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    cantieri sociali

    Gli inceneritori inceneriti

    4 gennaio 2007 - Pierluigi Sullo
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Una «commedia dell'arte», la definiscono Beppe Grillo e Maurizio Pallante in un articolo che Carta pubblicherà nel numero in uscita il 13 gennaio. E però c'è poco da ridere. Il sindaco di Torino, Chiamparino, e il giornale di Caltagirone, il Messaggero di Roma, e ancora il capogruppo della Margherita alla Regione Lazio, Mario Di Carlo, hanno in coro in questi giorni gridato forte il loro «ahi, che male». Con aggiunta di minacce: dovremo aumentare la tassa sui rifiuti, le discariche traboccheranno... Cos'è successo? Una rivoluzione, si direbbe, o un colpo di stato. All'ultimo minuto, grazie a Rifondazione e Verdi (e ai tanti movimenti cittadini), le «fonti rinnovabili assimilate» sono ridiventate anche formalmente quel che sono, ossia fonti non rinnovabili, robaccia assortita che comprende rifiuti, scarti del petrolio, ecc. E dunque gli inceneritori (graziosamente ribattezzati «termovalorizzatori») hanno perso i finanziamenti di stato grazie ai quali erano diventati «economici», ossia buoni affari per chi li costruisce e li gestisce. Tra il 1991 e il 2003 tutti noi abbiamo versato, direttamente dalla bolletta dell'energia, la colossale cifra di 30 miliardi di euro, che hanno appunto reso conveniente gli inceneritori, ostacolato la raccolta differenziata (perché se un impianto va a rifiuti, bisogna produrne di più) e avvelenato i polmoni di tutti noi. La norma che stabiliva questo finanziamento si chiama Cip6, ed è talmente scandalosa che l'Unione europea ha più volte intimato al governo italiano di smetterla. Così si è arrivati alla finanziaria di quest'anno e si è finalmente deciso di abolire i Cip6. Senonché le lobby si sono messe in azione e, come nel caso dei 13 miliardi buttati nella voragine della Tav o delle norme sulla prescrizione dei reati contabili, una manina era riuscita a stabilire che sì, i finanziamenti agli inceneritori vanno aboliti, ma non anche a quelli già autorizzati. E siccome in giro per il paese i fan dello sviluppo sporco e gli amici e parenti degli industriali dei rifiuti sono molti, si rischiava di finanziare decine di inceneritori, come quelli in progetto in provincia di Torino, quelli di Firenze, quello in costruzione a Malagrotta e annunciati in tutto il Lazio dal presidente Marrazzo, i sei o sette in progetto in Emilia, e così via. Ma questo ennesimo imbroglio non è riuscito, e i denari per le fonti rinnovabili andranno - rivoluzione o colpo di stato, dipende dai gusti - alle fonti rinnovabili.
    Questa vicenda è estremamente istruttiva. Ad esempio ci si potrebbe domandare quanto effettivamente rendano le «materie seconde» ricavate dal riciclaggio e che, nelle nostre bollette di rifiuti, non compaiono mai; o perché il centrosinistra romano-laziale, che oggi grida all'esaurimento della super-discarica di Malagrotta, sia riuscito a stabilire il record negativo della raccolta differenziata nella città di Roma (13%). Ma, soprattutto, dalla scomparsa dei Cip6 si potrebbe ricavare, volendo, una buona lezione su quel che si intende per «sviluppo». Perché l'Italia è così malmessa nella ricerca e produzione di energie rinnovabili? Perché non si fa una politica seria sul «risparmio» di rifiuti, anzitutto, e sul riuso di quel che viene riciclato (è dimostrato che si può arrivare oltre al 40%)? La ragione è probabilmente che, quando i diessini o i «margheriti» dicono «sviluppo» intendono sovvenzioni alle imprese, qualunque cosa producano, purché il Prodotto interno lordo aumenti di qualche decimale, gli industriali facciano soldi e magari assumano un po' di precari.

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