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    Sotto accusa la legge del 19 giugno 2001 che tramuta l'isola in discarica di rifiuti tossici

    Sardegna, "stop alle scorie" nell'urna.

    Consegnate le firme per il referendum
    31 marzo 2004 - Walter Falgio 


    Alle 11.30 in punto un fitto gruppo di persone ha bussato alla porta della cancelleria di Corte d'Appello al palazzo di Giustizia cagliaritano: «Dobbiamo consegnare 16 mila firme. Si può?». Sardigna Natzione, Rete Lilliput, Gettiamo le basi, Gallura no scorie, e ancora, Verdi e Wwf, hanno depositato ieri mattina un pacco zeppo di moduli sottoscritti per richiedere l'istituzione di un referendum abrogativo.
    Si chiede di cancellare una legge regionale che permette il trasporto di scorie in Sardegna per usi industriali, la numero 8 del 19 giugno 2001. Il testo del quesito: «Volete che sia abrogata la norma che consente libero accesso a rifiuti di origine extraregionale da utilizzarsi quali materie prime nei processi produttivi negli impianti industriali sardi?». Una norma che di fatto ha vanificato in aperta contraddizione un'altra legge approvata qualche mese prima, esattamente il 24 aprile, che impediva di stoccare, trattare e smaltire rifiuti esterni in Sardegna.

    «Non possiamo consentire che l'isola diventi una pattumiera con la scusa della produzione industriale», dice il leader di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu. «Negli impianti di Portovesme, per esempio, si trattano i pericolosissimi fumi di acciaieria per produrre irrisorie quantità di zinco». I dati non giustificherebbero l'immissione delle scorie tossiche: «Si sforna solo il 7 per cento di metallo a fronte di un 93 per cento di scorie delle scorie, 180 mila metri cubi che restano inesorabilmente in Sardegna», continua Cumpostu. La soluzione che propongono gli indipendentisti è quella applicata a Malta dove i residui della lavorazione sono restituiti al mittente, le acciaierie, che si dovrebbero occupare dello smaltimento. «Gli scarti del trattamento dei metalli pesanti non sono meno nocivi dell'uranio», ammonisce il verde Attilio Mura, consigliere dell'unico comune isolano che ha appoggiato ufficialmente il referendum, Nuoro: «Alle esigenze di salute dei sardi si antepongono le esigenze di poche aziende che importano migliaia di tonnellate di rifiuti altamente inquinanti e pericolosi per recuperare modestissime percentuali di zinco», recita la mozione approvata dal Consiglio.

    L'iniziativa referendaria è scattata contemporaneamente alla battaglia contro il progetto Jean-Berlusconi di individuare in Sardegna un sito di stoccaggio delle scorie nucleari italiane. Una dura presa di posizione popolare che ha portato il governo a rivedere i suoi progetti. In tre mesi sono state raccolte migliaia di firme e altre ancora sono in partenza per chiedere ai sardi se accettano o meno la presenza di basi militari straniere con armamento atomico. Scontato il riferimento all'installazione per sommergibili americani della Maddalena. A giorni sarà presentato anche questo referendum.

    Se i testi saranno accolti i cittadini si pronunceranno ancora una volta, dopo il 1987, sulla presenza nucleare. Allora l'80 percento dei votanti italiani disse no alle centrali atomiche. L'anno prima un reattore dell'impianto di Chernobyl saltava in aria seminando morte e contaminazione.

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