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    L'anidride spicca il volo

    I viaggi low cost hanno fatto lievitare il traffico aereo e l’inquinamento continua a salire, Nell'indifferenza dei governi
    15 settembre 2004 - Marinella Correggia
    Fonte: www.Dweb.it
    La Repubblica delle donne
    11,09.04

    . I prezzi dei biglietti aerei, soprattutto sulle brevi distanze, corrono indefinitamente verso il basso. Così, si sceglie di volare anche su distanze che un treno percorre in quattro o cinque ore. A farne le spese è l’ambiente: l’aereo inquina molto, molto di più, come ha dimostrato qualche tempo fa uno studio sul tragitto Roma-Milano dell’Istituto Ambiente Italia. Il traffico civile è aumentato del 7 per cento l’anno dal 1988 a oggi. Ogni anno si spostano sulle nuvole circa 30 milioni di tonnellate di merci (dati tratti da Clima tempestoso. 101 soluzioni per ridurre l’effetto serra, di Guy Dauncey e Patrick Mazza, Muzzio editore). E se continua l’attuale tasso di crescita di passeggeri per chilometro, nel 2020 gli aerei consumeranno il 250 per cento di combustibile in più rispetto a ora (dati Ocse).

    Il cielo si è ammalato

    “Tantissimi voli, prezzi bassissimi” è dunque un circolo ecologicamente vizioso. Il traffico aereo è di gran lunga la fonte di emissioni di gas serra che cresce più in fretta; dunque è tra le minacce più gravi all’ambiente globale, oltre che alle orecchie di chi abita vicino agli aeroporti, anch’essi sempre più numerosi. Ben Matthews, ingegnere ambientale e ricercatore all’Istituto di astronomia e geofisica dell’università belga di Louvain, ha creato il sito www.chooseclimate.org, ovvero “scegli il clima”. Scrive: “Giri su Internet alla ricerca del volo più economico? Vuoi andare in luoghi caldi in inverno? Ti interessa una conferenza sul futuro del mondo? Bene, scopri da te qual è il vero prezzo del viaggio aereo che vuoi fare. Scopri che è il modo più rapido per stare al caldo per sempre, e precludere un futuro all’umanità”. Due clic su una mappa, e un apposito modello di calcolo, il Java climate model, permette di scoprire all’istante il nostro contributo individuale, per il tragitto indicato, all’effetto serra. Basta qualche migliaio di chilometri sulle nuvole per produrre più anidride carbonica (o CO2, il principale gas serra) di dieci contadini del Bangladesh in un anno di vita, considerati tutti i loro consumi. Il modello fornisce altre notizie: quanto kerosene occorre per ogni viaggiatore (dividendo per il numero dei passeggeri le decine di migliaia di litri necessari a un Jumbo); quanto costerebbe un biglietto se del prezzo facessero parte le tasse; quanta parte
    del totale delle nostre emissioni sostenibili di CO2 (cioè per riscaldarci, viaggiare, mangiare, consumare) ci giochiamo con un dato percorso aereo. In un tragitto Roma-Londra e ritorno, quasi esauriamo il nostro diritto alle emissioni per un intero anno (cfr anche www.bancadelclima.it).
    I velivoli vanno a kerosene, un carburante di origine fossile. Spiegano Guy Dauncey e Patrick Mazza: «Gli aerei commerciali generano 600 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Rilasciano ossidi di azoto direttamente nella troposfera (la parte inferiore dell’atmosfera, sede dei fenomeni
    meteorologici); qui si ossidano nell’ozono troposferico che, a quell’altezza, funziona come potente gas serra. Provocano scie dense di vapore acqueo che, portando alla formazione di cirri, bloccano il calore all’interno dell’atmosfera». Così, secondo i calcoli di Paul Wennberg del
    California Institute of Technology, il trasporto aereo arriva a incidere per un 10 per cento sul totale dell’effetto serra. Volare inquina anche chi vive a terra: non solo con il monossido di carbonio
    e le polveri totali sospese, ma soprattutto con il rumore. Contro i voli notturni, in Gran Bretagna gruppi di cittadini protestano periodicamente in pigiama, incoraggiati dalla campagna Green Skies (cieli verdi). In Italia è nota la battaglia di molti comuni piemontesi contro l’ingigantirsi di
    Malpensa. Esempio di quelle “grandi opere” che tanto piacciono ad alcuni governanti, gli aeroporti italiani crescono in numero e dimensione.

    Il 6 giugno ne è stato inaugurato uno a Olbia, il 20 luglio è stata la volta di Crotone, il 15 luglio della cargo city di Fiumicino. Quale località nonvuole uno scalo aereo, anche solo per questioni di prestigio? Proseguendo su questa strada, l’effetto serra da aviazione civile potrebbe triplicarsi entro il 2050 rispetto ai dati del 1990: la maggiore efficienza energetica degli aerei moderni e i passi avanti della tecnologia verranno
    annullati dalla crescita dei voli.

