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    Seconda parte e conclusioni:

    Dobbiamo aspettare che crolli il mondo?

    Saranno i nostri valori etici a costringerci a pensare che vale la pena lottare per le generazioni future
    17 febbraio 2013 - Paul R. Ehrlich, Anne H. Ehrlich

    La prima parte della traduzione di questo articolo è stata pubbicata il 13 feb. 2013 :                      Link  http://www.peacelink.it/ecologia/a/37716.html

    Uragano Katrina

      3.  Come evitare il collasso del sistema ?

    La minaccia di turbamenti climatici causati solo dalla produzione alimentare significa che l'intero sistema di distribuzione del fabbisogno energetico dell'umanità deve cambiare in tempi brevi e il riscaldamento globale deve essere tenuto ben al di sotto di un potenziale 5°C di aumento della temperatura media, perché, a questo livello, l’intera civiltà potrebbe scomparire[56]. La  previsione più attendibile che possiamo fare oggi è che, in mancanza di una rapida azione internazionale concertata, il mondo si sta avviando verso un aumento di + 2,4°C della temperatura media globale [57].

    Valore quest'ultimo che è significativamente al di sopra dei 2°C stimati una decina di anni fa dagli scienziati del clima che consideravano questo limite 'sicuro'  e che ora è considerato invece, da alcuni analisti, troppo rischioso [58,59], per fare una valutazione credibile, visti gli effetti già rilevati prima ancora di aver raggiunto un aumento di +1°C. Ci sono prove, inoltre, che i calcoli attuali sottostimino il futuro aumento della temperatura, sopravvalutando l'apporto che la crescita della vegetazione potrà procurare come serbatoio di carbonio [60] e sottovalutandone gli effetti collaterali [61].

    Molte sono le complessità che rendono più difficile la previsione di quali saranno le minacce di origine antropica che provocheranno i disordini climatici ( morte per il caldo, diffusione di malattie tropicali a livello del mare, a raccolti sempre più scarsi e a tempeste violente).  Questa è una chiave per evitare il sdisastro globale, ed è nello sttudio di queste minacce che si dovranno concentrare gli sforzi per evitare che ai problemi climatici seguano carestie di massa. Il nostro sistema agricolo si è evoluto in un periodo geologico di clima relativamente costante e benigno e ben in sintonia con le condizioni storiche e sociali del XX secolo. Questa considerazione da sola basta per essere motivo di preoccupazione, perché il clima del pianeta ha sempre oscillato, scivolando verso regimi spesso imprevedibili. Adesso per noi è essenziale rallentare questo processo e, per farlo, dovremo seriamente trasformare gran parte delle infrastrutture attuali che servono per la produzione e distribuzione energetica [62] e per cambiare il comportamento umano rendendo il sistema energetico molto più efficiente. 

    Questò è possibile, anzi, sono già stati proposti dei progetti ragionevoli per farlo [63,64]e qualche progresso è già  stato fatto. La sfida principale, naturalmente, è quella di tagliare più della metà di tutti i combustibili fossili mondiali entro il 2050, per anticipare gli effetti peggiori delle perturbazioni climatiche, una sfida che l'ultima assemblea della International Energy Agency  sull’energia mondiale ha sottolineato severamente [65]. Questo mette in evidenza un altro dilemma. I combustibili fossili sono ormai indispensabili per l'agricoltura, per realizzare concimi e pesticidi, per il funzionamento delle macchine agricole, per l’irrigazione (spesso inutile), per l'allevamento, per l’essiccazione delle colture, per la conservazione degli alimenti, per il trasporto e la distribuzione. Pertanto, tutta la fase di lavorazione dei raccolti dovrà essere ridisegnata e programmare che almeno una parte dei combustibili fossili sia sostituita, senza provocare notevoli aumenti nel prezzo del cibo.

    Purtroppo esistono degli enormi problemi economici e politici che stanno ostacolando i primi passi essenziali, come l'abbassamento del picco delle emissioni globali entro il 2020 e la loro riduzione alla metà dei livelli attuali entro il 2050 [66] Le aziende che estraggono combustibili fossili dovrebbero ignorare la maggior parte delle riserve accertate sottoterra, perdendo così una parte consistente del valore economico dell'intera industria [67].

