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Copenhagen: le ragioni di un insuccesso

22 dicembre 2009 - Antonio Longo (Membro della Segreteria Nazionale del Movimento Federalista Europeo - Direttore del Circolo di cultura politica "Altiero Spinelli" - Milano)

Have a watch of our banner action from the 17th December in Copenhagen's central square.  The police scrambled a helicopter and brought 20 police and 3 vans down to arrest our two climbers. They were released the following day.  The banner drop was covered as breaking news live on Danish DR channel who were in the square at the time.  The COP15 process is not democratic. Until we have negotiations that are, we will never reach just or sustainable agreements on climate change or any other g

Quando un vertice così atteso si chiude con un accordo pressoché inesistente, un inevitabile senso di frustrazione e di impotenza pervade l'opinione pubblica, perfettamente consapevole del fatto che è in gioco il bene pubblico mondiale per eccellenza: il futuro di questo pianeta, a partire dalle prossime generazioni. Ogni ‘gioco’ che riguarda la società nel suo complesso, nella sua parte più piccola (un semplice quartiere) come nella sua più grande (il mondo intero) viene giocato, come sempre, con le regole della politica. Ma le regole della politica che conosciamo sono ancora quelle della politica nazionale, mentre il bene pubblico in discussione - la salvezza del pianeta - è mondiale. Qui sta la vera contraddizione, che quasi nessuno mette in evidenza, riducendo il tutto alla buona o la cattiva volontà dei governanti. Il problema non è tanto la loro buona o cattiva volontà, quanto il quadro di potere entro il quale agiscono. Se il quadro politico è nazionale, il loro punto di vista non può che essere nazionale. Xie Zenhua, capo-delegazione cinese a Copenhagen, lo ha detto in modo chiarissino: “Noi cinesi abbiamo preservato il nostro interesse nazionale e la nostra sovranità”. Ma anche gli altri, americani, indiani, e via di seguito, ragionano allo stesso modo: al tavolo di qualsiasi trattativa internazionale ogni capo di governo si pone sempre il problema di cosa porta a casa per il proprio paese, non per l’intera umanità. Gli Europei questo problema ce l’hanno in forma limitata, semplicemente perché non hanno un governo europeo degno di questo nome. Esistono come francesi, tedeschi, inglesi, italiani, ecc., ma in quanto tali non esistono politicamente quando il gioco diventa mondiale.

dopo il fallimento di Copenhagen: che fare?
Se oggi si vuole affrontare il problema della riscaldamento del pianeta, della lotta al cambiamento climatico - occorrerebbe l’esempio della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio - creando una Comunità Mondiale per l'Ambiente, con poteri reali di governo e di controllo sui tagli alle emissioni di gas-serra, di sanzioni nei confronti degli stati che non ottemperano agli impegni assunti. Senza la nascita di un'autorità superiore agli stati nazionali non può emergere un interesse politico globale nella lotta ai cambiamenti climatici.
Per affrontare un problema mondiale dobbiamo, allora, cambiare schema e modo di pensare. Da un punto di vista razionale il problema è semplice: per decidere su un problema mondiale ci vogliono istituzioni soprannazionali e regole mondiali, con poteri reali per far rispettare vincoli ed applicare sanzioni. In mancanza di ciò restano solo gli accordi "internazionali", che sono sempre accordi di potere tra stati nazionali a sovranità assoluta, quindi fragili e soggetti alla ‘buona’ volontà degli Stati. Qui sta il dramma di Copenhagen.

