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La guerra è una macchina del debito

18 febbraio 2013 - Rossana De Simone

vignetta

"La guerra è una macchina del debito"* è un invito che Michael Hardt, professore alla Duke University e co-autore con Toni Negri di molti libri fra cui "Impero" e "Commonwealth"**, fa al movimento di protesta internazionale Occupy Wall Street.

La connessione fra guerra e debito che Hardt esorta a prendere in considerazione, è emersa anche nel discorso che il presidente Barack Obama ha pronunciato al Congresso e alla Nazione, quando ha esposto il piano per rilanciare la crescita, il “nation building a casa”. Per l'attuazione del piano, Obama ha bisogno di un accordo con i repubblicani sul tetto d'indebitamento federale, affinché non sia messo in atto il sequestro automatico alla spesa.
Uno dei temi, oltre l'uscita dall'Afghanistan entro la fine del 2013, è la riduzione dell'arsenale nucleare che permetterebbe agli USA e alla Russia di risparmiare fino a 8 miliardi di dollari. Vladimir Putin ha risposto indirettamente durante la riunione del Servizio federale di sicurezza avvenuta nel mese di febbraio, quando ha affermato che gli Usa continuano ad annoverare la Russia nel numero dei loro avversari, e stanno puntando sulla militarizzazione dello spazio cosmico e al dispiegamento delle forze nucleari. Putin ha dichiarato che in caso di tentativi di frenare l’attività d’integrazione nello spazio post-sovietico, la Russia potrà usare diversi meccanismi per esercitare pressioni, ricorrendo anche al cosiddetto soft power.

Igor Korotchenko, redattore della rivista “Nazionalnaja oborona” (Difesa nazionale), ha sostenuto che poiché la NATO ha una superiorità di oltre 4 volte nel campo delle forze convenzionali, per la Russia le armi nucleari tattiche diventano il principale strumento di neutralizzazione della superiorità occidentale. Scaramucce fra Russia e Usa si susseguono periodicamente. Un anno fa funzionari della Difesa statunitense denunciavano che bombardieri strategici nucleari russi, erano entrati nell’area di identificazione della difesa aerea americana vicino alla costa del Pacifico, e che precedentemente vi era stata una intrusione di due bombardieri TU-95 nei pressi dell’Alaska nell’ambito di esercitazioni nell’artico. Il 15 febbraio di quest'anno vi è stata un'altra incursione di due Tu-95 russi intorno all'isola di Guam nel Pacifico centrale. L'isola di Guam è la chiave di volta strategica militare degli Stati Uniti nel Pacifico centrale, in questa base gli americani schierano bombardieri strategici B-2, caccia bombardieri F-22, tre sottomarini d'attacco e il drone a lungo raggio Global Hawk.
http://rt.com/usa/news/tu-95-guam-pentagon-spending-377/

Non è detto che le divergenze fra Russia e Stati Uniti siano l’inizio di una nuova guerra fredda o di una nuova corsa agli armamenti, ma è certo che questi giochi di guerra, in cui sono coinvolti tutti i continenti, distruggono una buona parte della ricchezza del pianeta.

La guerra è una macchina del debito – Lettera ai compagni di Occupy

di MICHAEL HARDT

Per organizzarci contro la società del debito oggi dobbiamo trovare il modo per sfidare la macchina della guerra. Naturalmente, la connessione tra guerra e debito è ovvia. I costi finanziari delle guerre americane in Iraq e in Afghanistan – oltre ai costi in termini di vite e membra mutilate, e ai disastri sociali e politici creati – è enorme, la stima è tra i mille e i seimila miliardi di dollari. A ciò bisogna aggiungere le continue spese per gli impianti militari e per le operazioni di sicurezza in giro per gli Stati Uniti e per il mondo. Tutti questi soldi gonfiano il debito nazionale.

Potreste obiettare che non siamo particolarmente interessati al debito nazionale, quanto invece del debito personale e sociale. Beh, il debito di guerra si traduce direttamente in debito personale e sociale. Più il governo spende nei progetti militari e per la sicurezza, meno investe in formazione, casa e salute, così sempre più persone devono indebitarsi per soddisfare i propri bisogni vitali. Il debito di guerra, come molte altre forme del debito pubblico, funziona come un grande imbuto che inghiotte i soldi delle persone per indirizzarli nelle tasche di pochi.

