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    Breda di Pistoia, gli operai colpiti due volte. Dal cancro e dalla giustizia

    L'amianto uccide, anche le coscienze

    Una città che «concerta» con l'azienda, la monetizzazione delle vittime dell'amianto, il veleno con cui si coibentavano i vagoni. Ma la battaglia dei familiari e del magistrato tiene aperta la ricerca di una verità che la scienza ha già dimostrato
    22 giugno 2004 - Federico Sallusti
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    15.06.04

    Elisa è diffidente, al telefono, ne ha già visto troppi di sciacalli intorno al suo dolore. Quando la incontriamo, però, fra le sfumature verdognole delle iridi scorgiamo la serenità di chi morde la vita più di quanto la vita possa aver fatto con lei. Per questo non racconterò il suo dolore, per rispettarne la serenità e perché il dolore narrato perde il contatto con la conretezza delle emozioni. Basti ad ognuno chiudere gli occhi ed immaginare un padre che se ne va, lentamente, mentre la vita di una ragazzina bionda prende velocità e consuma gli ultimi lampi di adolescenza. La storia di Elisa è il particolare di un quadro inquietante, un interminabile stillicidio di rabbia, dove ogni dolore appare chiaro mentre ogni ricerca di una logica si fa nebulosa, va in polvere come le domande alle quali non si riesce a rispondere. E non per codardia o ipocrisia, men che meno per mancanza di volontà. Peggio ancora, per il fatto di trovarsi di fronte ad un muro di illogica follia: ogni cosa appare surreale, assurda, ma sinistramente parte della realtà in cui la verità va ricercata.

    La vecchia fabbrica
    Questa è la storia della Breda di Pistoia, della città stessa e delle migliaia di lavoratori che di Breda vivono e muoiono. Il duomo guarda altero il battistero stretto fra le viuzze del centro e la piazza del mercato, a cui Nanni Loi avrebbe voluto dare dignità di scenografia. L'Ansaldo Breda, già San Giorgio, è un pezzo di storia della città: andando verso la stazione, i vecchi capannoni dismessi a metà anni Settanta, sembrano un monumento d'arte post-industriale, lasciato al dominio del tempo e al ricordo sfocato di qualche anziano, mentre il nuovo stabilimento si mostra dalla superstrada in un bianco reso accecante dal connubio con il sole sparato di inizio estate.
    E' il 1956 quando le Ferrovie dello stato decidono di coibentare con l'amianto le carrozze ferroviarie. L'ordine parte ed arriva repentino alle aziende produttrici, tra cui la Breda. L'amianto è ignifugo, resistente, economico, praticamente una manna dal cielo che consente la botte piena della sicurezza e la moglie ubriaca dei bassi costi. Gli operai della ditta Siri, cui erano appaltate le operazioni di spruzzo della crocidolite, lavorano incessantemente con i compressori - ore a spruzzare polveri di amianto fino a 500 chili per carrozza - senza alcuna protezione, completamente ignari di avere fra le mani la pistola che li avrebbe uccisi. Il reparto era oltretutto in comunicazione con gli altri, non c'erano sistemi che impedissero la libera circolazione delle polveri nocive. «Il vecchio stabilimento Breda era insediato vicino ai nuclei abitati e per il sistema di emissioni adottato, causava esposizione ad amianto anche alle persone che frequentavano la stazione ferroviaria», dice il dottor Enzo Merler (perito della parte civile). Il lavoro continua, vengono confezionate migliaia di vagoni, per quasi venti anni gli operai sono esposti alle polveri, seppure la medicina cominci a destarsi dal torpore delle ipotesi non verificate. All'inizio degli anni Sessanta, infatti, lo studio di Wagner dimostra inequivocabilmente il nesso eziologico fra il mesotelioma pleurico (un tumore maligno incurabile) e le fibre di amianto (soprattutto a quelle della crociodolite, il cosiddetto amianto blu). Se nel mondo scientifico la tesi di Wagner viene accettata e si porta dietro un improvviso cambiamento di rotta nel dibattito sull'amianto, dal dubbio alla certezza, la stessa cosa non si può dire sia accaduta all'esterno. «I lavoratori non sono mai stati informati di nulla», dice Marco Vettori, ex sindacalista alla Breda, ora consigliere comunale. Sta di fatto che la medicina del lavoro, in Italia, si «accorge» del problema amianto a metà degli anni Settanta, cominciando timidamente ad auspicare condizioni più sicure per gli operai esposti alle polveri. Nel 1977 le stesse Ferrovie dello stato caldeggiano prudenza nelle lavorazioni, fin quando, a cavallo fra il 1982 e il 1983 ne cessa l'utilizzo nella coibentazione delle carrozze.
    All'inizio degli anni Novanta cominciano a venire alla luce (poi si scoprì che ce n'erano già stati molti non segnalati) i primi casi di mesotelioma. Il periodo di incubazione della malattia è di circa 20-30 anni. I settori più colpiti sono quelli della cantieristica navale e ferroviaria, oltreché il settore estrattivo amiantifero. Le malattie e le morti attraversano l'Italia, da Balangero nel torinese a Napoli e Taranto, da Livorno a Pistoia e Monfalcone: guarda caso, tutte le zone dove si riscontrano attività industriali amiantifere presentano dati anomali rispetto non solo ai casi di mesotelioma ed asbestosi (e questo sarebbe normale) ma anche di carcinoma polmonare. Il fatto poi che, perlomeno inizialmente, molti casi di mesotelioma conclamato non venivano nemmeno registrati come tali, ma come generici tumori polmonari, ha impedito un pronto monitoraggio del fenomeno (per cui i già drammatici dati emersi risultano approssimabili per difetto). Tardive sono state anche le leggi-tampone apposte sullo squarcio del problema. Dal 1983 - anno in cui una direttiva dell'allora Cee deputava i governi nazionali a prendere provvedimenti legislativi di riduzione e regolamentazione dell'utilizzo dell'amianto - è tutto un susseguirsi di provvedimenti di scarso impatto. Bisognerà arrivare al 1991 e successivamente al `92 per avere una legislazione che ne vietasse l'utilizzo.

