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Resoconto redatto il 4 maggio 2012 da Rebecca Johnson, direttore dell'"Acronym Institute for Disarmament Diplomacy" e Vicepresidente dell'International Campaign to Ban Nuclear Weapons (ICANW).

Trattato di non proliferazione: qualcosa sta cambiando

Questo articolo descrive efficacemente il clima e le aspettative di questo evento, prima sessione di lavori che nel 2015 arriveranno alla Conferenza del Riesame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
Con la speranza che qualcosa veramente stia cambiando, e che la strada del disarmo venga sempre più percorsa a ritmo sostenuto.
4 maggio 2012 - Rebecca Johnson (Direttore dell'"Acronym Institute for Disarmament Diplomacy" e Vicepresidente dell'International Campaign to Ban Nuclear Weapons (ICANW))
Fonte: openDemocracy (http://www.opendemocracy.net)

(titolo originale: Non-Proliferation Treaty: the ground is shifting)

Dopo un avvio insolitamente tranquillo, l’assemblea di Vienna sul Trattato di Non Proliferazione (NPT) si sta facendo interessante. Tre elementi principali stanno emergendo dalle varie dichiarazioni ed eventi paralleli della prima settimana: superare le debolezze dei regimi riguardo alla conformità e alla tutela dei principi di non proliferazione (simbolizzati da riferimenti a Iran e Corea del Nord); l’importanza della Conferenza sul Medio Oriente del 2012 e la partecipazione di tutti gli stati della regione, compresi Israele e Iran, con la preoccupazione di avere ben poco tempo per i necessari preparativi; e la riformulazione del dibattito sulle armi nucleari da ‘stabilità strategica’ degli stati con arsenale nucleare, a ‘conseguenze umanitarie’ e legislazione umanitaria internazionale, come richiesto con sempre più vigore da nazioni che bandiscono il nucleare (alcune delle quali sono alleate di stati che dispongono di arsenali nucleari) e dalla società civile.

La riunione della Commissione Preparatoria del 2012 (PrepCom) ha ingranato la quarta dopo aver nominato come Presidente l’Ambasciatore australiano Peter Woolcott e aver adottato la sua agenda già dal primo giorno, lasciando molto spazio alla discussione di questioni tecniche e fondamentali nel corso delle prossime due settimane.

L’Egitto, che ha avuto un ruolo di primo piano alla Conferenza del Riesame dell’NPT del 2010, ha inaugurato il ‘dibattito generale’ a nome dei 116 Paesi membri del Movimento dei Non Allineati (NAM). Ne sono scaturite più di 50 dichiarazioni in merito alla posizione di gruppi come l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi, e prospettive nazionali sia da parte di molti Stati ‘non nucleari’ che dagli ‘Stati nucleari’ del Trattato (i ‘P5’: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina). La conferenza ha dato spazio anche ala società civile, con il Sindaco di Nagasaki, Tomohisa Taue, e un sopravvissuto alla bomba (Hibakusha) Mikiso Iwasa, che ha riferito ai delegati di come non fosse riuscito a salvare sua madre, rimasta carbonizzata dopo l’esplosione della bomba il 6 agosto 1945, e dei parenti scomparsi, come la sorellina il cui corpo non fu più ritrovato, e di come lui stesso avesse contratto la leucemia a causa delle radiazioni nucleari. Ha concluso la sua testimonianza pregando i governi di “iniziare immediatamente le negoziazioni per una convenzione sull’abolizione del nucleare per un mondo senza armi nucleari nel 2020”.

Tra le espressioni di rito a supporto dei tre pilastri dell’NPT di non proliferazione, disarmo e energia nucleare, ha destato scalpore il discorso dell’Ambasciatore svizzero Benno Laggner, mercoledì, che riportava una dichiarazione congiunta sulla “dimensione umanitaria del disarmo nucleare”, supportata da 16 governi: Austria, Cile, Costa Rica, Danimarca, Santa Sede, Egitto, Indonesia, Irlanda, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Nigeria, Norvegia, Filippine, Sud Africa e Svizzera.

La dichiarazione faceva riferimento alla Conferenza di Revisione dell’NPT del 2010, che aveva espresso “serie preoccupazioni sulle catastrofiche conseguenze umanitarie sull’uso di armi nucleari” e aveva riaffermato “la necessità per tutti gli stati e per tutti i tempi di aderire alla legislazione internazionale, ivi inclusa la legislazione umanitaria internazionale”. Proseguiva evocando descrizioni fatte dalla Croce Rossa sugli ‘orrendi effetti’ e le ‘incommensurabili sofferenze’ che provocherebbero l’uso di armi nucleari, e studi recenti secondo cui “anche un ‘modesto scontro nucleare’ – cosa intrinsecamente contraddittoria – provocherebbe… un cambiamento climatico globale con un grave impatto a lungo termine sull’ambiente e la produzione alimentare, che provocherebbe… una carestia globale per più di un miliardo di persone.” La dichiarazione sottolineava la risoluzione adottata nel novembre 2011 dai Delegati del Consiglio della Croce Rossa Internazionale e del movimento della Mezzaluna Rossa, che enfatizzava che “è difficile prevedere come un qualsiasi uso delle armi nucleari possa essere compatibile con le regole del diritto umanitario internazionale”. La dichiarazione inoltre asseriva che tutte le componenti dell’NPT, specialmente gli stati con arsenale nucleare, dovrebbero prestare maggiore attenzione al loro impegno di rispettare il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale”. Concludeva con un richiamo ai vari stati a “intensificare gli sforzi per bandire le armi nucleari per promuovere un mondo libero dalle armi nucleari”.

