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    Dura requisitoria contro il “traffico di veleni industriali” della Nuova Esa

    «Hanno inquinato il Veneto e la Campania»

    MESTRE. A inquinare i territori campani, in provincia di Napoli e di Caserta, avrebbe dato un notevole contributo con i suoi rifiuti tossico-nocivi e pericolosi la «Nuova Esa» di Marcon. Si tratta di ceneri, di fanghi, di reflui di numerose e importanti aziende.
    19 gennaio 2008 - Giorgio Cecchetti
    Fonte: Corriere delle Alpi

    - In alcune occasioni, in pieno accordo con complici del luogo, in altre sfruttando il potere del denaro e la voglia di voltarsi dall’altra parte di molti esponenti locali. Ma Gianni Giommi, il capo in testa, i veleni li avrebbe lasciati anche nel Veneto, a Paese, a Roncade, a Malcontenta e a Pernumia.

    Ieri, nell’aula del Tribunale di Mestre, il pubblico ministero Giorgio Gava ha parlato per circa sei ore dei trucchi e dei sistemi che i trafficanti di rifiuti avrebbero usato per aggirare le norme ambientali, inquinando mezza Italia con amianto, alluminio, idrocarburi, piombo, mercurio, cloruri, nitrati ed altri veleni provenienti dalle produzioni industriali soprattutto del Veneto e della Lombardia. Sono finiti a Bacoli, a Giuliano, a Qualiano e ad Acerra, in provincia di Napoli, ad Aversa, in provincia di Caserta, tutte zone ora in piena emergenza rifiuti, ma sono stati scaricati anche nel Veneto (Paese, Roncade, San Martino Buonalbergo, Malcontenta, Pernumia), in Puglia (ad Alviano e Modugno) e in Sardegna.

    Si tratta di ceneri, di fanghi, di reflui di numerose e importanti aziende, la maggioranza delle quali pagava fior di quattrini ritenendo che i rifiuti fossero smaltiti lecitamente. Sono il Consorzio Dese Sile, l’Azienda Multiservizi Isontina, la Breda Sistemi Industriali, la Recordati spa, la Montefibre, il Comune di Campagna Lupia, l’Ausimont, l’Azienda ospedaliera di Padova, la Pozzo spa, il Consorzio Medio Chiampo, la Centrale Enel di Fusina, l’Italmec Chemical. Stando agli investigatori, gli uomini del Corpo Forestale dello Stato e i carabinieri del Nucleo operativo ecologico, la «Nuove Esa» in uno solo degli anni di attività’preso a campione avrebbe piazzato illecitamente venti milioni di chili di rifiuti pericolosi (quanto seimila camion allineati), evadendo in un mese 300 mila euro di ecotassa.

    L’illegalità non sarebbe stata dettata «dall’occasionalità o dall’incompetenza - ha sottolineato il pm - ma da una spregiudicatezza criminale indirizzata a massimizzare i profitti». E il magistrato ha fatto alcuni esempi. Alla «Finadria» di Paese sarebbero finiti, in cinque mesi, 20 milioni di chili di rifiuti che non potevano essere stoccati in quel luogo, che poteva ospitare solo terre e rocce provenienti da scavi. Invece ci sarebbero finiti i rifiuti del Consorzio Dese Sile con tanta fibra di amianto e quelli della Cooperativa ceramica di Imola con idrocarburi e metalli pesanti e nocivi. Il Consorzio aveva pagato 220 lire al chilo alla «Nuova Esa» per lo smaltimento, mentre i modenesi avevano sborsato più di 300 lire.

    La società di Marcon, al titolare della discarica trevigiana, aveva pagato per i primi 35 lire al chilo, per i secondi 7 lire. «La Nuova Esa ha raccolto profitti anche fino al 5000 per cento» ha spiegato Gava.

    A Bacoli e a Giuliano, invece, sarebbero finiti polveri e schiumature di alluminio e quelli della «Nuova Esa» neppure avevano avvertito che si trattava di materiale da tenere all’asciutto perchè pioggia o semplicemente l’umidità avrebbe provocato non solo l’emissione di amoniaca ma anche il rischio di esplosioni. Loro, però, non avvisavano mai perchè i rifiuti tossici li miscelavano con terra, segatura e altro e li facevano figurare come fossero roccia e terra proveniente da scavi.

    Per anni nessuno si sarebbe accorto di nulla a causa «della carenza di controlli da parte di pubblici ufficiali distratti o compiacenti» ha sostenuto il pm, eppure non sarebbe stato difficile perchè le denunce di chi ci abitava vicino sono molte e alla «Nuova Esa» neppure avevano gli impianti per trattare i rifiuti, come invece scrivevano di fare sui certificati fasulli.

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