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Solastalgia, questa sconosciuta

Depressione da crisi climatica? Ecco come curare l’eco-ansia

L’eco-ansia, forma di depressione legata alla degradazione continua dell’ambiente, tocca un numero sempre maggiore di cittadini. Quali soluzioni per uscirne?
4 gennaio 2020
Laury-Anne Cholez
Tradotto da Pietro Anania per PeaceLink
Fonte: reporterre.net - 04 dicembre 2019

Reporterre Li chiamano eco-ansiosi o depressi climatici. Da qualche mese, la loro sofferenza è comparsa sui media generalisti francesi, passando da Libération a Le Monde o ancora France Inter.

Un entusiasmo che infastidisce Jean-Pierre le Danff [1], psicoterapeuta e specialista sul tema da una decina d’anni: «Il fenomeno diventa di moda, come se le persone sensibili all’ambiente non patissero altro che ansia. Ma costoro provano pure tristezza e rabbia. E soprattutto, molte sono ancora nella fase di negazione.» Egli preferisce inoltre utilizzare l’espressione «sofferenza ecologica», che si avvicina al concetto di “solastalgia” [2].

Crisi climatica

Il termine «solastalgìa», che designa una forma di stress psichico o esistenziale causato da cambiamenti ambientali, è stato coniato nel 2003 dall’eco-filosofo australiano Glenn Albrecht [3]. Il ricercatore ha studiato l’impatto dell’attività mineraria sugli abitanti di una valle in Australia. L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente circostante hanno generato un grande stress oltre alla nostalgia del territorio perduto.

Per mancanza di sensibilità, gli psicologi e psichiatri riducono spesso l’eco-ansia ad altri problemi personali

Da allora, il concetto ha fatto parecchia strada, nonostante l’eco-ansia non sia una patologia officialmente riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). I sintomi – angoscia, stress e depressione – non sono nuovi. Ma i fattori scatenanti sono differenti rispetto a quelli dei classici stati di sofferenza psicologica. Non è più la relazione con vostra madre a farvi cadere fra i tormenti dell’ansia, bensì la sparizione degli orsi polari sulla banchisa. E le cattive notizie, sempre più numerose, non fanno che peggiorare il vostro stato. Jean-Pierre le Danff non ha mai avuto tante richieste quanto negli ultimi dodici mesi. Brigitte Asselinau, presidente della Federazione francese di psicoterapia e psicoanalisi constata il medesimo fatto: «Abbiamo sempre più richieste, soprattutto dai giovani adulti. Spesso non si presentano in terapia accusando il problema, ma è scavando a fondo che si scopre l’origine dei loro mali.»

I terapeuti specialisti del tema sono ancora una rarità. Jean-Pierre le Danff ha da anni l’impressione di predicare nel deserto. Charline Schmerber, psicoterapeuta che ha pubblicato un’inchiesta sulla solastalgia [4], ha dovuto immergersi nella letteratura anglosassone per trovare delle informazioni. Sogna di avere il tempo di stilare una lista dei professionisti che si interessano all’argomento per meglio orientare le scelte dei pazienti. «In Francia siamo in ritardo. La ragione è che forse siamo ancora in una fase di negazione.» Un rifiuto che tocca tanto il grande pubblico quanto gli psicologi e psichiatri, piuttosto privi di mezzi di fronte a questi nuovi tormenti. Mancando di sensibilità, costoro spesso riducono l’eco-ansia a problemi personali, famigliari, o a nevrosi infantili. Pierre-Enric Sutter, psicologo a Parigi, racconta di essersi sentito impreparato di fronte alla sua prima paziente desiderosa di mettere le mani nella terra. «Le conseguenze dell’eco-ansia, qualunque psichiatra può trattarle. Ma per comprenderne le cause, bisogna essere in risonanza con il vissuto del paziente.» Secondo Vincent Wattelet, psicologo e coordinatore di un corso di formazione in ecopsicologia in Belgio, i terapeuti classici rischiano di non comprendere esattamente l’origine del male: «Non si tratta di paranoia o delirio, né di deformazione della realtà. Non bisogna normalizzare il problema per incitare la gente ad abituarcisi, ma agire alla fonte del problema stesso.»

L’ecopsicologia, per una riconnessione dell’umano con l’ambiente

Collegare ecologia e psicologia è appunto l’obiettivo dell’ecopsicologia, termine inventato da Theodore Roszak [5], storico e sociologo statunitense. Non si tratta di una nuova disciplina medica, ma di una pratica che insiste sulla riconnessione dell’umano con l’ambiente. Martine Capron, psico-somato-terapeuta ed ecoterapeuta, non ha dubbi rispetto al fare passeggiate nella natura con i suoi pazienti. «Entriamo in risonanza con gli elementi intorno a noi. Si tratta di ritrovare un’ecologia interiore, di lavorare sul corpo e sulle sensazioni. Perché nella nostra società il lato emozionale è spesso messo da parte, preferendo ad esso l’intelletto.»

