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    L'azienda di Giovanni Locanto accusata di aver smaltito tonnellate di terriccio tossico a Rovigo

    Reati ambientali, indagato il numero uno di Enipower. Si scava in Polesine

    2 novembre 2004 - Andrea Milluzzi  

     

    Sono storie già viste, fatte di intrecci e degradi che si ripetono ciclicamente, spesso negli stessi luoghi e con gli stessi attori. Due su tutti: le fonti energetiche (e chi le amministra) e l'ambiente, vittima sacrificale dello sviluppo industriale. Questa volta è finito nel mirino della magistratura niente meno che Giovanni Locanto, amministratore delegato di Enipower, la divisione operativa dell'Eni che svolge la sua specifica attività nella generazione e vendita di energia elettrica. Il suo nome è finito nel registro degli indagati della procura di Rovigo, dove il pm Manuela Fasolato sta indagando sullo smaltimento dei terreni tossici, o presunti tali, provenienti dal petrolchimico di Mantova.

    Questi i fatti: fra il dicembre 2003 e il marzo 2004 sono stati scaricate in un'area destinata alla costruzione di un cantiere navale della società Cantiere Navale Polesano, a Biconca di Volta Grimana a Loreo, frazione di Rovigo, 150mila tonnellate di terra e sassi, 52mila delle quali provenienti dal sito del petrolchimico di Mantova, dove Enipower sta concludendo le fasi di apertura di una nuova centrale turbogas da 780 megawatt. Tali rifiuti erano stati dichiarati «non pericolosi» sia dai tecnici dell'Arpav, sia dal settore ambiente del Comune, ma non avevano convinto del tutto la magistratura. Il sospetto era che quelle 52mila tonnellate non fossero proprio "pulite" e che quindi fossero state trasferite senza le dovute autorizzazioni e i dovuti controlli.

    Quello che a Mantova sta cercando di capire anche Rifondazione comunista, il cui capogruppo in consiglio comunale, Matteo Gaddi, ha presentato sul tema 2 interpellanze. La prima, del 30 aprile scorso, chiedeva che il comune si attivasse per fare chiarezza sulle modalità di smaltimento dei terreni scavati nelle aree III e IV dello stabilimento del petrolchimico: le aree in questione sono quelle dove è stata costruita la mega centrale turbo-gas e le analisi sono state svolte dalla stessa Enipower. Le rilevazioni però sono state svolte, diversamente da quanto fatto nelle altre aree del sito, su un campione di terreno preso ad un metro di profondità, come documentato dalle relazioni della società. Tale misura non permette di riscontrare l'eventuale presenza di diossine e Pcb (elementi tossici assai pericolosi per l'ambiente e per la salute degli abitanti), secondo quanto prevede il decreto ministeriale che regolamenta la profondità di prelevamento (10 centimetri è la misura utile) e secondo quanto ritengono gli esperti del settore, come l'ingegner Paolo Rabitti, membro della commissione tecnica che lavora sul caso. La seconda interpellanza riguarda un'altra stranezza: la procedura, e la fretta, con cui il comune di Mantova ha concesso l'autorizzazione all'Enipower per la costruzione del turbogas (oggetto anche dell'inchiesta di Milano partita quest'estate, come riportato al tempo dei fatti da Liberazione): tale autorizzazione infatti è stata data dal comune di Mantova all'Enipower 6 mesi prima che il ministero dell'ambiente completasse lo studio dell'impatto ambientale. L'area del petrolchimico è stata inserita inoltre nel novero dei siti inquinati, ma il comune ha affidato le analisi a Enipower che le ha completate prima che il ministero avesse provveduto alla perimetrazione del sito. Con i risultati che stanno emergendo: «L'inchiesta di Rovigo sta svelando quello che sospettavamo - ha commentato Matteo Gaddi - E se si riscontreranno illeciti la giunta comunale avrà le sue colpe, visto che ha sempre approvato e avvallato i metodi usati da Enipower e ha sempre tranquillizzato i cittadini sbandierando i risultati delle analisi svolte nei terreni».

    Il 7 ottobre è scattato quindi un blitz dei carabinieri del nucleo operativo ecologico di Venezia e della guardia forestale di Adria che si sono recati a Mantova per sequestrare i documenti relativi allo smaltimento del materiale, campioni di terreno da analizzare ed i documenti dell'Arpa e del comune di Mantova che attestassero la validità delle analisi svolte da Enipower. L'azione delle forze dell'ordine si è conclusa a Verona, Trento e Brescia, con la "visita" nelle sedi delle società che hanno contribuito a portare a Loreo il restante materiale. Insieme a Locanto sono stati iscritti nel registro anche altri due funzionari di Enipower, Alberto Martarello e Marcello Maria Mambretti, più altri 4 soggetti coinvolti a vario titolo della gestione e della costruzione del cantiere di Loreo.

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