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L'impatto ambientale della militarizzazione in Europa

Come 14 milioni di automobili

E' stato pubblicato uno studio pioneristico ma parziale, per via della mancanza di dati in questo ambito, e che getta un primo allarmante sguardo sul reale impatto ambientale delle attività militari. Gli autori si sono concentrati su 6 stati dell'Unione Europea, tra cui l'Italia.

Military's toxic burn pits

Commissionato dal gruppo parlamentare del Parlamento Europeo The Left, è stato pubblicato il mese scorso uno studio a cura del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) sull'impatto ambientale della militarizzazione, in particolare sulla sua impronta ecologica.

Si tratta di uno studio pioneristico ma parziale, per via della mancanza di dati in questo ambito, e che getta un primo allarmante sguardo sul reale impatto ambientale delle attività militari. Gli autori si sono concentrati su 6 stati dell'Unione Europea, tra cui l'Italia, e hanno provato a produrre delle stime in termini di emissioni di gas serra (GHG) dovute alle attività collegate al mondo militare.

Il problema principale è appunto che l'apparato militare (dalle basi ai produttori, passando attraverso tutta la catena di fornitura) non fornisce con regolarità dati relativi alle emissioni, nascondendosi spesso dietro la scusa della sicurezza nazionale. Una giustificazione ben poco credibile. D'altra parte, mentre tutto il complesso delle attività produttive è chiamato non solo a rendere conto del suo impatto ma anche a introdurre misure per la sua riduzione, appare strabiliante che il mondo militare ne sia esente.

Per questo motivo questo studio rappresenta un primo importante passo per fare luce su quale sia questo impatto e richiamare le istituzioni a intraprendere un monitoraggio più stringente e imporre misure per la sua riduzione. Misure che appaiono sempre più necessarie di fronte all'aumento delle spese militari, che la NATO vuole spingere a una media del 2% del PIL in Europa, che inevitabilmente provocheranno un parallelo aumento delle emissioni.

Metodologia

Lo studio parte dall'attuale contesto legislativo europeo che chiede a tutti gli Stati membri di produrre informazioni relativamente all'emissione di gas serra. Purtroppo il mondo militare ìn gran parte assente o esente da questa documentazione. Gli autori hanno considerato due ambiti di emissione di gas serra: le attivà militari dirette, anche esterne al territorio nazionale (come ad esempio le navi e gli aerei in missione), e quelle di supporto, come l'industria bellica e la sua catena di fornitura.

La stima, assai conservativa, è che nel corso del 2019 il settore militare europeo abbia emesso 24.8 milioni di tCO2e (tonnellate di anidride carbonica equivalente), pari all'inquinamento prodotto da 14 milioni di automobili di media dimensione.

L'Italia

Il Ministero della Difesa italiano ha pubblicato nel 2019 il cosiddetto piano SED (Strategia Energetica della Difesa), che alleghiamo affinchè non se ne perda memoria. Si tratta in realtà di un aggiornamento di documenti precedenti (pubblicati nel 2017 e nel 2012) contenente, come nelle versioni precedenti, indicazioni generali senza elementi attuativi, vagheggiando su "data collection" in un "portale energia" che ha tutti i presupposti per diventare l'ennesimo spreco di denaro pubblico in un mega-progetto informatico. Siamo di fronte a una crisi climatica senza precedenti e il Ministero delle Difesa si preoccupa di "individuare presupposti per la creazione e il perseguimento di una mentalità energy-oriented".

Lo studio del COEBS mette in evidenza come nelle 610 pagine di rapporto sui gas serra inviato dall'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) alle Nazioni Unite si siano clamorosamente dimenticati di includere le basi militari. Sono state conteggiate solo le cosiddette attività militari mobili, come se la caserme fossero senza riscaldamento... 

Impossibile, nonostante le eclatanti promesse del piano SED, trovare sul sito del Ministero della Difesa alcun dato sulle emissioni di gas serra. Relativamente più semplice è stato stimare l'impatto dell'industria bellica italiana, grazie in particolare ai dati accurati forniti da Fincantieri.

La stima finale - per il comparto miltiare italiano - è di almeno 2.1 milioni di tCO2e all'anno.

Per un più dettagliato approfondimento rimandiamo allo studio originale, allegato qui sotto, e all'articolo di Elena Camino pubblicato sul sito del Centro Studi Sereno Regis: Una crescente militarizzazione: rischi in più per la pace e anche per l’ambiente

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