    Bassi costi a caro prezzo

    Se i biglietti aerei costano poco, incoraggiando le ali anziché le rotaie, è a causa di due anomalie inquietanti. La prima: mentre la benzina è pesantemente tassata, il kerosene è esentasse ovunque nel mondo. Le regole poste dall’Organizzazione internazionale per l’aviazione civile (Icao), organismo dell’Onu finalizzato a promuovere il trasporto aereo, impediscono ai singoli Paesi di cambiare la situazione. Questo dà un vantaggio ingiusto all’aereo rispetto ad altri mezzi, per esempio il treno. «Grazie all’assenza di una tassa sul carburante aereo o di qualunque prelievo basato sulle emissioni, le compagnie aeree possono tenere i prezzi dei biglietti artificialmente bassi. In questo modo, però, il costo dell’inquinamento grava sull’intera società anziché sul solo passeggero”, spiegava anni fa la Campagna internazionale per un giusto prezzo del trasporto aereo. (fu avviata da Friends of the Earth. Ora è stata sostituita da Green Skies,
    Cieli verdi, molto più moderata: si limita a contestare i voli notturni). L’esentasse è una pacchia per gli aerei, che richiedono soprattutto carburante, rispetto ai treni, dove è necessario invece più personale (moltoì tassato). Del resto si stima che, in Europa, il settore dell’aviazione riceva 42 milioni di dollari l’anno fra sovvenzioni dirette o indirette, quasi fosse la Croce Rossa. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), organismo tecnico dell’Onu che si occupa di effetto serra, dedicò nel 1999 il suo primo studio di settore proprio all’impatto dell’aviazione
    civile. Scatenando le ire del business aereo e petrolifero, il rapporto suggerì di “adottare politiche di sostituzione con altri mezzi di trasporto” e “disincentivare l’uso disinvolto del trasporto aereo con tasse o prelievi ambientali e con il commercio dei diritti di emissione”. Non se ne fece
    nulla.


    Ed ecco la seconda anomalia: la fonte di emissioni di gas serra più veloce del mondo è paradossalmente rimasta fuori del Protocollo di Kyoto (1997) sulle riduzioni obbligatorie dei gas. La comunità internazionale non si è accordata su dove allocare il rilascio di CO2 per i voli internazionali: Paese di partenza, Paese di arrivo o Paese che ha venduto il kerosene? Con in favoritismi di cui gode, secondo la Commissione ambientale d’inchiesta (Eac) della House of Commons (la Camera bassa britannica), nel 2050 il solo settore dell’aviazione rappresenterà ben il 66 per cento delle emissioni del Paese. Il governo inglese, unico in Europa, si è dato (Libro bianco sull’energia) entro il 2050 l’obiettivo di ridurre del 60 per cento rispetto al 1990 le emissioni, per rispondere all’obiettivo di “salvezza climatica” indicato dall’Ipcc. “Ma perché mai gli altri settori economici dovrebbero accettare un costoso taglio di emissioni, mentre il comparto aereo avrebbe il permesso di triplicare il contributo al cambiamento climatico fra il 1990
    e il 2050? Non includere gli aerei significa non poter raggiungere questo obiettivo di riduzione globale”.Con questa critica, contenuta in un rapporto del giugno 2004, la Sustainable Development Commission (Sdc) nominata dal governo britannico si è opposta al
    Dipartimento governativo del trasporto aereo che, nel dicembre 2003, ha pubblicato il Libro bianco sul futuro degli aerei (Atwp). Per la verità, il rapporto ufficiale auspica l’inclusione entro il 2008 del settore aereo nello Schema europeo di obiettivi per la riduzione delle emissioni (Euets:
    European Union Emissions Target Scheme) e, in prospettiva, in un sistema globale di controllo. Se il settore aereo fosse costretto a comprare sul mercato un’enorme quantità dei diritti di emissione (poiché non riesce a ridurle), allora i prezzi dei voli crescerebbero, e la domanda scenderebbe. La Sdc e i gruppi ambientalisti britannici, riuniti nell’Aviation Environment Federation (Aef), chiedono di imporre anche all’aviazione nazionale e internazionale l’obiettivo riduzione entro il 2050. Ma non si fidano del governo, e temono che l’inserimento slitterà almeno al 2013. Spiega Jonathan Porritt, che ha firmato il contro-rapporto Sdc: “Il solo strumento di politica ambientale efficace sono le tasse ambientali e i permessi di emissione controllati. Poi ci vuole un’opera di sensibilizzazione pubblica sul fatto che il trasporto aereo non può crescere a questi ritmi, e politiche per limitarlo. Ma il Libro bianco di tutto ciò non parla. Anzi, è favorevole a nuovi aeroporti, a causa della saturazione di quelli esistenti”.
    Emissione possibile
    Le compagnie aeree si oppongono alla tassazione del kerosene con il pretesto
    che «i poveri dovranno pagare di più i biglietti». In realtà, un simile provvedimento introdurrebbe il “giusto prezzo” (maggiorato). Ma solo se fosse adottato internazionalmente: altrimenti gli aerei andrebbero ad approvvigionarsi esentasse nel più vicino paradiso fiscale del kerosene. Anni fa i ministri delle Finanze dell’Ue discutevano di una tassa sui carburanti aerei entro i confini europei. Nulla, però, venne fatto, per l’opposizione di Spagna e Irlanda. Poi l’Ue ha pensato a un supplemento sul biglietto, basato sulla distanza e sulle emissioni per km, con un sovrapprezzo per decollo e atterraggio che sono le fasi più energivore. Gli introiti sarebbero stati destinati agli Stati membri o a un fondo climatico internazionale, per mitigare (ma come?) l’impatto della crescita degli oceani dovuta all’effetto serra. Anche in questo caso, non se ne parlò più. E così, a tutt’oggi, è la Norvegia l’unico Paese ad avere un prelievo basato sulle emissioni per i voli nazionali. E se si includessero i velivoli nel Protocollo di Kyoto? Alle linee aeree
    sarebbe permesso un tot di emissioni di CO2, e per il sovrappiù dovrebbero acquistare sul mercato mondiale diritti di emissione, scaricandone i costi sui biglietti (con un duro colpo al low cost). Questa è anche la proposta del Global Commons Institute, Istituto per i beni comuni globali (Gci). Sul fronte italiano, una buona notizia arriva per le orecchie di chi abita vicino agli aeroporti. Spiega Carlo Gerosa, esperto di acustica ambientale che ha lavorato per Ambiente Italia e i comuni piemontesi sulla traiettoria di Malpensa: «La direttiva europea 2002/49CE relativa al rumore ambientale, recepita dall’Italia, migliorerà la tutela dei cittadini, con procedure uniformi per rilevare il rumore e l'introduzione di tre fasce orarie: diurna, serale e notturna». Intanto il 29 luglio scorso è stata bocciata in Senato la proposta di governo e maggioranza di una tassa da un euro (il ricavato sarebbe andato ai comuni) su ogni passeggero imbarcato sugli aerei e di 0,01 euro per ogni chilogrammo di merce imbarcata.