    È un dato di fatto che l'etica di alcune aziende  non escluda la volontà  di continuare consapevolmente le loro redditizie, benché letali, attività [68], e quindi non c'è nemmeno da stupirsi se l'azionariato finanziario, che ha interessi nei combustibili fossili, ha sovvenzionato una gigantesca campagna di disinformazione, che ha avuto notevole successo negli  Stati Uniti, per  confondere la  gente sugli effetti degli sconvolgimenti del clima [69,70] e per bloccare qualsiasi tentativo di contrastare questo fenomeno naturale[71].  

    Un tema ricorrente nelle analisi del problema cibo è la necessità di superare il 'gap' del rendimento finale [7274], cioè quello del passaggio ad un sistema che produrrà raccolti con una produttività minore rispetto a quelli attuali, tipici dell'agricoltura industriale. Gap che nasce perché, strumentalmente, non si prendere in considerazione che le stime su cui si basano gli alti rendimenti previsti dall'agricoltura industriale dipendono dalle condizioni climatiche che possono cambiare improvvisamente e non garantire più le stime precedenti[45]. Così, per ecitare problemi bisognerà spingere molto la ricerca genetica ed ecologica nel settore agricolo [75] e cominciare ad utilizzare alcune delle tecniche ecologiche già conosciute, anche se questo comporterà un immediato abbassamento dei profitti delle aziende a favore dell futuro della società e della sostenibilità a lungo termine [3].

    La sola razionalizzazione del processo energetico però non sarà essere sufficiente, né per alimentare la roduzione agricola, né tanto meno per lo sviluppo. Tutta l’infrastruttura di distribuzione dell'acqua dovrà essere ri-progettata per renderla flessibile e portare l'acqua alle colture in un contesto di continua evoluzione delle precipitazioni [51]. Questo sarà fondamentale, perché anche se oggi solo il 15% dei terreni agricoli è irrigato, questi terreni da soli forniscono circa il 40% dei raccolti di grano. Sembra anche probabile che le aree agricole attualmente bagnate dalla pioggia potrebbero, presto, dover essere irrigate, mentre va messo in conto che l'irrigazione potrebbe diventare superflua altrove. Ma le caratteristiche climatiche potrebbero invertirsi e cambiare continuamente e il sistema alimentare globale dovrà evolversi rapidamente verso una flessibilità senza precedenti, che finora non si era mai nemmeno immaginata.

    Un fattore che rende le sfide più difficili è la partecipazione dominante nel sistema globale di nazioni giganti le cui popolazioni in passato non avevano mai utilizzato tanta  energia fossile, per avviarsi sulla strada già percorsa dai paesi occidentali e dal Giappone per raggiungere le loro posizioni di benessere, ripetendo i loro 'successi' ma considerati i volumi delle loro popolazioni, in scala ben maggiore.

    Solo l’ India, dove recentemente c'è stato un gigantesco blackout che ha colpito 300 milioni di persone, ha in programma di aprire 455 nuove centrali a carbone. In tutto il mondo è prevista l'installazione di più di 1200 impianti che produrranno una potenza complessiva di 1,4 milioni di megawatt [76], la maggior parte saranno in Cina, dove si prevede che la domanda di energia elettrica schizzerà alle stelle.

    L'aumento conseguente dei gas serra dovrà sommarsi anche al continuo aumento della produzione di cereali per l'allevamento, stimolato dal desiderio di avere più carne nella dieta di una classe media globale,  in continua espansione.

    4.  Ma ci sono altri problemi oltre a quello alimentare

    Un'altra possibile minaccia per la continuazione della civiltà è l’intossicazione globale. Alcuni scienziati sono molto preoccupati per gli effetti sulla popolazione umana che stanno presentando i sintomi causati dall’esposizione a sostanze chimiche di sintesi [7779]. Se si dovesse concretizzare una vera minaccia globale, tuttavia, nessuno avrebbe ancora risposte pronte (come pure per i rischi della "geoingegneria" che gioca con perturbazioni e clima [80]) .

    Lo stesso si può dire per gli aspetti epidemiologici dell'ambiente che deve valutare le possibilità di epidemie causabili da una rapida crescita di una popolazione nata in un mondo con un sistema immunitario indebolito da una alimentazione a base di animali da allevamento, per i trasporti ad alta velocità e per la l'abuso di antibiotici [81]. Il premio Nobel Joshua Lederberg ha manifestato la sua grande preoccupazione per il problema dell'epidemia, con una semplice frase : “La sopravvivenza della specie umana non è il programma di una evoluzione organizzata” [82, p. 40].