Gli scienziati dicono che per contenere l'aumento della temperatura nei 2 gradi entro la fine secolo occorre un taglio delle emissioni di gas-serra del 25-40% entro il 2020 e poi un taglio del 50% entro il 2050. Queste cifre sono sparite dall'accordo di Copenhagen, così come è sparito ogni vincolo per gli impegni che gli stati vorranno "graziosamente" prendere. Infatti tutti paesi, industrializzati ed in via di sviluppo hanno deciso di concordare a livello nazionale impegni e misure da attuare: è come se un malato assai grave decidesse di assumere come e quando ritiene opportuno le medicine che gli sono state prescritte dal medico. Inoltre non c'è un sistema certo sulle verifiche per controllare i tagli alle emissioni di gas-serra: è come se i controlli del medico fossero demandati alla buona volontà del paziente di ricevere la visita del medico. Infine, per spingere tutti paesi, anche quelli in via di sviluppo, a dotarsi della tecnologia pulita per combattere le emissioni di gas-serra, si dice che verranno stanziati fondi fino al raggiungimento di 100 miliardi di dollari entro il 2020. Ma non ci sono impegni precisi al riguardo, se non forse per i primi due anni.

Questo vertice ha mostrato che non è questa la strada per affrontare un problema che riguarda tutta l'umanità. C'è un precedente storico che può aiutarci a capire quale dovrebbe essere la nuova strada. Nel 1950 Francia e Germania decisero di mettere in comune il carbone e l’acciaio, le due materie attorno alle quali si erano combattute da sempre. Con la famosa dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 crearono la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, aperta poi ad Italia e Benelux. Si trattò di una vera comunità sovrannazionale alla quale gli Stati cedettero il potere di governo e di controllo sulla produzione, la distribuzione ed il commercio di queste due materie. Ed attorno questa prima Comunità si avviò il processo di unificazione europea, che si estese poi ad altre materie (la politica agricola, l’unificazione del mercato interno e, da ultimo, la moneta).

Se oggi si vuole affrontare il problema della riscaldamento del pianeta, della lotta al cambiamento climatico, occorrerebbe seguire quell’esempio, creando una Comunità Mondiale per l'Ambiente, con poteri reali di governo e di controllo sui tagli alle emissioni di gas-serra, di sanzioni nei confronti degli stati che non ottemperano agli impegni assunti. Senza la nascita di un'autorità superiore agli stati nazionali non può emergere un interesse politico globale nella lotta ai cambiamenti climatici.

Lo stesso vertice di Copenhagen è emblematico da questo punto di vista. I due più grandi inquinatori del pianeta - gli Stati Uniti e la Cina, che congiuntamente totalizzano il 41% delle emissioni globali – si sono presentati come i due grandi negoziatori, secondo lo schema classico di chi negozia in base al proprio interesse nazionale. Hanno mostrato i muscoli, ma per portar a casa un risultato apparentemente utile solo al proprio paese: un accordo che non penalizzasse nel breve termine le rispettive industrie. Ed era inevitabile allora che con una simile impostazione l'accordo fallisse. Chi poteva mostrare una via diversa - l'Europa - ha taciuto. Questa Unione europea non è ancora giunta al punto di parlare con una sola voce, non ancora un “governo efficace e legittimo” perchè non ha ancora toccato gli ultimi ‘santuari’ della sovranità nazionale: la politica estera, la difesa e la fiscalità. E questo spiega l’assenza dell’Europa quando il gioco diventa mondiale. Fino a che i vari Sarkozy, Merkel, Brown o altri penseranno ad un'Europa intergovernativa, l'Unione non sarà mai un attore politico reale. I governi nazionali – di destra o di sinistra, poco importa - sono sempre più ripiegati su se stessi e non sembrano più in grado di far compiere all'Unione quel salto di qualità verso la nascita di un governo federale. Con il Trattato di Lisbona il Parlamento europeo avrà più poteri: può decidere sul 90% della legislazione, ha l'ultima parola sul tema del bilancio, può chiedere le dimissioni della Commissione. Che cominci ad usare questi poteri per ‘costringere’ la Commissione a comportarsi come un vero governo dell'Unione e non più un segretariato del Consiglio. E che i cittadini europei, la società civile, la cultura e chi vuole dare ancora un senso all’azione politica rivendichino il diritto di avere un governo europeo democratico e responsabile direttamente nei confronti del popolo europeo. Il mondo ha bisogno di una Federazione europea compiuta.

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