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    Buone Pratiche/3

    Se l'amministrazione è verde sporca meno

    Qual è in Italia l'acquirente più importante sul mercato? Ovviamente, la pubblica amministrazione. L'esperienza della provincia di Cremona, capofila degli acquisti verdi pubblici. La legge c'è, ma non funziona
    18 gennaio 2008 - Cinzia Gubbini
    Fonte: Il Manifesto

    - Ministeri, enti locali, scuole, agenzie che con il loro 17% sul Prodotto interno lordo rappresentano anche la categoria che, potenzialmente, produce più rifiuti. In alcuni paesi europei il «green public procurement», ovvero gli acquisti verdi per le pubbliche amministrazioni, sono una realtà già da un bel pezzo. Ma anche l'Italia fa parte della partita, visto che l'Unione europea ha inserito questa strategia nel portafogli per gestire efficacemente il mostro che fa paura a tutti, cioè l'ineliminabile spazzatura.

    La prima città ad acquistare prodotti ecocompatibili è stata Ferrara, ma ormai è la provincia di Cremona a detenere il primato di pubblica amministrazione più virtuosa, tanto da essere capofila del progetto «Gppnet, la rete degli acquisti pubblici verdi» che conta ormai circa 650 enti associati. A soprintendere tutto c'è Barbara Armerini, la responsabile acquisti verdi della provincia, che si è imbarcata in questa impresa alla fine del 2002, partecipando a un progetto europeo di cui aveva sentito parlare dall'azienda romana Ecosistemi, con cui l'ente collaborava su altri settori. Tra Ecosistemi e provincia, come dice Armerini «è stato un matrimonio combinato, ma riuscitissimo».

    Da allora il progetto ha fatto passi da gigante, riuscendo a seminare buone pratiche in diverse regioni d'Italia, tanto al nord che al sud (ma al nord di più, per quanto l'unica regione ad avere una legge in merito sia la Puglia). Certo, non tutti i «soci» sono verdi come a Cremona, dove nelle sedi delle amministrazioni si gira in bicicletta, le auto di servizio sono a metano o elettriche, i quotidiani si leggono solo e rigorosamente on line, la carta è riciclata al 100% e, ultimamente, è stato adottato un sistema per asfaltare le strade «a freddo»: «Così utilizziamo meno energia, gli operai hanno una qualità di lavoro migliore e possiamo asfaltare tutto l'anno, non soltanto in determinate stagioni».

    L'esempio è perfetto per spiegare la filosofia degli acquisti verdi. Che non significa, semplicemente, «compro riciclato». Troppo facile. Armerini, che si dedica alla formazione in tutta Italia, propone il seguente quesito: inquina di più utilizzare carta bianca acquistata vicino casa o carta riciclata comprata in Svezia? Chi risponde la seconda fa parte della pericolosissima categoria dei «fighetti verdi», che magari mangiano biologico ma non sanno cosa sia la raccolta differenziata e in genere inseguono le mode per cui «uso lo schermo piatto perché fa meno male agli occhi». E intanto è stato gettato nella spazzatura un computer perfettamente funzionante. Le linee guida sugli acquisti verdi, invece, intendono conciliare criteri ambientali e sociali. Significa, insomma, cercare di razionalizzare la spesa, avendo un occhio all'ambiente e un altro alla salute. In Italia dal 2003 esiste anche una legge che impone alle pubbliche amministrazione di fare acquisti verdi, per una quota pari al 30%.

    Peccato che non siano mai stati emanati i regolamenti attuativi. Insomma, è tutto - più o meno - rimasto sulla carta. «E' un caos all'italiana - spiega Armerini - si fa presto a dire 30% di ecocompatibile: che significa? Quali sono le aziende da cui posso acquistare? Come si calcola il 30%?». Queste sono le risposte a cui la rete GPPnet cerca di rispondere. Esiste un manuale, creato nel 2004 e che ha ottenuto un buon riscontro internazionale, e ormai il gruppo si incontra quattro volte all'anno (prossimo appuntamento, il 7 febbraio a Firenze).

    Per la verità, si è fatto anche di più. Per riuscire a generalizzare una politica di razionalizzazione della spesa verde servirebbe una legge nazionale. E, in effetti, un Piano nazionale acquisti verdi è già bell'e pronto, solo che non se ne fa nulla. Perché? Evidentemente, ci sono magagne più urgenti. E, comunque, un piano nazionale sarebbe una bella spinta. Ma visto il «mood» del Belpaese, servirebbe a poco senza un adeguato controllo. «Per questo - spiega Armerini - si parla molto anche della possibilità di rendere obbligatoria la contabilità ambientale». Se funzionasse, sarebbe per tutti un serio risparmio. Sia per avere meno «monnezza» tra i piedi, sia in termini economici: a Cremona grazie a un sensore che spegne le luci quando in stanza non c'è nessuno, la pubblica amministrazione ha risparmiato il 30% in bolletta.

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