    Devono essere presto prese in considerazione delle misure precauzionali che  includano il divieto di uso di antibiotici come stimolanti per l'aumento di peso del bestiame, la costituzione di scorte di sicurezza di vaccini e farmaci essenziali, il miglioramento della sorveglianza sulle malattie, aumentando la disponibilità dei servizi medici d'emergenza, spiegando alle istituzioni come e quando imporre quarantene e, naturalmente, agire per ridurre il più rapidamente possibile la dimensione della popolazione umana.  È diventato sempre più chiaro che la sicurezza non ha solo una dimensione militare [83,84] e che violare le regole della sicurezza ambientale potrebbe mettere a rischio tutta la civiltà .

    Ma ci sono ancora dubbi sull'abilità dell'uomo di evitare il disastro a causa della sicurezza militare, in particolare per certi elementi dell'aspetto umano che potrebbe scatenare una guerra nucleare. Recenti ricerche indicano che un conflitto nucleare  anche se su scala regionale, come è del tutto possibile tra India e Pakistan, potrebbe portare a un crollo per globalizzazione delle conseguenze climatiche [32]. Pretesto per un conflitto al di là dei motivi politici e religiosi potrebbe facilmente essere una piccola epidemia transfrontaliera, la necessità di procurarsi cibo e terreni agricoli, e la lotta per le risorse idriche o, soprattutto agricole e (se il mondo non troverà una sua via per l'energia) per il petrolio . Trovare il modo per eliminare le armi nucleari e altri strumenti di distruzione di massa deve arrivare sempre più in alto nell'agenda della civiltà [85], perché una guerra nucleare sarebbe il percorso più veloce e sicuro verso la fine [86].   

    Tra le considerazioni da effettuare, bisognerà ovviamente considerare i disagi sociali connessi con quello che potrebbe accadere. Forse in cima alla lista dovrebbero prendere posto il problema dei rifugiati ambientali [87]. Le ultime previsioni dicono che i profughi ambientali potrebbero arrivare a 50 milioni entro il 2020 [88]. Le gravi siccità, le inondazioni, le carestie, le epidemie potrebbero però far notevolmente gonfiare quel numero. Se le  attuali previsioni "ufficiali" su un innalzamento del livello del mare sono sottostimate (come molti credono), solamente le inondazioni costiere potrebbero generare enormi movimenti umani:  Un solo metro di dislivello interesserebbe direttamente circa 100 milioni di persone, mentre sei metri di dislivello provocherebbe la fuga di più di 400 milioni di persone [89].

    Sviluppare un sistema internazionale integrato di governance tra le istituzioni potrebbe migliorare l'impatto di certe catastrofi e potrebbe ridurre le probabilità di disastro.


    5. Il ruolo della scienza

    Nel passato la comunità scientifica ha più volte messo in guardia l'umanità sui rischi [90102, 93,103107-] di una espansione demografica che superi i “limiti di crescita”  e molti dopo averlo dimostrato [108111, 17] continuano a ricordarlo [109,112119].  

    Eppure molti scienziati tendono ancora a trattare la crescita della popolazione come una variabile esogena, quando invece dovrebbe essere considerata un fattore endogeno, centrale [120]. Ci si domanda:Come potremo sfamare 9,6 miliardi di persone nel 2050?

    Ma non ci si chiede:Come potremo umanamente ridurre il tasso di natalità in modo da portare quel numero  a 8,6? Ci può venire in mente che la cura fondamentale consista nella riduzione della azienda umana ad una dimensione (includendovi la popolazione) capace di mantenere entro le sue capacità il consumo aggregato della terra  [121]. Anche se è ovvio, è un dato troppo trascurato o negato. Ci sono grandi barriere sociali e psicologiche nelle culture della crescitomania anche solo per parlarne. Questo è particolarmente vero per l’oscurantismo - un movimento in rapida crescita verso le ortodossie religiose che rifiutano i valori illuministi come la libertà di pensiero, la democrazia, la separazione tra Chiesa e Stato.

    Si può notare la pericolosità di questa tendenza, ad esempio, nella negazione del problema climatico, nella mancanza di azioni contro la distruzione della biodiversità e nell'opposizione ai preservativi (per il controllo dell'AIDS ) e ad altre forme di contraccezione [122]. Se mai c'è stato un momento di evidente contrasto dei principi basati sulla fede che si oppongono alle strategie di riduzione del rischio [123], questo momento è ora.