Vista da fuori, questa iniziativa dei 16 paesi era una modesta articolazione di ciò che la maggior parte della gente già conosce. Ma la sua importanza consiste nella diversità geografica e politica dei co-sponsor e nella loro capacità di nuova pressione strategica sugli armi con arsenale nucleare (non solo i P5, ma anche i non-NPT come India, Pakistan, Israele e Corea del Nord). I co-sponsor se la sono tenuta per sé finché non sono stati pronti per la divulgazione al pubblico. La scorsa settimana, prima che tutto ciò fosse di pubblico dominio, alcune indiscrezioni sull’iniziativa avevano già attirato delle attenzioni, specialmente da parte di diplomatici delle nazioni ‘nucleari’ che ne volevano sapere di più, consapevoli che erano al di fuori di qualcosa che si stava catalizzando tra le delegazioni dei paesi non nucleari e della società civile. Osservando e analizzando le dinamiche diplomatiche - voci di corridoio, anticipazioni ufficiose e i mormorii suscitati dalla lettura della dichiarazione – c’è qualcosa di questa iniziativa così discreta che l’ha fatta percepire da alcuni governi come un elemento che potrebbe cambiare le carte in tavola. Che a loro piaccia o no, c’è la constatazione di un cambiamento di base, e le idee portate avanti da questo gruppo di stati interregionale potrebbe divenire un importante catalizzatore per riformulare il dibattito sulle armi nucleari.

Anche prima di questa dichiarazione, rispetto alle precedenti assemblee dell’NPT ci sono state molti più riferimenti alle conseguenze umanitarie dell’uso delle armi nucleari, al diritto umanitario internazionale, alla modernizzazione degli arsenali nucleari e all’uso e alla minaccia dell’uso degli stessi. La dichiarazione della Norvegia ha reso pubblico l’intento – annunciato dal Ministro degli Esteri Jonas Gahr Støre un paio di settimane fa al Parlamento Norvegese – che la Norvegia potrebbe ospitare una conferenza nella primavera del 2013 per esaminare le conseguenze delle armi nucleari e della guerra, aperta a tutti i governi interessati e alle organizzazioni umanitarie e intergovernative, agli esperti e ai rappresentanti della società civile.  Per dirla con le parole del nuovo Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per il Disarmo, Angela Kane, “È ormai chiaro che il diritto umanitario internazionale è approdato al processo del riesame dell’NPT – ed è qui per rimanere.”

Ciononostante, il controllo delle armi tradizionali e gli approcci al disarmo rivestono ancora una parte importante del mandato dell’NPT. Tutti gli stati del P5 si sono espressi evidenziando la propria prospettiva riguardo alle loro dottrine nucleari e alle informazioni sulle loro iniziative per ridurre gli arsenali e il ruolo operativo delle loro armi nucleari, o dando garanzie agli stati non nucleari che non verranno mai usate nei loro confronti le armi nucleari. L’Ambasciatore britannico Jo Adamson, ad esempio, ha reiterato la posizione del proprio governo che giustifica la decisione di rinnovare il Programma Trident, dicendo, “Finché rimarranno dei grandi arsenali nucleari e continuerà il rischio di proliferazione… solo una gestione credibile del nucleare potrà fornire le garanzie necessarie per la nostra sicurezza nazionale.” Questa affermazione è in netto contrasto con la dichiarazione congiunta fatta dal Sud Africa per conto della Coalizione della Nuova Agenda che include Brasile, Egitto, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Svezia e Sud Africa, che sottolinea il fatto che “Finché esisteranno le armi nucleari, la possibilità del loro uso, sia accidentale o voluta, rimarrà reale. Similarmente, fintantoché alcuni stati continueranno a possederle, adducendo motivi di sicurezza, altri stati aspireranno a dotarsene. “ Una volta esaurite le dichiarazioni generali inizieranno i dibattiti a tema sul disarmo, e io fornirò una più precisa analisi delle questioni sollevate in un prossimo articolo.

Guardando ai temi più generali affrontati dalle dichiarazioni di apertura, c’è stato praticamente un accordo globale per la Conferenza del 2012 sulla Risoluzione 1995 sul Medio Oriente, e sull’importanza di un processo teso a creare una zona nel Medio Oriente priva di armi nucleari e altre armi di distruzione di massa (MEWMDFZ). Le relative discussioni sostanziali si intensificheranno nel corso della prossima settimana, e si dibatterà anche su un rapporto sulle varie consultazioni presentato dal Facilitatore della Conferenza del 2012, il Sottosegretario di Stato Finlandese per la Politica Estera e la Sicurezza, che sarà l’oggetto di una mia analisi la prossima settimana.

Rispetto al 2010, i commenti sull’energia nucleare hanno evitato in larga parte il marketing promozionale del cosiddetto “rinascimento nucleare”. Sebbene solo alcuni abbiano citato la tragedia di Fukushima, il suo impatto aleggiava sull’assemblea come una cupa nuvola scura. Ad ogni modo, la solita dinamica politica dell’NPT è tale che gli stati del NAM continuano a proclamare i loro diritti sanciti dall’Articolo IV dell’NPT sull’uso ‘pacifico’ dell’energia nucleare, mentre molti stati aderenti a gruppi politici Occidentali e ad altre alleanza tendevano a enfatizzare uno sviluppo “responsabile” che aderisse in pieno agli obblighi prescritti dall’NPT e all’adozione di un sistema di ispezioni maggiormente rafforzato, sviluppato attraverso il Protocollo Aggiuntivo degli accordi comprensivi di salvaguardia introdotti dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).

Note:

Articolo originale: http://www.opendemocracy.net/5050/rebecca-johnson/non-proliferation-treaty-ground-is-shifting
Tradotto per Peacelink da Daniele Buratti.

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