Questa donna non ha nulla di mistico. Sposata con Jean-Pascal van Ypersele [6], ex-presidente dell’IPCC [7], personaggio di un episodio della web-series “Next”, lavora su questi temi da diversi anni e ha organizzato due congressi – francofoni – di ecopsicologia [8]. Di recente è stata invitata ad animare una conferenza con dei rappresentanti CSR (ovvero “Responsabilità Sociale d’Impresa”, la sigla viene dall’espressione inglese “Corporate Social Responsibility”, ndT) di una ventina di grandi gruppi produttivi come Vinci [9], HSBC [10] e Clarin [11]. Il suo collega Jean-Pierre le Danff ha lavorato d’altronde per la società di consulenza Carbone 4 [12] di Jean-Marc Jacovici, i cui ingegneri sono particolarmente esposti ai tormenti dell’eco-depressione. «Mi sono rallegrato nel constatare che degli ingegneri possano aver questo interesse. Ciò dimostra che le cose cambiano», esclama Jean-Pierre le Danff.

L’eco-ansia tocca maggiormente le classi sociali superiori e istruite

Inquietarsi per il pianeta non è più quindi un privilegio riservato ad una minoranza di hippies decrescisti. D’altronde, se così fosse, nessun media si sarebbe degnato di interessarsi al nuovo concetto di eco-ansia, che tocca in maggioranza classi sociali superiori ed istruite, ben coscienti del cambiamento che occorrerà mettere in atto nel loro stile di vita consumista. Al fine di placare i propri tormenti, i professionisti interpellati consigliano prima di tutto di parlare ai propri amici, alla famiglia, al/la coniuge o ancora sui social network. Parlarne senza esporsi al giudizio, senza passare per Cassandre. «È importante chiamare i malii con il loro nome. Esprimere le proprie emozioni e sentire che non siamo soli. Occorre verbalizzare le emozioni.», afferma Charline Schmerber. Mentre la psicologia classica lavora a livello individuale e personale, l’ecopsicologia conferisce al malessere una dimensione più collettiva. Per questo motivo alcuni terapeuti propongono ai pazienti di unirsi a una ONG o ad una associazione, per fare del lavoro di sensibilizzazione contribuendo ad aprire gli occhi del pubblico sulle problematiche sociali ed ecologiche o lavorando alla costruzione di alternative. Insomma, di agire, per ritrovare un po’ di controllo sul nostro destino e non sentirsi più totalmente impotenti.

Charline Schmerber precisa altresì che l’eco-ansia esprime un’angoscia prospettiva, che ci impedisce di pensare a lungo termine. «Propongo ai miei pazienti di concentrarsi sul presente e sul medio termine. Di lavorare in rapporto ai loro desideri, di chiedersi che persona abbiano voglia di essere nel mondo che verrà.», spiega. Per lei e per tutti gli altri terapeuti interrogati, questa depressione ecologica non è una malattia. Al contrario, diventa il simbolo di uno spirito razionale e inquieto di fronte all’inazione della società rispetto alle drammatiche constatazioni degli scienziati. Charline Schmerber si spinge ancora più in là, comparando gli eco-ansiosi a delle sentinelle d’allarme: «Costoro sono capaci di vedere che il mondo non gira bene. Sono persone sane in un mondo che ignora di essere folle.»

Note: [1] Bienvenu en Ecopsychologie
[2] La solastalgia è un neologismo che descrive una forma di sofferenza mentale o esistenziale causata dal cambiamento ambientale. In molti casi è in riferimento al cambiamento climatico globale, ma anche eventi più localizzati come eruzioni vulcaniche, siccità o tecniche di estrazione distruttiva possono causare la solastalgia.
[3] (PDF) Solastalgia: The Distress Caused by Environmental Change
[4] Changement climatique, eco-anxiété – Apprendre à accueillir ses émotions pour imaginer de nouvelles histoires… Charline SCHMERBER – Praticienne en psychothérapie
[5] Theodore Roszak è stato un accademico e storico statunitense. Conosciuto soprattutto per aver scritto nel 1969, La nascita di una contocultura.
[6] Jean-Pascal van Ypersele de Strihou è un climatologo belga. È professore ordinario di Scienze ambientali all'UCLouvain (Belgio). Come precedente vicepresidente dell'IPCC, Van Yp (come viene chiamato dai suoi colleghi) è uno dei precursori della mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso una forte riduzione del consumo di combustibili fossili.
[7] Gruppo di lavoro intergovernativo sul cambiamento climatico
[8] 2ème Congrès francophone d'Écopsychologie et e Transition Intérieure: ACCUEIL
[9] Società autostradale francese
[10] Istituto di credito internazionale
[11] Multinazionale del settore cosmetico
[12] Carbone 4 - 1er cabinet de conseil spécialisé dans la stratégie carbone
Tradotto da Pietro Anania, revisione di Antonella Recchia, adattamento di Giacomo Alessandroni per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.

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