    Cosa possono fare di più gli scienziati per ridurre le probabilità di un crollo?  Tutti insieme, sia chi fa ricerche nell'ambiente che chi studia la società, dovrebbero sforzarsi maggiormente nel trovare il modo migliore per proporre nuovi modelli per le le infrastrutture idrologiche ed energetiche. Dovrebbero sviluppare una tecnologia capace di limitare l'uso delle sostanze chimiche sintetiche, risolvere solo questo problema potrebbe abbattere una parte del fabbisogno di combustibili fossili (anche se la petrolchimica usa solo il 5% della produzione di petrolio).

    La tutela della residua biodiversità della Terra (in particolare la diversità essenziale delle popolazioni [124,125]) deve essere la materia di ricerca dominante sia per gli specialisti scientifici che, con una appropriata educazione, anche per la stessa popolazione [126,127]. Gli scienziati devono continuamente richiamare l'attenzione sulla necessità di proteggere l'ambiente epidemiologico dell’uomo e sulla necessità di controllare e possibilmente eliminare le armi nucleari, chimiche e biologiche. Soprattutto, dovrebbero studiare di più per comprendere i meccanismi con cui si può evolvere la cooperazione [128], perché i disastri si eviteranno solo raggiungendo dei  livelli di cooperazione internazionale straordinari.

    È troppo tardi per la comunità scientifica mondiale per riunirsi ed affrontare il nesso tra i due sistemi complessi adattivi [129]  e poi consigliare la strada verso la sostenibilità?  

    Ci sono stati molti studi scientifici su piccola scala, spesso locali, in grado di far ben sperare, se riportati in scala maggiore [121]. Per esempio, ci sono delle organizzazioni ambientali non governative che lottano da sempre, spesso con successo, per fermare la distruzione di elementi di biodiversità (e quindi, in alcuni casi, dell’ecosistema vitale [7]). Di fronte ad una crisi di estinzione totale, si possono salvaguardare dei nuclei da cuis, eventualmente  si rigenererebbe il biota (la vita animale e vegetale) della Terra e la linfa dell’ecosistema dell'umanità.

    Qualche risultato positivo sta arrivando. La Cina oggi ha già messo circa il 25% del suo territorio sotto controllo in aree funzionali di conservazione dell’ecosistema [[130], progettate per proteggere sia il capitale naturale che il benessere dell’uomo. Il Progetto di Capitale Naturale [131] contribuisce a migliorare la gestione di queste aree.  

    Questa è una buona notizia, ma a nostro avviso, troppo pochi scienziati si dedicano a questo studio, ma essenzialmente almeno una parte della loro ricerca viene ri-orientata, e quindi resa pressoché inutile, nel momento in cui i risultati dei loro sforzi vengono presentati al fronte della politica.


    6. La necessità di un rapido mutamento sociale e politico

    Fino a poco tempo fa, i nostri antenati non avevano motivo di rispondere geneticamente o culturalmente a problemi che avevano effetti dopo molto tempo. Se il clima del mondo cambiava o subiva delle rapide trasformazioni, al tempo degli Australopitheci o degli Antichi Romani, sicuramente questi uomini non ne furono la causa e non avrebbero comunque potuto fare nulla. Le forze della selezione genetica e culturale all'epoca non era ancora capaci di creare cervelli o istituzioni in grado di guardare avanti per molte generazioni, nessuno si sarebbe preoccupato di questi problemi.

    In effetti in quei tempi, contrariamente ad oggi, probabilmente si tendeva a credere che tutto l'ambiente fosse qualcosa di statico, benché soggetto a cambi improvvisi (per esempio l’avvicinamento di un leopardo ) ma le cose erano ben definite [132, pp 135-136]. Oggi però i cambiamenti che avvengono nell'ambiente sono diventati la minaccia più letale. La società ormai ha alle sue spalle una lunga storia di fatiche, sacrifici e cambiamenti, che l'hanno resa capace di sconfiggere un nemico alle porte, o anche solo di competere con successo contro qualsiasi rivale.

    Ma non ci sono molte prove di società che si siano mosse o abbiano fatto sacrifici per fronteggiare un graduale peggioramento delle loro condizioni di vita e un vero e proprio disastro per le generazioni future. Eppure, questo è esattamente il tipo di coinvolgimento che noi crediamo sia necessario per evitare un collasso.

