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    Il bello del mattone: una legge «privata»

    Marcia in parlamento la nuova legge urbanistica, che chiede ai comuni di far scrivere i piani regolatori ai costruttori e abolisce le tutele nazionali. «Italia nostra»: è il trionfo della speculazione fondiaria. Urbanisti in rivolta. Dopo i condoni e la vendita del patrimonio, nuovo scontro sul territorio
    20 marzo 2004 - Roberta Carlini


    La nuova legge urbanistica? «E' il delirio di uno speculatore trasformato in legge». L'allarme sarà lanciato pubblicamente oggi - nell'ambito della giornata di Italia Nostra su «Paesaggio e tutela» - ma è da qualche tempo che il mondo degli urbanisti è entrato in agitazione per quel che sta accadendo in parlamento, e in particolare nella commissione ambiente. Che si appresta a partorire una legge considerata mostruosa da gran parte degli urbanisti e salutata con favore dello stato maggiore dei costruttori (Confedilizia benedicente); una legge il cui fulcro è la sostituzione degli «atti autoritativi» con quelli «negoziali»: in sintesi, l'ingresso ufficiale degli interessi privati nella sede di definizione dei piani urbanistici, quelli che una volta dovevano tutelare l'interesse generale. Proprio oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti, in commissione ambiente, al «testo unificato» sul governo del territorio. Padre della legge è Maurizio Lupi, ciellino confluito in Forza Italia sin dagli esordi del partito Mediaset, già assessore all'urbanistica a Milano e ispiratore anche della legge urbanistica in via di approvazione in Lombardia. E del «modello lombardo» - una vera fonte di ispirazione, così come è successo per la sanità e la scuola - la nuova legge è l'applicazione fedele, a livello nazionale. In primo luogo, si stabilisce che il «governo del territorio» spetta alle regioni, salvando per lo stato centrale solo «gli aspetti direttamente incidenti sull'ordinamento civile e penale, sulla tutela della concorrenza nonché sulla garanzia di livelli uniformi di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali». Il potere legislativo delle regioni avrebbe così assai scarse limitazioni, denuncia Italia nostra che vede nella proposta di legge la sostanziale smentita dell'articolo 9 della Costituzione («la Repubblica tutela il paesaggio»).
    Quanto agli strumenti per «governare il territorio», il successivo articolo 4 della proposta di legge non lascia dubbi, enunciando sin dal titolo quel principio-cardine del «modello lombardo» che è la sussidiarietà tra pubblico e privato. E se in materia sociale questo vuol dire lasciare allo stato solo i rifiuti che il mercato lascia dietro di sé, in materia urbanistica la sussidiarietà alla lombarda si traduce facendo sedere i costruttori e i soggetti privati forti alla scrivania dove si progetta la città: «Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l'adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati, ai quali va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti». Chi sono questi «soggetti interessati»? «Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di `soggetti interessati' ci si riferisca al cittadini e alla cittadina? Qui tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare», scrive Edoardo Salzano sull'Archivio di studi urbani e regionali (n. 77/2003, che contiene un esteso dibattito sulla riforma urbanistica in discussione). E che i «soggetti interessati» siano quelli che hanno «voce e potere», come dice l'urbanista Francesco Indovina, lo conferma anche la relazione di accompagnamento al disegno di legge.
    «E' un testo terrificante», sostiene Vezio De Lucia, che descrive così l'effetto della legge a regime: «il governo del territorio non sarebbe più nelle mani dei poteri istituzionali, ma sarebbe affidato ad `atti negoziali' tra tutti i soggetti interessati, cioè i proprietari fondiari». Il trionfo dell'«urbanistica contrattata», inaugurata per l'appunto nella Milano da bere e in quella del decennio successivo. Tra gli urbanisti l'allarme è diffuso. «Mentre tutte le regioni stanno legiferando, una legge quadro dovrebbe indicare i princìpi generali, questa non lo fa e allo stesso tempo dà persino un accesso di potere alle regioni», commenta Indovina. Intanto la Lombardia marcia da sola verso la sua legge, in attesa della sua consacrazione su scala nazionale.

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