Iniziative
Appello al Presidente della Repubblica affinche' il 2 giugno sia festa della Costituzione. Senza parata militare
Per aderire all'iniziativa: scrivere lettere recanti il testo dell'appello al Presidente della Repubblica (all'indirizzo di posta elettronica: presidenza.repubblica@quirinale.it, ricordando che si deve firmare con il proprio nome, cognome e indirizzo completo, altrimenti le lettere non vengono prese in considerazione), e comunicare a "La nonviolenza e' in cammino" (e-mail: nbawac@tin.it) di avere scritto al Presidente.
18 maggio 2006
Giorgio Bocca: "Le parate militari sono il gioco preferito dei potenti. E l'Italia ha ridato fiato e tamburi al trombonismo nazionalista"
La festa del 2 giugno. Le intenzioni sono buone, i risultati a volte grotteschi. A cosa serve la sfilata militare? A far vedere agli italiani e al mondo che militarmente siamo un paese di terza fila? Ancora i fanti, i marinai, gli alpini, i finanzieri e questa volta, come novità, i nostri carri armati Ariete, i nostri blindati, una decina tirati al lucido. Alla parata militare non resisteva neppure Mussolini alla vigilia della guerra: non avevamo il radar, non avevamo aerei in grado di reggere il confronto con quelli inglesi o tedeschi, non avevamo cannoni anticarro eppure la sfilata militare era d'obbligo. Sui Fori Imperiali con gli addetti militari stranieri in tribuna d'onore, ad annotare nei loro quaderni che i nostri blindati erano 'scatole di sardine'. Si era alla vigilia della guerra e a palazzo Venezia si tenevano questi colloqui demenziali fra il duce e il capo di Stato maggiore: "Come stiamo ad artiglieria?". "Duce sarebbe da rinnovare completamente". "Perché non lo si fa?". "Duce dovevamo farlo cinque anni fa. Adesso non c'è più tempo e come cinque anni fa non ci sono i soldi". Il duce passa all'aviazione. A che serve la sfilata militare? A far vedere nel cielo dell'urbe le fiamme tricolori che tanto piacciono al cavalier Berlusconi che continua imperterrito a servire pranzi di gala tricolori ai suoi ospiti, anche ai Bush pasta tricolore e gelato tricolore, crema, pistacchio e fragola. Le parate militari sono il gioco preferito dei potenti. L'anniversario dello sbarco alleato in Normandia ha rinnovato parate militari di tutti i tipi, nostalgiche e avveniristiche, con baldi giovanotti e reduci ottantenni, con il risultato di far capire a tutti, ai reduci ma anche a chi per sua fortuna non c'era, quale orrendo massacro sia stato quello delle migliaia di giovani mandati a sicura morte sulle spiagge della Normandia. Piacciono ai governanti e magari anche ai sudditi le parate militari che fanno parte del mercato della paura su cui ancora si fondano gli Stati. Piace rimettere in moto l'inganno del falso patriottismo. Durante la guerra partigiana la parola eroe era sconosciuta. Perché quella era una guerra che si faceva perché non si facessero più guerre. Oggi è tornata di uso corrente, è un eroe anche il cuoco napoletano assassinato in Arabia saudita dai terroristi, al suo funerale è andato mezzo governo, il Cavaliere ha pianto, la famiglia chiedeva i funerali di Stato. È arrivato anche il cuoco Vissani con una delegazione della categoria in berretti bianchi a soufflé. I simboli del potere sono tanto più necessari quanto più il potere è debole, ma oggi corrono il rischio del ridicolo: il povero Ciampi con il braccio al collo (alla nostra età, presidente, non si corre più, soprattutto per le scale del Quirinale che sono marmoree e scivolose), il buon Ciampi in mezzo ai cortigiani di Silvio che quando vanno in visita ai nostri soldati a Nassiriya indossano giacche militari mimetiche e giubbotti anti-proiettile, camminano a passo marziale e persino con qualche corsetta, come i bersaglieri in congedo nelle loro sfilate. Insomma, l'Italia che ha ridato fiato e tamburi al trombonismo nazionalista. Che risulta particolarmente sgradevole perché continua nello sporco gioco di compiersi alle spalle dei sudditi. Fra le molte dichiarazioni presidenziali di questi giorni c'è stata anche questa: "Manderemo nuovi soldati in Iraq, magari spostandoli dai Balcani". Ecco, il fatto che un uomo di governo possa ostentare il potere di mandare dei giovani a rischiare la vita per i suoi interessi politici, per farsi bello agli occhi di Bush, ci fa ripetere il lamento dei garibaldini: "Ah non per questo dal fatal di Quarto". Questo scriveva sull'Espresso Giorgio Bocca al tempo del governo Berlusconi http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/567768&idCategory=4789
Note: Oggi i radicali dicono - tramite la voce di Daniele Capezzone - che opporsi alla sfilata militare del 2 giugno sarebbe come "timbrare il cartellino dell'antimilitarismo". Ma leggiamo quello che facevano non molti anni fa i radicali in occasione della parata militare del 2 giugno... La storia del radicale Rovasio è a tal proposito illuminante. Sergio Rovasio è nato a Torino nel 1961. Ha iniziato la sua attività militante nel Partito Radicale di Torino all'età di 16 anni partecipando, alla fine degli anni '70 alle marce nonviolente contro il nucleare. Nell'autunno del 1983 ha iniziato la sua collaborazione con Emma Bonino presso la Segreteria del Partito Radicale, in occasione della campagna contro lo sterminio per fame nel mondo. Nel giugno del 1988 insieme a Paolo Pietrosanti e Ivan Novelli ha ideato la campagna "pioggia artificiale sulla parata militare" annunciando che il giorno della parata militare del 2 giugno i radicali avrebbero, grazie ai moderni mezzi tecnologici aerei, causato una pioggia artificiale su Via dei Fori imperiali a Roma. "Su Roma - ricorda Rovasio - cadde il diluvio esattamente alle ore 9 del mattino, ora di inizio della parata, che smise esattamente alle ore 12 quando la parata terminò. I mass-media italiani e la stampa estera dedicarono a questa iniziativa molto spazio domandandosi se si trattò di burla oppure no. Il Ministero della Difesa italiano diverse volte dovette smentire che ciò si potesse effettivamente realizzare". A. M. Fonte: http://www.radicalparty.org/member/rovasio.htm
Parole chiave:
radicali, parata militare del 2 giugno
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