    Forse la sfida più grande da affrontare è convincere la gente, soprattutto politici ed economisti, che bisogna interrompere l’antico circolo vizioso e cambiare atteggiamento sul rapporto popolazione = consumo che porta inevitabilmente al deterioramento ambientale. Sappiamo che informare semplicemente la gente che la scienza dice che è necessario risolvere certi problemi essenziali,  di solito non produce quel consenso necessario per procedere a rapide mutazioni nelle istituzioni o nel comportamento individuale.

    Tutto questo è già stato ampiamente sperimentato nel caso delle sigarette [[68], dell'inquinamento atmosferico e di altri problemi ambientali [69] ed ora si sta dimostrando con l'obesità epidemica [133] e con le perturbazioni climatiche.  I tempi sono lunghi.

    Ci sono delle connessioni tra riproduzione e eccessivi-consumi, infatti possiamo considerare che la continua crescita economica sia una forma di dipendenza culturale della classe più abbiente del pianeta [134]. Si potrebbe pensare che già molto tempo fa la formula matematica dell'interesse composto avesse convinto tutti che la crescita al 3,5% annuo di un'economia industrializzata non può continuare a lungo. Purtroppo, la maggior parte delle “persone istruite" si sono imbevute di una cultura che non riconosce che, nel mondo reale, un periodo storico breve (qualche secolo) di crescita esponenziale, non significa un futuro di crescita infinita. Oltre che focalizzare la ricerca su come evitare il disastro, gli scienziati che studiano la natura e la società dovranno collaborare per capire meglio le dinamiche dei movimenti sociali,  per stimolare un aumento significativo del sostegno popolare, perché si prendano azioni immediate e decisive. Purtroppo, la consapevolezza degli scienziati che l'umanità sia nei guai non è stata accompagnata dalla consapevolezza della gente e nemmeno da una giusta pressione della politica e dell'economia che non hanno voluto prendere posizione, per non interferire con l'attuale crisi finanziaria. Senza una significativa pressione popolare che pretenda azioni immediate, temiamo che ci siano poche possibilità di invertire rapidamente la rotta e di prevenire il disastro.  La pressione necessaria, tuttavia, potrebbe essere messa in moto da un movimento popolare che si fidi del mondo accademico e della società civile e che permetta di aiutare l'umanità ad essere guidata verso lo sviluppo di una nuova intelligenza multipla [135], una intelligenza preveggente che sappia fare un'analisi a lungo termine ed una pianificazione che i mercati non hanno convenienza a fare.

    Una  intelligenza preveggente non dovrebbe solo guardare sistematicamente avanti, ma dovrebbe anche orientare i cambiamenti culturali verso risultati desiderabili, come una maggiore capacità di recupero socio-economico.  Aiutare lo sviluppo di un movimento e di una intelligenza preveggente sono le grandi sfide degli scienziati di oggi, sono la punta di diamante ben affilata e pronta all'uso, nel caso che le probabilità di veder crollare tutto, dovessero aumentare.

    Se si affermasse una intelligenzapreveggente (o lungimirante), ci sarebbero molti più scienziati e leader politici (e della società) che, per esempio, dovrebbero cominciare a valutare la reale influenza della crescita demografica [136] e smetterla di considerarla solo come un dato statistico e calcolare i benefici nutrizionali, sanitari e sociali che podurrebbe un limite della crescita umana ben al di sotto dei 9 miliardi di persone e finalmente un rallentamento del declino. Questo sarebbe già un lavoro monumentale, considerando l’attuale ritmo di crescita della popolazione.

    Monumentale, ma non impossibile, se la volontà politica potesse estendersi su tutto il pianeta e dare pieni diritti, istruzione e opportunità a tutte le donne, e dotare tutti gli esseri umani sessualmente attivi degli strumenti della moderna contraccezione e eventualmente permettere anche l'aborto. Quanto queste azioni potrebbero ridurre il tasso di fertilità è controverso [137139], ma potrebbe essere un win-win per le società [140].