    Dal regio decreto al divieto
    La prima legge che tratta le problematiche legate all'amianto è addirittura un regio decreto datato 1943. Esso estende l'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali alla silicosi e all'asbestosi. La legge 1124/64 costituisce il testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, il cui capo VIII prevede disposizioni speciali per l'asbestosi. Nel 1973 una legge fissa l'elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia. Fra le malattie professionali si sottolinea l'asbestosi, che viene correlata al cancro polmonare. Il legislatore mostra di aver recepito la cancerogenicità dell'amianto, mostrato da innumerevoli ricerche scientifiche fin dagli anni Cinquanta. Bisogna attendere il 1986 per trovare una legge, la numero 157, che pone restrizioni all'immissione sul mercato e all'utilizzo dell'amianto blu, ritenuto particolarmente pericoloso. La circolare si propone di abbattere patologie neoplastiche (fra cui il mesotelioma pleurico) correlabili ad esposizioni, anche di lieve entità, all'amianto. Solo nel 1990 vengono però stabilite le linee guida per il contenimento delle emissioni inquinanti degli impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione delle poveri di amianto.
    Le direttive Cee, emesse per tutta la prima metà degli anni ottanta (in particolare la 477/83), vengono recepite solamente nel 1991, quando il decreto legislativo 277 dispone in materia di protezione dei lavoratori dai rischi derivanti da agenti cancerogeni (tra cui spicca l'amianto). Bisognerà quindi attendere l'anno successivo, il 1992, per trovare una legge, la 257, che vieta l'estrazione, l'utilizzo e la commercializzazione dell'amianto.


