultimi anni, dopo numerosi casi di militari italiani di stanza in Sardegna a Perdasdefogu e Villaputzu, dove si è constatato un aumento allarmante di casi di Linfoma di Hodgkin.

I risultati dei sopralluoghi non si avranno, nella più rosea delle ipotesi, prima della fine dell’anno, ma una data importante è quella del 9 ottobre, quando la commissione ascolterà il ministro della Difesa Arturo Parisi per accertare le responsabilità dello Stato in merito al complesso caso-uranio.
Oggi si contano circa cinquecento casi di malattia e almeno cinquanta vittime in Italia, quindici e cinque in Puglia.
A partire dal ‘93, numerosi soldati italiani impiegati in Somalia prima e in Bosnia poi cominciarono ad ammalarsi e a morire di quella che veniva definita, dal ’95, “la sindrome dei Balcani”.

La precedente Commissione d’inchiesta, istituita nel 2005, che seguiva la commissione medico scientifica del 2001, presieduta dall’ematologo Franco Mandelli, ha contribuito soprattutto ad alimentare dubbi, tanto che non si sono ancora accertati il nesso causale tra l’esposizione e il contagio per tutti i casi e le responsabilità dell’Esercito italiano.
L’incubo uranio, inoltre, non si è fermato alle sole missioni nei Balcani e in Somalia, ma è stato utilizzato anche in Afghanistan e in Iraq, secondo quanto dichiarato da Falco Accame, ex ammiraglio della marina militare ed ex parlamentare, fondatore di Anavafaf (Ass. naz. assistenza vittime arruolate nelle forze armate) nell’intervista che Giulia Di Pietro pubblicò nel libro “Uranio impoverito. La verità.”

Luca Sepe, militare di Cardito (Na) deceduto nel 2005 a 27 anni per linfoma di Hodgkins, denunciò, inoltre, come in molti casi i militari stranieri indossavano particolari tute anti-radiazioni, mentre gli italiani ne erano del tutto sprovvisti.
Solo a sei anni dall’istituzione della prima commissione medico scientifica si parla degli effetti sui territori d’azione dei militari, che già nel 2001 Carla del Ponte, allora a capo del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, definiva come possibili cause di un’imputazione per crimini di guerra alla Nato.
Il primo a portare la questione dinanzi al Parlamento europeo è stato Carlo Gubitosa, tra i fondatori della rete d’informazione indipendente “Peacelink”, che così concludeva il suo dossier: “Gli abitanti del Kossovo, che abbiamo cercato di difendere dalla violenza, hanno il diritto di sapere quali sono i rischi e le possibili violenze che potrebbero subire a causa della presenza di uranio impoverito nel terreno, nelle falde acquifere o in sospensione nell'aria. Se abbandoneremo quelle persone a loro stesse, senza assumerci la responsabilità della decontaminazione e del risarcimento dei danni ambientali provocati dalla nostra azione militare, la nostra forma di governo non si dimostrerà migliore della dittatura che le bombe all'uranio volevano abbattere”.

Un proposito complicato da portare a compimento, viste le estreme difficoltà cui persino i militari italiani si vedono riconoscere gli indennizzi.
È il caso di Andrea Antonaci, martanese, deceduto a 26 anni dopo una missione a Sarajevo: la sua famiglia ha ricevuto solo 13 mila euro, una specie di “quota forfetaria” per stare tranquilla e tamponare il mancato riconoscimento dei 200mila euro per “speciale elargizione” in quanto “vittima del dovere”.
Il capitano Carlo Calcagni, 39enne di Guagnano, l’indennizzo lo ha invece ottenuto per decreto, ma non ha ancora visto un cent: misteri della burocrazia.

Entrambi i casi, insieme ad altri dieci, sono stati portati ai commissari, che hanno preso l’impegno di venire incontro alle famiglie e di ascoltare e valutare tutte le situazioni che verranno loro proposte. A questo proposito è stato fornito l’indirizzo cui tutte le famiglie e i militari potranno rivolgersi: “Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito – Palazzo dei beni spagnoli – Senato della Repubblica – Roma”.

Note:

Si ringraziano Alessandro Marescotti e Stefania Divertito.

Report dell'ispezione, dal sito de L'ImPAZiente: http://www.pazlab.net/impaziente/content/view/432/1/

Foto: http://www.pazlab.net/impaziente/component/option,com_rsgallery2/Itemid,102/catid,8/

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