    Ma particolarmente per quell'aspetto culturale oscurantista sulla crescita, si dovranno superare enormi barriere culturali e istituzionali per riuscire a stabilire il nuovo tipo di politica in certe parti del mondo. Dopo tutto, non c'è ancora una sola nazione in cui le donne siano veramente trattate come gli uomini. Nonostante ciò, il fattore popolazione non dovrebbe essere ignorato, semplicemente perché limitare gli eccessi di consumi potrebbe, almeno in teoria, risultare più rapido. Le difficoltà di cambiare la traiettoria demografica indicano che il problema avrebbe dovuto essere affrontato prima, piuttosto che dopo. Una crescita della popolazione senza nessuna previsione produce inevitabilmente dei cambiamenti nell'età media e quindi il calo dei tassi di fertilità, di cui si lamentano alcuni ambienti governativi europei [141], ma questa non è una motivazione valida. Una contrazione della dimensione della popolazione in quelle nazioni che consumano troppo, avvierebbe un trend molto positivo, e una pianificazione razionale sarebbe in grado di sostenere i problemi dell'invecchiamento della popolazione [142].

    Mentre è essenziale un rapido cambiamento della politica, è necessario anche un sostanziale cambiamento delle istituzioni per poter restare in corsa. Questo vale particolarmente  per i sistemi di istruzione, che oggi non riescono a informare la maggior parte della popolazione su come funziona il mondo, cosa che permette il perpetuarsi di un divario culturale enorme [54]. Questa sfida accademica è particolarmente importante per gli economisti, che potrebbero contribuire a costruire le fondamenta per evitare il collasso, progettando sistemi economici che rendano forti gli stati [107,134,143], e contemporaneamente  facendo dimenticare alla gente certe favolette come “la crescita può essere infinita nel settore dei servizi”  - oppure - “l’innovazione tecnologica ci salverà”.

    Questioni come :

    • l'importanza del vantaggio comparato nelle attuali circostanze globali [144],
    • lo sviluppo di nuovi modelli che riflettano meglio il comportamento irrazionale degli individui e dei gruppi [145],
    • la riduzione del culto del "libero mercato” che infesta il mondo,
    • una sana attività che produca informazioni più equilibrate,
    • un percorso  verso sostenibilità ed equità  (compresa la ridistribuzione)

    richiedono di essere riconsiderate ed è proprio in questo riesame, che dovrebbero guidarci i più illustri economisti [146148],  per farci conoscere tutti i vincoli biofisici del mondo reale e il loro rapporto con il benessere dell’uomo.

    Benché la rete di accordi internazionali che lega gli stati nazionali tra loro [149,150], sia stata creata in tempi relativamente recenti, si sta rivelando ormai del tutto inadeguata per governare un periodo così difficile per la situazione umana. Rafforzare la governance globale dell'ambiente [151] e affrontare il problema delle resistenze degli stati nazionali [152] sono compiti che l’umanità finora ha sempre rifiutato di gestire globalmente, anche se l'evoluzione culturale della tecnologia ha reso obsoleto tutto il sistema internazionale (così come pure i sistemi di istruzione). Solo raggiungere un livello senza precedenti nella cooperazione internazionale [122] può permettere di risolvere i gravi problemi ambientali globali ed evitare un collasso. Indipendentemente da qualsiasi stima effettuata sulla potenziale longevità della civiltà, il momento giusto per  iniziare la ristrutturazione del sistema internazionale è questo momento.

    Se non lo vorranno fare le persone, sarà la natura a ristrutturare la civiltà per noi.

    Allo stesso modo siamo tenuti ad avviare un ampio cambiamento culturale nella società umana sia per la dimensione della popolazione che per l'eccesso dei consumi da parte della popolazione ricca. Entrambi questi programmi dicono l'opposto delle attuali norme culturali e, come si era a lungo temuto [153], le popolazioni di quei paesi poveri che hanno già intrapreso la via dello sviluppo stanno applicando le regole del “consumismo”, in particolare India e Cina.  Dobbiamo essere entusiasti del numero sempre crescente di persone che stanno uscendo dalla povertà, ma è nostro dovere di occuparci anche dei costi enormi e forse letali  che la soddisfazione di bisogni sempre crescenti potrà causare all'ambiente e alla società [154,155]. La rivoluzione industriale ha messo la civiltà sulla strada del collasso, stimolando la crescita della popolazione, che inoltre ha contribuito con il suo consumismo al degrado ambientale [136]. Ora, la popolazione combinata con la crescita della ricchezza complessiva può finire il lavoro della rivoluzione industriale.

