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    La «Giornata mondiale dell’acqua»

    Se l’acqua diventa merce

    23 marzo 2006 - Pietro Greco

    Marocco Ieri, 22 marzo, per volontà delle Nazioni Unite si è celebrata in tutto il mondo la «Giornata mondiale dell’acqua». E sempre ieri si è chiuso in maniera interlocutoria il quarto World Water Forum che ha fatto convenire a Città del Messico per una settimana quasi diecimila persone e i rappresentanti di 130 diversi Paesi per parlare di «azioni locali e sfide globali» intorno a quella che è stato definito «il problema dell’oro blu».
    La partecipazione al forum di Città del Messico è stata davvero grande: nella capitale latino americana sono giunti uomini di Stato, tecnici e scienziati, esponenti di organizzazioni non governative, rappresentati di popolazioni locali. Ma grande lo era (lo è) anche la posta in gioco: verificare i risultati di una strategia che da dieci anni tenta di risolvere il problema dell’acqua e proporne, eventualmente, un’altra.

    La prima parte del compito è stata assolta con sufficiente chiarezza. È sulla seconda parte che si è fatto, è il caso di dirlo, un buco nell’acqua. Qual è «il problema dell’oro blu» e qual è la ormai decennale strategia che ha cercato di risolverlo? Il problema, purtroppo, è piuttosto semplice da delineare. Quasi 2 miliardi di persone non hanno accesso regolare e sufficiente (almeno 20 litri al giorno) all’acqua potabile; 3,25 miliardi di persone non hanno servizi igienici in casa. Quasi 1,5 milioni di persone muoiono ogni anno nel mondo per queste carenze.

    In realtà di problemi connessi all’acqua ce ne sono molti altri: il cambiamento del clima, la desertificazione, l’erosione delle coste, l’innalzamento del livello dei mari, l’aumento degli eventi meteorologici estremi, il fatto che il 20% delle specie viventi rischia di scomparire a causa dell'inquinamento delle acque. Ma, per amore di semplicità, concentriamoci sul più elementare bisogno umano: la sete.

    Perché tanto persone hanno sete? E perché tanto persone non trovano il modo di abbeverarsi in maniera sicura? Anche qui le risposte sono molteplici. Ma cerchiamo di stabilire i capisaldi. Di acqua potabile disponibile al mondo ce n’è in quantità sufficiente per tutti. Purtroppo è mal distribuita dalla natura. Ce n’è tantissima in Islanda e pochissima nel deserto del Sahara. Ma, soprattutto, è mal distribuita dagli uomini. Ne viene consumata tantissima in agricoltura e troppo spesso stenta a raggiungere le città e i villaggi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Gli effetti di questa cattiva distribuzione li abbiamo visti. Le cause sono tante: talvolta è complice la mancanza di infrastrutture, talaltra è complice l’arroganza delle infrastrutture (dalla grandi dighe alla sottovalutazione delle culture locali).

    È per questo che, si è pensato in passato, occorre destinare una parte degli aiuti allo sviluppo in opere idrauliche e, più in generale, nella gestione del problema acqua nei Paesi più poveri e più aridi. Ma, poi, una decina di anni fa la svolta. Da un lato si è constatato che gran parte di quei fondi non venivano spesi per risolvere i problemi idrici, ma per alimentare la fame di governanti corrotti. Dall’altra si è modificato il clima politico generale: «trades not aids» commerci non aiuti è stato il grido di battaglia di un nuovo pensiero, quello neoliberista, espresso dal Presidente degli Stati Uniti ma diventato egemone in tutto il mondo.

    Di qui la nuova strategia, supportatata dalle grandi organizzazioni finanziarie internazionali: privatizzare. Conferire all’acqua un valore economico e metterla sul mercato. Solo così - sostenevano i fautori della nuova (vecchia) strategia - si possono drenare le risorse necessarie per risolvere il problema del liquido non a caso definito «oro blu». E, in breve, l’acqua potabile disponibile ha cambiato statuto. Da diritto universale dell’uomo, è stato declassato a bisogno e poi a mera merce.
    Non era un problema teoretico. Non solo, almeno. Ma un problema molto pratico. Il controllo delle acque potabili disponibili in molti paesi è stato assunto da aziende private. Troppi Paesi, soprattutto tra quelli in via di sviluppo, sono stati costretti a fare propria la strategia dell’«acqua uguale merce» e a privatizzare la gestione dell’«oro blu». Pochissime aziende internazionali che hanno creduto troppo all’idea che l’acqua fosse una merce qualsiasi a disposizione solo di chi ha i quattrini per pagarla invece che un bene a disposizione di tutti. Tutto questo ha suscitato enormi tensioni sociali e creato molti problemi economici. In breve, come ha dichiarato un esperto della Nazioni Unite, David Boys, al New York Times: «Quelle aziende hanno perso tonnellate di quattrini e tonnellate di rispetto».

    Insomma, il fallimento: in questi ultimi due o tre lustri il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile con tutti gli effetti drammatici, e a volte tragici, è aumentato. E, nel contempo, l’acqua è diventata un ulteriore fattore di ingiustizia sociale in un mondo che non è mai stato così ricco e non è mai stato così disuguale. È anche per questo che un numero crescente di persone e un numero crescente di governi ha iniziato a chiedere in maniera sempre più forte di cambiare strategia.

    Ed è anche per questo che al quarto forum mondiale sull’acqua gli organizzatori (il privato World Water Council) ha proposto di parlare sì di sfida globale ma da cogliere mediante azioni locali: in altri termini, superare il rapporto tra stati (e tra aziende e stati) per creare rapporti tra comunità locali (e tra aziende e comunità locali). L’idea, tuttavia, può essere interpretata (e a Città del Messico è stata interpretata) in diversi modi alternativi. Perché se è vero che la nuova strategia consente soluzioni più vicine alle popolazioni assetate e alle loro culture, è anche vero che le comunità locali sono molto più deboli dei governi nella trattativa con le aziende (soprattutto con le grandi aziende).

    A Città del Messico, dunque, il vero nodo, quello dell’acqua ridotta a merce, non è stato sciolto. Ma è possibile scioglierlo? Beh, una strada è stata indicata proprio da un esponente di quelle comunità locali che sono state evocate nel forum: Alejandro Encinas Rodriguez, sindaco della città ospite: «Senza un forte controllo pubblico, la privatizzazione dei sistemi di distribuzione dell’acqua non assicura necessariamente un equo e sufficiente accesso di tutti all’acqua».

    Sulla base di questa constatazione, forse, può essere costruita quella nuova strategia che al forum non è riuscita a imporsi. L’acqua è un diritto universale. Occorrono risorse perché questo diritto si concretizzi. La gestione dell’acqua può essere ottimizzata mediante una partnership tra pubblico e privato. Ma il controllo deve necessariamente essere pubblico e forte. Inoltre, poiché gli affari, anche se fortemente regolati, non bastano a trovare le risorse per distribuire l’acqua a tutti, occorre riprendere la politica degli aiuti solidali e degli accordi internazionali multilaterali. La via è difficile. Non priva di trappole e contraddizioni. Sembra persino velleitaria, nell’attuale clima politico del mondo. Ma non ha alternative.

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