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    L'emergenza? Nessuno la nega, ma paradossalmente solo commissariando i commissari la si può affrontare

    Una politica usa e getta

    Le nuove giornate di fuoco scatenate in Campania dall'eterna emergenza rifiuti sollecita una domanda: perché il rifiuto di inceneritori e discariche della popolazione campana è così radicale, «senza se e senza ma», infinitamente più duro che in altri posti, al punto da invocare la presenza dell'esercito?
    5 gennaio 2008 - Massimo Serafini
    Fonte: Il Manifesto

    - La risposta è semplice: da decenni la camorra seppellisce illegalmente, con profitti elevatissimi, nel territorio campano gran parte dei rifiuti tossici delle imprese del nord.

    E in particolare di rifiuti tossici delle imprese lombarde e venete. Questa scomoda verità è da tempo nota, anche perché è tutta scritta in Gomorra, il bel libro di Saviano. Forse sarebbe il caso di mandare ai cancelli di quelle fabbriche esercito e polizia e non contro le popolazioni, in modo da far cessare questo traffico illegale che ha avvelenato gran parte della terre e delle acque della Campania, causando una diffusione di tumori e malattie di ogni tipo fra la popolazione che non ha pari in nessuna altra regione italiana.

    Se non si parte da qui non si capisce nulla dell'emergenza rifiuti e della rabbia delle popolazioni. Soprattutto rende irricevibili i pelosissimi e continui richiami alla razionalità e l'invito di tanti a dire qualche sì, a cominciare dal presidente di Confindustria, che ha coperto le imprese responsabili di questi traffici mortali. Che cosa è stato fatto per stroncare questo traffico o per bonificare la terra intossicata ed avvelenata? Nulla, anzi dai cumuli ammassati lungo le strade non emana solo odore di marcio si sente forte la puzza dell' intreccio fra affari e politica su cui questa realtà ha potuto consolidarsi.

    Grandi sono dunque le responsabilità dei decisori politici, soprattutto quelli di sinistra, che in questi anni sono stati latitanti. Forse più che di latitanza bisognerebbe parlare di colpa: di avere accettato la cultura della crescita infinita dei consumi e quindi dei rifiuti, così ben sintetizzata dalla pubblicità dei rasoi Gillette «la comodità dell'usa e getta» con cui ogni sera veniamo martellati ed educati al dogma dell'eterna crescita economica. Ma la colpa più grande è quella di aver pensato che il problema fosse possibile risolverlo con i commissari e con l'intervento straordinario, escludendo la popolazione e i suoi sindaci. Una scelta assurda e miope, imposta con innumerevoli decreti di proroga che hanno attraversato sempre uguali la prima e la seconda repubblica. Una decisione con cui di fatto si è tolta ogni possibilità all'unica politica che permette di gestire i rifiuti quella che chiede prima di pensare se seppellirli o incenerirli di organizzare le tre R: ridurne la quantità, raccoglierli in modo differenziato e riciclarli. Poi si penserà a ciò che resta.

    Queste politiche non partono per ordine di un commissario né per decreto, ma solo se si organizzano le donne e gli uomini e li si convince offrendo loro partecipazione, conoscenza, una cultura critica del consumismo, nuovi stili di vita, tutte cose che solo un intervento ordinario e quotidiano, gestito da decisori, come i sindaci, vicini alla gente, può garantire.

    E l'emergenza? Nessuno la nega, ma paradossalmente solo commissariando i commissari la si può affrontare. Soprattutto dando qualche segnale alla popolazione di un cambio di passo: far capire a chi ha fallito ed è responsabile di questo disastro che esiste la nobile arte delle dimissioni e soprattutto presentando piani di bonifica e di organizzazione delle tre R. Solo così anche misure straordinarie ed impiantistiche saranno capite e accettate e non imposte.

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