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    Buone Pratiche/2

    Il tesoro nel cassonetto. Lo sconosciuto riuso

    L'esperienza di «Occhio del Riciclone», sponsor del riutilizzo Priorità per l'Ue, assente in Italia. Dietro chi fruga nei cassonetti e che a volte - soprattutto a Roma - viene apostrofato con epiteti poco cortesi del genere «zozzone» potrebbe nascondersi invece una grande risorsa.
    16 gennaio 2008 - Cinzia Gubbini
    Fonte: Il Manifesto

    - Dietro chi fruga nei cassonetti e che a volte - soprattutto a Roma - viene apostrofato con epiteti poco cortesi del genere «zozzone» (sporco, ndr), potrebbe nascondersi invece una grande risorsa. Non si tratta di una considerazione buonista sul mondo e i suoi «espulsi», ma di una precisa analisi economica che trova appiglio anche nelle direttive europee le quali, con vent'anni di ritardo, hanno fatto proprio un vecchio slogan ambientalista per effettuare un'efficace gestione dei rifiuti, le famose quattro «r»: riduzione, riuso, riciclaggio, recupero. Coloro che vedete frugare nei cassonetti molto spesso sono operatori del secondo ambito.

    Sono i vecchi rigattieri, sovente illegali, che sempre più di frequente - da quando il mercato è stato praticamente monopolizzato dai rom rumeni - lavorano mettendo le mani nella «monnezza», ma che hanno anche il volto degli «svuota cantine». E che però sono sottoposti ai mille vincoli della normativa sui rifiuti e difficilmente vedono riconosciuta la loro attività.
    Riusare significa riutilizzare un rifiuto secondo la sua funzione. Ed è in questo che si distingue dal riciclo. Per intenderci: nel riuso una sedia è una sedia. Nel riciclo essa equivale a un chilo e mezzo di plastica e al suo valore. «Chi fruga nei cassonetti passa sempre per un disperato in cerca di cibo. Ce ne sono, ma sono la minoranza. In Italia nessuno, neanche gli ambientalisti, i funzionari e i politici hanno la reale percezione del valore economico del settore», dice Pietro Luppi, uno dei componenti dell'associazione (e cooperativa) «Occhio del Riciclone».

    Un'esperienza nata nel 2003 da una riunione al centro sociale «Strike» tra un po' di appassionati e cresciuta tanto rapidamente da contare ormai cloni anche nelle Marche e in Puglia, nonché in Colombia. «In Europa il riuso è una pratica che ha svolto un ruolo essenziale nella riduzione dei rifiuti - dice Luppi - Le quattro "r" dell'Ue sono disposte in una precisa scala di priorità. Il riuso, dunque, viene prima del riciclo. E per varie ragioni, prima di tutto la redditività. Eppure esso è assente da tutti i piani di gestione dei rifiuti in Italia». Perché? «Semplice - spiega Luppi - nel decreto Ronchi il riuso è menzionato. Ma mancano le indicazioni». Cosicché anche gli enti locali che decidono di fare qualcosa, si trovano di fatto con le mani legate. E' proprio ciò che è accaduto a Roma dove nel 2005 è stato approvato all'unanimità un ordine del giorno in Campidoglio, in cui si individuano gli strumenti per incentivare il riuso, e in una delibera è stato anche previsto uno stanziamento per avviare un progetto pilota. «Ma ora tutto è bloccato - racconta Luppi - e per motivi burocratici».

    Il Comune si è mosso dopo che il settore ricerca dell'associazione ha tirato fuori alcuni dati sulla piazza romana piuttosto interessanti. Alla fine del 2003 i ricercatori hanno condotto un'osservazione di 200 ore nelle 6 isole ecologiche della città dove vengono convogliati i rifiuti solidi urbani ingombranti (la capitale ne avrebbe bisogno di 50-60). Ebbene: il 34% dei rifiuti scaricati nelle isole non solo è potenzialmente riusabile ma ha anche un immediato valore di mercato, stimato in 750 mila euro annui per isola ecologica. Un'enormità. E ovviamente non si considera tutto ciò che viene buttato nei cassonetti, che va a finire in discarica.

    La stima dell'associazione è che il mercato del riuso sia pari a 49 milioni di euro: «In pratica a Roma c'è una grande impresa totalmente clandestinizzata», dice Luppi. Un'impresa che aiuterebbe a ridurre i rifiuti della città oltre ad assicurare un lavoro legale a centinaia di operatori. «I quali vorrebbero poter acquistare dal Comune con Partita Iva il materiale e rivenderlo rilasciando uno scontrino, avendo riconosciuta la dignità di operatori ambientali. Lo possiamo assicurare visto che le nostre proposte sono costruite a tavolino proprio con gli operatori del riuso, italiani e stranieri», spiega Luppi. Tra i quali c'è anche l'Associazione degli Operatori di Porta Portese, il più grande mercato di Roma, per la maggior parte illegale e che ultimamente è stato oggetto di veri e propri blitz con tanto di arresti.

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