    Inutile dire, quanto sarà difficile dover trattare con un numero enorme di persone provenienti da diversi gruppi di culture con disuguaglianze economiche e razziali, [156] per tentare di far mettere a fuoco a tante mentalità differenti, come risolvere i problemi dell'uomo, e in questo la globalizzazione potrebbe aiutare [157].  Per raggiungere questo obiettivo con una particolare enfasi sulla "intelligenza lungimirante" è nata la Millennium Alliance for Humanity and the Biosphere  ( MAHB - http://mahb.stanford.edu) che dovrà cercare di accelerare il cambiamento culturale verso la sostenibilità.  Avendo verificato che non basta presentare semplicemente i fatti scientifici al pubblico per avere una reazione adeguata, tra gli altri compiti, questo ente dovrà trovare forma e modo per convincere l'opinione pubblica della necessità delle modifiche da apportare.

    Abbiamo visto che le società possono evolvere radicalmente e inaspettatamente [158, pag. 334], come è stato drammaticamente dimostrato dal crollo dei regimi comunisti in Europa nel 1989 [159]. Ma in questo caso sarà meglio evitare di procedere a piccoli passi, girando attorno ai problemi o prendendo decisioni deboli o locali e scegliere di avere un approccio potente e completo capace di interfacciare più  problemi allo stesso tempo. Per affrontare il cambiamento climatico, ad esempio, le nazioni in via di sviluppo devono essere convinte che (insieme al resto del mondo) non possono permettersi (e non è necessario) di poter ritardare l'azione per 'recuperare' il gap economico con il resto del mondo, essenzialmente perché  uno sviluppo sul vecchio modello è controproducente, mentre possono sfruttare una grande opportunità pionieristica nell’approcciare le tecnologie. Tutte le nazioni devono comprendere di non poter continuare ad aspettare  gli altri prima di decidersi ad agire e di rendersi disponibili a fare tutto il possibile per ridurre le emissioni e accelerare il processo di transizione energetica, indipendentemente da quello che fanno gli altri.

    Sia con il clima che con molti altri problemi ambientali globali, si possono raggiungere risultati più facilmente poggiandosi su soluzioni policentriche piuttosto che globali. Dei sistemi complessi - multi-livello possono essere in grado di affrontare meglio dei problemi complessi-multi-livello [160] ed un cambiamento istituzionale è necessario a molti livelli in molti ambiti politici.

    Quanto hanno capito gli scienziati sulla evoluzione culturale suggerisce che, sebbene improbabile, potrebbe essere possibile indirizzare le culture in questa direzione [161,162]. Se saranno migliori soluzioni globali o policentriche, saranno i necessari negoziati  internazionali a deciderlo per mezzo delle agenzie che già se ne occupano e che dovranno essere rafforzate per dar corpo alle nuove istituzioni.

    7. Conclusioni

    Crediamo che la società globale possa evitare un crollo in questo secolo?

    La risposta è sì, perché la società moderna ha mostrato una certa capacità di affrontare le minacce a lungo termine, almeno da quanto risulta all'evidenza (si pensi ai rischi di conflitto nucleare).

    L'umanità ha le risorse per fare bene questo lavoro, ma le probabilità di evitare il disastro sembrano basse, perché, per alla maggior parte delle persone, non appare ancora evidente quali siano i chiari rischi e quali siano i segnali tipici di un crollo imminente, benché si possa vedere ovunque che il complesso del sistema non sta più funzionando come prima [28],

    C'è una insormontabile barriera psicologica che vieta di fare una scelta determinante come la distribuzione dei costi e dei benefici nel tempo: Prima dobbiamo affrontare i costi  e solo in seguito arriveranno i vantaggi che saranno goduti, in gran parte, da persone sconosciute in futuro. Ma se gli osservatori più ottimisti [17,163] hanno ragione, i nostri valori etici ci costringeranno a pensare che vale la pena lottare per i benefici per le generazioni future, per aumentare almeno un po’ la possibilità di evitare la dissoluzione della civiltà del nostro mondo.  Adesso lo sappiamo.

    **********


    Note:

    Profilo degli autori

    Paul Ehrlich è Professore di Biologia e Presidente del Center for Conservation Biology alla Stanford University, e Professore Aggiunto alla University of Technology, Sydney. Le sue ricerche si sono rivolte alla ecologia e alla evoluzione della populations naturale delle farfalle, della vita animale delle barriere coralline, degli uccelli e degli esseri umani.

    Anne Ehrlich è Senior Research Scientist in Biologia a Stanford and focalizza le sue ricerche su materie procedurali correlate all’ambiente.

    Link : http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/280/1754/20122845.full

    Traduzione per Peacelink.it a cura di Bosque Primario

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