    Il paradosso del verde

    Insomma: ce n’è abbastanza per suscitare indignazione. Invece, con l’eccezione della Gran Bretagna, politici e movimenti ambientalisti mantengono, in materia di insostenibilità aerea, un assordante silenzio. C’è chi si pronuncia, ma poi scivola sulla classica buccia di banana: una
    deputata verde tedesca, poco dopo aver pronunciato un discorso sull’inquinamento aereo, si imbarcò per una tratta che in treno avrebbe richiesto tre misere ore. Un dirigente ambientalista italiano, dovendosi recare da Roma a Verona (5 ore di treno), volò a Venezia dove lo aspettava
    un’auto. Il viaggio di ritorno si svolse in modo identico. Insomma: se impostare una campagna di massa “meno aerei più ossigeno” è difficile, è anche perché quasi tutti hanno la coda di paglia: almeno nel privilegiato Occidente, viaggia sulle nuvole ogni categoria, verdi e alternativi compresi, verso destinazioni vicinissime e lontanissime,prendendo a pretesto la mancanza di tempo ma in realtà rincorrendo le tariffe superscontate. Non sono senza peccato i partecipanti ai viaggi di turismo “sociosostenibile” (che non tiene mai conto del peso ambientale dell’aereo). Né gli attivisti ambientalisti o no global: hanno contribuito all’inquinamento le masse dirette verso i Forum sociali di Porto Alegre e Mumbai, il Vertice sull’ambiente di Johannesburg (1992), l’incontro interplanetario indigeno, l’assemblea pacifista, il controvertice commerciale.

    La guerra fa male

    Un discorso a parte meritano gli aerei militari. Nel 2003, durante il conflitto Usa-Iraq, i ciclisti della Critical mass torinese, con gli scienziati della Società meteorologica italiana, hanno calcolato quanto contribuisce all’effetto serra una guerra aerea. Base per le stime è stata quella del Golfo, 1991. Si è partiti dalla considerazione che un aereo da caccia tipo F-15E Strike Eagle o F16 Falcon consuma circa 16200 litri/ora; un bombardiere B52, 12000 litri/ora; un elicottero da combattimento tipo AH64 Apache, 500 litri/ora. Su queste basi, si è calcolato che un mese di guerra soprattutto aerea porti l’emissione di 3,38 milioni di tonnellate di CO2: l’equivalente dell’effetto serra totale provocato in un anno da una città di 310 mila abitanti!

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