    Nonostante tutto, il velo di silenzio vola via, sospinto dalle voci che iniziano ad alzarsi e dagli esposti che intasano i tribunali competenti per zona. Accade in tutta Italia, con alterne fortune, accade per la Breda in quel di Pistoia, dove nel 1995 viene presentata una denuncia presso il tribunale. L'iter preliminare è piuttosto travagliato: sull'ipotesi di omicidio colposo per 34 operai morti, il Gup comunica il non luogo a procedere per prescrizione per 17 di essi. La Pm Jacqueline Magi non demorde e si appella contro la decisione. Intanto parte il processo per i casi non archiviati. La Breda perde, nel frattempo, il primo grado del giudizio civile in corso già da tempo e, sentendosi alle strette, alla vigilia del processo di appello firma un accordo con i lavoratori sponsorizzato dal comune di Pistoia, il quale piuttosto che presentarsi come parte lesa nel processo penale (come aveva richiesto Vettori), preferisce la linea del dialogo con l'azienda. La Breda si impegna a risarcire le famiglie dei deceduti e i malati che le avevano fatto causa (anche perché l'Inail aveva riconosciuto loro i benefici per le malattie professionali, accorgendosi, tra l'altro, che la Breda non aveva mai pagato i relativi contributi). La risoluzione «amichevole» del processo civile probabilmente influisce - non era forse uno degli intenti dell'accordo? - su quello penale, la cui storia si fa complicata e travagliata più di quanto non fosse. La Magi riesce a far riemergere dall'archiviazione i casi che il Gup aveva considerato prescrittibili (un processo Breda bis partirà a ottobre) e, tra mille difficoltà, prosegue i dibattimenti in aula. Il processo vede imputate otto persone, tra capi e dirigenti aziendali - quattro delle quali decederanno per mesotelioma, senza arrivare a sentire la sentenza che li scagionerà - ma agli occhi dell'opinione pubblica e della storia è la Breda stessa che siede sul banco degli imputati.

    Il comune e l'azienda
    La verità spesso complica le cose. Il rapporto stretto, quasi perverso, della città con l'azienda crea intralci e problemi comprensibili e non. Molti operai rinunciano a testimoniare (dopo i risarcimenti), le istituzioni cercano la via morbida degli accordi piuttosto che presentarsi parte civile (proprio mentre la Breda è alle strette). La Magi non cede alle difficoltà, così come non demordono tutti coloro che decidono di spendersi per la causa, da Vittori all'avvocato Carlo Scartabelli. I periti di parte, tra cui Stefano Silvestri (epidemiologo del centro di medicina del lavoro di Firenze) cercano di ribattere scientificamente - peraltro senza difficoltà - alle ipotesi superate di quelli della difesa, pronti ad arrampicarsi sugli specchi di teorie sorprendenti, pur di nascondere un nesso evidente fra le morti e l'attività industriale. Il processo è lungo, la lotta snervante e portata avanti fra pressioni di vario genere (Vittori riceve una lettera intimidatoria, con minaccia di licenziamento, dalla Breda e alla Magi problemi ambientali non mancano). La Breda negò che i suoi lavoratori (gli spruzzatori erano della Siri) fossero a contatto con l'amianto, salvo poi riconoscere - ma solo di fronte alle rinvenute comunicazioni di un addetto alla sicurezza, che segnalava la presenza di polveri in molti reparti - il contrario. I legali dell'azienda hanno cercato di dimostrare come nel nuovo stabilimento vigessero misure di sicurezza migliori, se non fosse che nessuna legge regolava i limiti di esposizione (chi può, quindi, stabilire secondo quali criteri queste misure fossero «migliori»?). Il processo è comunque finito con la sentenza di assoluzione (le motivazioni si conosceranno fra circa due mesi), la Breda si è alzata dal banco degli imputati forse persino più pulita di prima agli occhi di molti disattenti.

    Omissioni colpose
    In Italia, la legge che vieta l'utilizzo dell'amianto risale al 1992 con un ritardo di nove anni rispetto alla direttiva Cee sull'argomento. Ciò consente oggi sentenze come quella di Pistoia (e molte altre) - lasciando al giudice la possibilità di scagionare «chi non poteva sapere». I responsabili di queste (e purtroppo molte altre) omissioni hanno condannato a morte centinaia di persone, alla disperazione coloro che oggi vedono i risultati di esami citologici che sono sentenze ben più dure di quanto poteva esserlo quella di condanna della Breda, all'angoscia tutti coloro che ci hanno lavorato. Costruiscono il dolore di tutti quelli che, come Elisa, hanno dovuto lottare più del dovuto. Eppure molti lo dicevano, molti lo sospettavano, molti parlavano, forse nessuno è stato capace di ascoltare, o forse peggio, chi ha ascoltato non ha voluto si sapesse troppo. Il silenzio uccide, e uccide lentamente.

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