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L'Uranio impoverito falcidia gli abitanti dell' Afghanistan

1 novembre 2004
Massimo Fini

Tutti i media occidentali stanno celebrando la vittoria di Hamid Karzai (il
55,3% dei suffragi) "il primo presidente democraticamente eletto nella
storia dell'Afghanistan". E da questo evento democratico politici,
politologi, analisti, esperti, sempre occidentali, traggono i migliori
auspici per il futuro del popolo afghano.

Non è di questo parere Jooma Khan. Chi è costui e come si permette? Jooma
Khan è un vecchio che vive in un villaggio della provincia di Laghman,
nell'Afghanistan nord orientale. Ha detto Jooma: "Dopo che gli americani
hanno distrutto i nostri villaggi e ucciso molti di noi, siamo rimasti senza
le nostre case e non abbiamo niente per sfamarci. In ogni caso noi avremmo
anche superato queste sofferenze e perfino le avremmo accettate, se gli
americani non ci avessero tutti condannati a morte. Quando ho visto nascere
mio nipote deforme mi sono reso conto che le mie speranze per il futuro
erano scomparse. Ciò è differente dalla disperazione provata per le barbarie
russe, anche se a quel tempo persi il mio figlio più grande, Shafiqullah.
Questa volta sento invece che noi siamo parte dell'invisibile genocidio che
l'America ci ha buttato addosso, una morte silenziosa da cui non potremo
fuggire". Quella di Jooma Khan è una delle tante testimonianze rese davanti
al Tribunale Internazionale per l'Afghanistan.

Questo tribunale, un'iniziativa di cittadini giapponesi, ha concluso in
questi giorni un'inchiesta durata due anni che riguarda le conseguenze
dell'uso dell'uranio impoverito che gli americani hanno sparso senza
risparmio negli spaventosi bombardamenti del 2001-2002 con i quali per
prendere un uomo, Osama Bin Laden, che poi non hanno preso, hanno spianato
quel paese.

L'uranio impoverito, dopo la sua esplosione, si trasforma in una polvere
estremamente fine, le cui singole particelle sono più piccole di un batterio
o di un virus. Si calcola che l'accumulo di un milionesimo di grammo di
uranio impoverito in una persona sia sufficiente ad esserle fatale
distruggendo il suo sistema immunitario (le leucemie che hanno colpito anche
una trentina dei nostri soldati che hanno operato in Kosovo) e alterando il
codice genetico. Dalle 500 alle 600 tonnellate di questo materiale micidiale
sono oggi sparse su tutto il territorio afghano. E sono nati bambini senza
occhi, senza braccia, con spaventosi tumori alla bocca, senza i genitali o
con i genitali deformi. Per cui nel luminoso futuro di questa gente c'è
certamente che fra breve potrà anch'essa, la sera, sedersi davanti alla Tv e
vedere l'"Eredità" o qualcosa di analogo, ma molti lo faranno da storpi.

Avranno però il conforto di essere diventati democratici. Per la verità si
tratta di una democrazia un po' particolare quella che abbiamo installato a
forza di bombe in Afghanistan. Se gli afghani sono andati a votare quasi in
massa non è per un improvviso entusiasmo per un sistema di cui la stragrande
maggioranza non percepisce l'utilità, essendo completamente estraneo alla
storia e alle tradizioni di quel Paese, ma perché i capi guerrieri, gli
Ismail Khan, i Dostum, i Karzai, vi hanno mandato a forza le loro tribù e i
loro clan per porre le basi del proprio potere personale nel nuovo governo
filoamericano. E se dopo le elezioni gli afghani non sono scesi nelle strade
ad esultare, come gli osservatori occidentali si aspettavano dopo una così
massiccia presenza alle urne, è perché sanno benissimo che per loro non
cambia nulla. Se non in peggio.

Gli Ismail Khan, i Dostum, i Karzai rimarranno quei taglieggiatori, quei
borsaioli, quegli stupratori, quegli assassini, che erano diventati dopo
dieci anni di guerra contro l'Unione Sovietica che avevano impoverito il
Paese e che li avevano trasformati da valenti guerrieri in tagliagole.
L'avvento dei talebani si spiega così: avevano riportato l'ordine - sia pure
un duro ordine - in un Paese che l'aveva completamente perduto. Rispetto
all'Afghanistan pre invasione sovietica - una società ben equilibrata fra
tradizione ed elementi delle modernità - i talebani rappresentavano una
forzatura ideologica. Ma erano una soluzione afghana per un problema
afghano. Non una soluzione americana per un problema o, per meglio dire,
un'isteria americana e per soddisfare evidenti interessi economici e
strategici degli Stati Uniti.

I talebani avevano vinto la partita, con i Dostum, con gli Ismail Khan, con
i Karzai, cacciandoli oltre confine, dai loro protettori iraniani o russi o
americani, con armi tradizionali, secondo le consuetudini guerriere di quel
popolo, perché erano da un punto di vista etico, maggiormente motivati e
credibili (il loro leader spirituale, il mullah Omar viveva poveramente in
una casa di sette stanze, Ismail Khan in una gigantesca villa) e si erano
conquistati la fiducia di tutto l'Afghanistan rurale - cioè di quasi tutto
l'Afghanistan - stufo dei soprusi e degli abusi di "signori della guerra"
imbastarditi. La loro vittoria era comunque reversibile, se avessero perso
questa fiducia. La democrazia all'"uranio impoverito", oltre a consegnare il
Paese alla dominazione straniera, appena mascherata dai Quisling di turno,
toglie invece agli afghani, come dice il vecchio Jooma Khan, anche la
speranza di un futuro per molte generazioni a venire.

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