Copenhagen: le ragioni di un insuccesso
22 dicembre 2009
Antonio Longo (Membro della Segreteria Nazionale del Movimento Federalista Europeo - Direttore del Circolo di cultura politica "Altiero Spinelli" - Milano)
Quando un vertice così atteso si chiude con un accordo pressoché inesistente, un inevitabile senso di frustrazione e di impotenza pervade l'opinione pubblica, perfettamente consapevole del fatto che è in gioco il bene pubblico mondiale per eccellenza: il futuro di questo pianeta, a partire dalle prossime generazioni. Ogni ‘gioco’ che riguarda la società nel suo complesso, nella sua parte più piccola (un semplice quartiere) come nella sua più grande (il mondo intero) viene giocato, come sempre, con le regole della politica. Ma le regole della politica che conosciamo sono ancora quelle della politica nazionale, mentre il bene pubblico in discussione - la salvezza del pianeta - è mondiale. Qui sta la vera contraddizione, che quasi nessuno mette in evidenza, riducendo il tutto alla buona o la cattiva volontà dei governanti. Il problema non è tanto la loro buona o cattiva volontà, quanto il quadro di potere entro il quale agiscono. Se il quadro politico è nazionale, il loro punto di vista non può che essere nazionale. Xie Zenhua, capo-delegazione cinese a Copenhagen, lo ha detto in modo chiarissino: “Noi cinesi abbiamo preservato il nostro interesse nazionale e la nostra sovranità”. Ma anche gli altri, americani, indiani, e via di seguito, ragionano allo stesso modo: al tavolo di qualsiasi trattativa internazionale ogni capo di governo si pone sempre il problema di cosa porta a casa per il proprio paese, non per l’intera umanità. Gli Europei questo problema ce l’hanno in forma limitata, semplicemente perché non hanno un governo europeo degno di questo nome. Esistono come francesi, tedeschi, inglesi, italiani, ecc., ma in quanto tali non esistono politicamente quando il gioco diventa mondiale.
dopo il fallimento di Copenhagen: che fare?
Se oggi si vuole affrontare il problema della riscaldamento del pianeta, della lotta al cambiamento climatico - occorrerebbe l’esempio della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio - creando una Comunità Mondiale per l'Ambiente, con poteri reali di governo e di controllo sui tagli alle emissioni di gas-serra, di sanzioni nei confronti degli stati che non ottemperano agli impegni assunti. Senza la nascita di un'autorità superiore agli stati nazionali non può emergere un interesse politico globale nella lotta ai cambiamenti climatici.
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