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    Buon senso atomico

    Tutti hanno trovato conforto nelle parole di Silvio Berlusconi, improvvisate e persino autolesioniste rispetto al suo stesso elettorato. Ma sono mesi che la campagna per un nuovo nucleare si fa strada, utilizzando alcune menzogne e molti non detti. Prendiamo appunto la questione del cosiddetto «nucleare di quarta generazione».
    24 gennaio 2005 - Franco Carlini
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    22.01.05

    «Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune» scriveva Alessandro Manzoni e questa è la penosa situazione del dibattito italiano sull'energia nucleare. Che conosce un paradosso ulteriore: che i filo nucleari si attribuiscono abusivamente il titolo di essere razionali, mentre gli «anti» sarebbero emotivi e irrazionali. Questa la musica che suonano concordemente il fisico Tullio Regge («E' l'ora di smetterla di raccontare frottole»), l'ex ambientalista Chicco Testa, il presidente dell'Enel Scaroni, Enrico Letta della Margherita. Tutti hanno trovato conforto nelle parole di Silvio Berlusconi, improvvisate e persino autolesioniste rispetto al suo stesso elettorato. Ma sono mesi che la campagna per un nuovo nucleare si fa strada, utilizzando alcune menzogne e molti non detti. Prendiamo appunto la questione del cosiddetto «nucleare di quarta generazione».

    L'obiettivo è di mettere a punto tecnologie intrinsecamente sicure che producano meno scorie e che sia convenienti dal punto di vista economico. La sicurezza intrinseca verrà assicurata da forme di autospegnimento dei reattori, quando essi disgraziatamente finiscano in situazioni critiche; le scorie di lavorazione devono essere poche non solo per ridurre i problemi della loro conservazione, ma anche per evitare che esse possano essere utilizzate per produrre armi nucleari; il basso costo di gestione è necessario perché l'energia nucleare finora prodotta ha costi elevatissimi, quando si mettano nel conto anche le spese di smantellamento delle centrali obsolete e di deposito e trattamento delle scorie. Le valutazioni degli esperti (ultimo uno studio filo nucleare dell'università di Chicago della scorsa estate) valutano che questi reattori, per i quali esistono almeno sei modelli in competizione, non saranno disponibili («provati» e pronti per il mercato) prima del 2025. Anche chi creda nella tecnologia che tutto risolve dovrebbe razionalmente e per l'intanto attrezzarsi diversamente. Quella di Berlusconi dunque non è una ipotesi realistica né concreta, ma solo l'ennesima suggestione da palcoscenico dove l'uomo volta per volta si adatta ai desideri percepiti degli interlocutori. Essa trova fondamento tuttavia in un altro pernicioso ragionamento che suona così: il trattato di Kyoto ci impegna a ridurre le emissioni di CO2; noi Italia non saremmo tanto d'accordo (in perfetta sintonia con gli Stati Uniti), ma se proprio lo volete fare sappiate che la bolletta della luce costerà di più (Scaroni) e che comunque l'unica vera e pulita soluzione è appunto il nucleare. Non stiamo a trastullarci con le energie alternative e con la riduzione dei consumi.

    Questa campagna in effetti non mira tanto a riproporre l'industria nucleare italiana cui non crede davvero nessuno che al massimo si tradurrebbe nell'importazione di tecnologie nippo-americane, quanto a ridimensionare o azzerare gli obblighi di Kyoto. Per il colpevole ritardo nell'attuazione di quel protocollo l'Italia nei giorni scorsi è stata deferita alla Corte europea di giustizia insieme ad altre nazioni faro di civiltà come Francia e Germania. Una strada è appunto quella di sventolare l'illusione dell'atomo, l'altra, più radicale, riproposta di recente dal Sole-24 ore, è quella di negare in radice il problema. Abbiamo appreso dunque con vero interesse che «il riscaldamento globale è una possibilità futura e incerta» e che al riguardo «non esistono certezze». Lo sostiene il prof Emilio Gerelli, già sottosegretario all'ambiente nel governo Dini e il quotidiano di De Bortoli contorna tanta sicumera con il caso dello scrittore di Sf Michael Crichton, autore di un recente romanzo State of fear dove gli ambientalisti fanno la parte dei cattivi, ideologici e fanatici.

    Razionalità vorrebbe che i professori di economia ambientale e gli scrittori di romanzi a ispirazione scientifica si documentassero su ciò di cui scrivono. Scoprirebbero per esempio che tra il 1993 e il 2003 sono stati pubblicati 923 articoli su riviste scientifiche di rilievo sul tema del cambiamento climatico e che non uno di questi mette in discussione i due «pilastri» del protocollo di Kyoto. Ovvero (1) che il riscaldamento globale già c'è, checché ne pensi Gerelli, e (2) che esso è almeno in parte di origine umana - colpa nostra insomma e della nostra imprevidenza. Chissà perché la scienza tutti la elogiano ma la mettono da parte quando le sue previsioni razionali potrebbero servire a rimodellare le proprie scelte.

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