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    Imprenditori condannati, risarciti anche gli ecologisti

    Hanno inquinato la Murgia pagheranno novanta milioni

    Erano stati abbandonati i fanghi del comparto toscano delle concerie e quelli degli impianti di depurazione del Lazio. Intanto Legambiente solleva la questione a livello nazionale "Nella regione c´è una vera emergenza"
    4 dicembre 2007
    Fonte: Corriere del Mezzogiorno

    Mappa della Murgia Barese Al telefono prendevano accordi. Organizzavano il traffico dei fanghi, degli scarti di lavorazione delle fabbriche del nord. «Allora, mi hai piazzato quei rifiuti? Guarda che ne ho un altro carico da mandarti» dicevano e intanto i carabinieri annotavano. Intercettavano e davano corpo ad un´inchiesta che è approdata prima ad un processo e ora ad una sentenza. Unica e senza precedenti, almeno in Puglia. Gli imprenditori che avevano trasformato alcune campagne della provincia di Bari in una discarica permanente e pericolosa sono stati condannati ad un maxi risarcimento.

    Tommaso Faccilongo, 53 anni, barese, al quale era riconducibile la "Eco Italia Servizi Ecologici", Alberto Paggi, 53 anni, della provincia di Perugia, titolare della omonima impresa di trasporti e Pietro Colacicco, di 72 anni, vivaista di Santeramo, dovranno pagare più di novanta milioni di euro al ministero dell´Ambiente. E 20mila euro ciascuno alle associazioni ambientaliste Wwf e V.A.S. che, costituite parte civile, hanno rappresentato nel processo la Provincia di Bari, i Comuni di Bari, di Mola, di Valenzano e di Modugno. La storia, al centro del procedimento celebrato con rito abbreviato davanti al giudice Ornella Gozzo, risale al 2001.

    E´ un incendio scoppiato nell´azienda florovivaistica di Pietro Colacicco a far scattare le indagini dei carabinieri del Noe. Avviando accertamenti su un episodio apparentemente insignificante, i militari scoprono il traffico di rifiuti, delineano le rotte. Dal nord Italia alla Puglia, alla provincia di Bari soprattutto, gli scarti di lavorazione delle grandi fabbriche venivano smaltiti nelle campagne. Scrive il pubblico ministero Renato Nitti nella richiesta di rinvio a giudizio: «Abbandonavano rifiuti, sui fondi rustici, aree recintate, lungo le strade del circondario, realizzando discariche abusive». Quella più estesa a Santeramo in Colle, in un terreno di proprietà di Piero Colacicco. E quando in Puglia arrivavano altri rifiuti, scarti della produzione delle grandi fabbriche del nord, per smaltirli cercavano altri fondi che utilizzano all´insaputa dei proprietari.

    Dettagliata, circostanziata laccusa che ha portato alla condanna e al maxirisarcimento: sui terreni baresi (a Santeramo, ma anche a Bari in zona Santa Caterina, Valenzano, Corato e Mola di Bari) venivano abbandonati i fanghi del comparto toscano delle concerie, quelli provenienti dagli impianti di depurazione del Lazio e ancora una volta dalla Toscana, le scorie e le polveri delle industrie siderurgiche della Lombardia e della Toscana, pneumatici della Campania, i rifiuti prodotti dalle operazioni di siti inquinati della Liguria e dell´Umbria, i trasformatori, contenenti olio contaminato.

    Il materiale, smaltito nelle campagne di Bari, veniva trasportato da camionisti che avevano l´obbligo, prima di arrivare a destinazione, di fermarsi in un´area di servizio. I documenti di accompagnamento venivano modificati. Per ogni fusto c´era una nuova bolla. I rifiuti speciali diventavano, almeno sulla carta, fertilizzanti destinati all´agricoltura o materiali da utilizzare per la produzione di laterizi e per il recupero energetico. E poi venivano smaltiti nelle campagne dove venivano coltivati ortaggi, frutta o comunque «prodotti per l´alimentazione umana e animale» o in aree sottoposte a vincolo idrogeologico.

    Un traffico quello dei rifiuti organizzato per un´unica ragione, secondo il sostituto procuratore Renato Nitti: limitare il costo dello smaltimento che, per il tipo di materiale sversato nelle campagne, era molto più alto di quello invece previsto per i rifiuti, indicati nelle certificazioni false. L´impianto accusatorio (per la prima volta in Puglia è stato contestato l´articolo 53 del decreto Ronchi che punisce chi gestisce il traffico dei rifiuti con pene che vanno da uno a sette anni) è stato riconosciuto dal giudice che ha condannato Tommaso Faccilongo a tre anni di reclusione, Alberto Paggi ad uno e Pietro Colacicco a due anni e due mesi. Oltre a risarcire il ministero dell´Ambiente con 93 milioni, la Provincia di Bari ed i comuni che sono stati danneggiati dal traffico di rifiuti, dovranno liquidare 5mila euro ciascuno al Codacons e al Wwf. A Tommaso Faccilongo e Pietro Colacicco il giudice Ornella Gozzo ha imposto anche la bonifica dei terreni di loro proprietà.

    Nell´inchiesta sono stati coinvolti anche Gaetano Faccilongo, 30 anni, barese, titolare della "Italia Servizi di Gateano Faccilongo", Luigi Paggi, 53 anni, suo collaboratore e Luigi Bevilacqua, 41 anni, residente a Corato e proprietario di alcuni fondi nei quali sono stati smaltiti gli scarti della lavorazione delle fabbriche. Tutti e tre hanno patteggiato. E mentre dal processo di primo grado arriva una buona notizia per il ministero delle Ambiente e per le associazioni, Legambiente solleva la questione della gestione dei rifiuti. La Puglia è tra le cinque regioni dove c´è «una grave emergenza», la raccolta differenziata non decolla e anche lo smaltimento dei rifiuti pericolosi non produce i risultati sperati.

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