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Le parti coinvolte nel confitto commettono gravi violazioni del diritto internazionale

Caporale dell'esercito britannico protesta contro la guerra in Yemen

"Presto servizio nell'esercito britannico dal 2017, ma ho giurato di proteggere e servire questo Paese non di far parte di un governo corrotto che continua ad armare e sostenere il terrorismo"
8 ottobre 2020

Ahmed Al-Babati protesting opposite Downing Street

Ha previsto che sarebbe stato fermato immediatamente e non avrebbe quindi avuto modo di spiegare ai media e alla gente il senso della sua protesta, per questo un caporale dell'esercito britannico ha prima affidato ai social un videomessaggio di quasi 6' e poi si è diretto con due grandi cartelli in Downing Street, nell'area conosciuta come Whitehall, via simbolo perché vi risiedono ufficialmente il Primo Ministro e il Ministero della Difesa a Londra.
Lì è stato raggiunto e arrestato dalla Royal Military Police. Questo è accaduto il 24 agosto 2020.

Ahmed al-Babati, caporale dei Royal Signals, ha dichiarato che non presterà servizio nell’esercito fino a quando il governo britannico non porrà fine al suo commercio di armi con l’Arabia Saudita.

Yemen

Lo Yemen versa in una profonda crisi umanitaria, l'80% della popolazione è in gravi condizioni di vita.


"Con l'organizzazione Stand For Justice (SFJ) abbiamo cercato di fare sentire la nostra voce protestando a Londra, Manchester, Liverpool e in molte altre città. Abbiamo anche provato a inviare un'e-mail ai nostri parlamentari ma chiaramente le nostre parole non significano nulla per Boris Johnson. Lo Yemen versa in una profonda crisi umanitaria, l'80% della popolazione è in gravi condizioni di vita. Tutte le parti coinvolte nel confitto in Yemen hanno commesso gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario. Ho visto abbastanza per non parlare e preferirei dormire sonni tranquilli in una cella piuttosto che rimanere in silenzio per uno stipendio. Quando nel 2017 sono entrato nell'esercito ho giurato di proteggere e servire questo Paese, non di far parte di un governo corrotto che continua ad armare e sostenere il terrorismo". 

Dall'inizio (2015) della guerra in Yemen, tra morti e feriti, le vittime sono state oltre 233.000.
Secondo un’analisi della Campaign Against the Arms Trade (CAAT), la compagnia aerospaziale britannica BAE Systems ha venduto negli ultimi cinque anni armi e servizi per un valore di 15 miliardi di sterline ( 19 miliardi di dollari ) all’Arabia Saudita. “Le prove mostrano un chiaro schema di atroci e spaventose violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di una coalizione che ha ripetutamente preso di mira raduni civili come matrimoni, funerali e mercati” ha detto Andrew Smith del CAAT, e La Royal Air Force addestra personale militare saudita in sei sedi nel Regno Unito.

Contattato per un commento, il tenente colonnello Richard Wade dall'ufficio stampa del Ministero della Difesa (MOD) non ha dato risposta e ha chiesto del tempo.

Il veterano di guerra Joe Glenton ha mostrato vicinanza a Ahmed e spera che non incorra in punizioni troppo dure.
Glenton ha prestato servizio in Afghanistan e fu messo in una prigione militare nel Regno Unito per aver criticato la guerra al terrorismo. Ha scritto il libro Soldier Box sulle sue esperienze e oggi è un giornalista.

L'Arabia Saudita riceve un consistente aiuto sotto forma di armi e denaro da parte di alcuni paesi occidentali (soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche l'Italia). A fine anno 2019 le organizzazioni che compongono la Rete disarmo hanno rilanciato il loro appello per la situazione in Yemen e per il ruolo dell’Italia nel conflitto yemenita, chiedendo al nostro Paese di spendersi con maggiore forza per la pace, promuovere un’azione di embargo sugli armamenti a livello europeo e sostenere alternative lavorative per tutte le aree italiane soggette al “ricatto” occupazionale del settore degli armamenti in particolare rifinanziando il Fondo per la Riconversione previsto dalla legge 185/90 ed attivando piani e programmi occupazionali fondati sullo sviluppo sostenibile (Agenda 2030). Diversi appelli sono stati fatti in seguito, fino a oggi, purtroppo con nessun esito positivo. 

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