La mobilitazione contro la guerra aiuterebbe anche a estendere la visione e l’azione sul debito a livello globale. Una grande virtù dell’attivismo contro il debito è il suo radicamento nelle realtà locali dove le persone vivono, ma non può essere efficace se rimane ancorato esclusivamente a questa piccola scala. Infatti, l’organizzazione contro il debito può potenzialmente creare una piattaforma espansiva in grado di collegare un ampio insieme di lotte – dalla formazione al lavoro precario, dalla casa e le cure mediche alle gerarchie razziali. Anche una simile rete, però, rischia di essere limitata alla scena nazionale. Aggiungere la guerra e il regime di sicurezza a questo quadro di lotte garantisce alle nostre azioni e analisi di collocarsi in un contesto transnazionale e globale.

E non fatevi trarre in inganno dall’idea per cui la guerra sarebbe una cosa del passato oppure la macchina bellica americana è in declino. Gli Stati Uniti sono impegnati in una “lunga guerra”, una sorta di progetto militare permanente in cui Osama Bin Laden, Al Qaeda, i talebani o Saddam Hussein servono solo temporaneamente come primi bersagli, ma vengono presto rimpiazzati da nemici maggiormente indefiniti e obiettivi più grandi. Talvolta questa guerra assume la forma di un combattimento aperto, ma spesso è condotta da droni, campagne di bombardamento, forze di pace, sorveglianza interna e internazionale, e da una miriade di altri mezzi.

La macchina da guerra americana è guidata da tre logiche fondamentali, costantemente presenti e mescolate in differenti proporzioni. La prima è la vecchia logica imperialista, più strettamente identificati con i neocon, fondata sul sogno che gli Stati Uniti, attraverso il loro potere economico, politico e militare, possano non solo sconfiggere i nemici ma anche creare un nuovo ordine politico e sociale, rimodellando le nazioni, le aree regionali e dunque l’ambiente globale.

La seconda logica, la dottrina di guerra neoliberale, meno chiassosa di quella dei cugini neocon e di rado apertamente dichiarata, definisce l’interesse nazionale innanzitutto in termini di accesso alle risorse e ai mercati, sostanzialmente dei profitti aziendali. Petrolio e minerali non sono semplicemente il bottino dei vincitori, ma il piano strategico e razionale delle azioni militari che comporta sempre calcoli sull’accesso e sulla proprietà.

Infine, parte di questo mix è anche la dottrina della guerra liberale, una logica socialdemocratica fondata sull’intervento umanitario attraverso cui l’esercito americano, spesso insieme a una forza (almeno nominalmente) multilaterale, si fa carico del compito di rovesciare dittatori, prevenire genocidi, sventare attentati terroristici e altre nobili missioni. Simili progetti di guerra imperiali per il bene dell’umanità in molti casi hanno come bersaglio regimi odiosi e gruppi repressivi, ma anche se assumessimo le intenzioni virtuose delle forze militari americane (o della Francia o degli altri poteri dominanti che agiscono separatamente o insieme) manca di capacità effettive, nonostante la superiore potenza di fuoco, per procurare benefici a coloro che sostiene di salvare – ma ci riserviamo questa discussione per un’altra occasione.

Entrambi i Clinton (Bill e Hillary) sono spesso sembrati i principali portavoce della guerra liberale, proprio come Bush e Cheney sono un mix di logiche neocon e neoliberali. In realtà, tuttavia, la guerra liberale attiva sempre logiche neoliberali e neocon, e viceversa. Le differenze sono una questione di proporzioni e di enfasi.

Ma rispondete: non è Obama diverso? Non ha fatto la campagna del 2008 per ritirare le truppe dall’Iraq, per chiudere Guantanamo e mettere fine alle torture (mentre, ovviamente, si impegnava per un’impennata in Afghanistan)? Sono esitante ad azzardare qualsiasi congettura sulle vere convinzioni dei politici – ammesso che davvero ne abbiano – e il curriculum di guerra di Obama da quando è in carica è un miscuglio di cose. Ma anche se Obama volesse rallentare la macchina bellica i suoi poteri sarebbero comunque molto limitati.

Questo è il punto. Se infatti Obama volesse agire contro la guerra e il regime securitario, allora ha bisogno del vostro aiuto. Necessita di essere forzato a farlo.

Ci sono molte ragioni per opporsi alla macchina da guerra americana, con il suo complesso di operazioni militari e di sicurezza, impianti e istituzioni. É una macchina di morte, una macchina razzista, una macchina di miseria e molto altro. É anche una macchina del debito, quindi forse insieme ad altre questioni che oggi il debito pone, il movimento può anche iniziare a erodere le fondamenta di quello che sembra uno stato di guerra permanente.

* http://www.uninomade.org/lettera-ai-compagni-di-occupy/

** http://donalforeman.com/texts/6594-commonwealth.pdf

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