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Dal NO greco la spinta per un'Europa federale e solidale

10 luglio 2015 - Nicola Vallinoto

 

Mobilitazione europea We are all Greeks and Europeans weareallgreeksandeuropeans.blogspot.com/

Il referendum greco del 5 luglio 2015 è uno spartiacque del processo di integrazione europea.

Comunque la si pensi la chiamata al voto del popolo greco, sebbene sia stata effettuata in soli otto giorni, resta una vittoria della democrazia europea.

L'intervento di Alexis Tsipras al Parlamento europeo mercoledì 8 luglio ha riportato la discussione sulla crisi greca nel teatro naturale dove dovrebbero essere trattate le questioni europee. Se ciò è successo lo dobbiamo alla vittoria del NO nel referendum greco.

Nella replica parlamentare il premier greco ha posto ai deputati europei una domanda sostanziale sulla democrazia europea: "Come è stato possibile aver introdotto nella Troika il Fondo Monetario Internazionale e non il Parlamento europeo? ”

Il referendum greco ha infatti messo a nudo il deficit democratico dell'UE ed ha risposto a una domanda fondamentale della democrazia: “chi decide che cosa e a nome di chi?”

In altre parole nell'attuale sistema di governance europea (uso apposta questo termine al posto di governo) chi sono i decisori delle vite che riguardano mezzo miliardo di persone ? Che legittimità hanno costoro ? Perché Hollande e Merkel si incontrano il giorno dopo il referendum in Grecia invece di convocare d'urgenza una riunione dell'eurogruppo ?

La risposta è semplice: le decisioni vengono prese dai governi nazionali che usano il potere di veto per curare interessi di parte e non tutelano, di certo, l'interesse generale. A questo aggiungiamo il potere relativo maggiore del duopolio franco tedesco rispetto agli altri paesi. Persino l'Italia, uno dei sei paesi fondatori, è stata esclusa da alcune consultazioni sulla Grecia.

Per la democrazia europea, invero, non abbiamo bisogno né di un direttorio né di un sistema intergovernativo che non è in grado, per la sua stessa natura, di difendere l'interesse generale del popolo europeo.

Il referendum greco ha messo in evidenza un altro aspetto di fondamentale importanza per la democrazia europea: “Perchè il FMI è stato chiamato in causa dai governi europei per dirimere una questione risolvibile all'interno delle istituzioni europee? Che legittimità può avere una istituzione i cui interessi non coincidono con quelli del bene comune europeo ?”

L'aver scelto la Troika (FMI, Commissione europea e BCE) per gestire la crisi greca è stato un passo falso per la democrazia europea. L'introduzione del FMI nella gestione della crisi greca è stato un vero e proprio vulnus per la democrazia europea. Così come sono stati fatti altrettanti errori, nel recente passato, con l'introduzione di accordi intergovernativi fuori dai trattati come il Fiscal compact e MES dove il Parlamento europeo viene trattato come una istituzione di secondo rango con mere funzioni consultive. Decisioni importanti per la vita dei cittadini europei vengono prese da sistemi intergovernativi dove vige il diritto di veto e dove l'unica istituzione legittimata dal voto popolare è esclusa. Lo stesso vale per la Troika che gestisce la crisi della Grecia. La visita di Tsipras al Parlamento europeo ha ringalluzzito gli eurodeputati che hanno chiesto di poter essere coinvolti nella Troika.

Qualche commentatore ha criticato il referendum per il fatto che nove milioni di cittadini greci sono stati chiamati al voto per esprimersi su una decisione importante che riguardava sì le proprie vite ma anche il futuro di 500 milioni di cittadini europei in quanto il voto aveva una valenza chiaramente europea. Costoro si sono chiesti perché pochi milioni di cittadini possono esprimersi per una questione che interessa tutti gli europei. L'aspetto curioso di coloro che hanno espresso questa critica è che gli stessi non hanno parimenti criticato il FMI e il direttorio franco tedesco che decidono a porte chiuse il destino di mezzo miliardo di persone senza la loro partecipazione diretta né indiretta. Strano concetto di democrazia..

In tutta questa vicenda che ha visto decine di riunioni al vertice inconcludenti tra eurogruppi e consigli dei ministri a 28 è che si è dimesso infine, il giorno dopo il referendum, il Ministro dell'economia greco Yanis Varoufakis perchè i partners europei hanno fatto capire ad Alexis Tsipras di non gradire più la sua presenza nelle riunioni istituzionali. Mentre sono rimasti al proprio posto i Presidenti di Commissione e Parlamento: Jean Claude Juncker e Martin Schulz che nei giorni precedenti il referendum hanno fatto una campagna spudorata per il Si, per la sostituzione dell'attuale governo con uno squisitamente tecnico pronto ad accettare le proposte di austerità della Troika che lo stesso FMI, peraltro, ha candidamente ammesso di esser state fallimentari. Bene han fatto alcuni parlamentari dei Verdi europei e del GUE guidati da Barbara Spinelli a chiedere le dimissioni di Schulz che come Juncker ha mostrato la sua imparzialità e l'incapacità di rappresentare nella loro interezza istituzioni sovranazionali.

Il referendum greco ha messo in evidenza, tra le altre cose, anche l'ottusità di leader politici e di media main stream che hanno voluto far passare il messaggio che il voto per l'OXI sarebbe stato un voto contro l'Europa, un voto per uscire dall'Euro. Tra questi annoveriamo Beppe Grillo che si è fatto vedere la sera del referendum in Piazza Syntagma facendo una dichiarazione talmente idiota che i suoi sostenitori avrebbero dovuto radiarlo immediatamente dal M5S per manifesta incapacità: secondo l'ex comico genovese “i greci non sono cittadini europei” e il voto referendario ne è stata la conferma. O che dire del premier Matteo Renzi che ha affermato in uno dei suoi tweet che il voto greco era una scelta tra euro e dracma. E non sono mancate le affermazioni mendaci che hanno sostenuto a più riprese che il NO greco è un voto nazionalista e contro l'Europa. Tutte queste affermazioni sono facilmente smentite nei fatti dalle parole, che non ammettono dubbi, dei vari ministri a cominciare dal dimissionario Yanis Varoufakis per finire con Alexis Tsipras. Nel suo discorso al popolo greco del 3 luglio in cui ha illustrato la posta in gioco con il referendum Tsipras ha sottolineato più volte il concetto di un voto contro le politiche di austerità, che lo stesso FMI ha considerato fallimentari, un voto per un'altra Europa democratica e solidale.

E' bene ricordare che Tsipras in occasione dell'unico dibattito televisivo tra i candidati alla presidenza della Commissione europea è stato l'unico a parlare esplicitamente di un new deal europeo ovvero di un piano di investimenti pubblici europei in grado di rilanciare l'occupazione nella direzione di uno sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile come proposto dall'iniziativa dei cittadini europei “NewDeal4Europe”. La stessa ricetta seguita dagli Usa dopo la crisi del 1929. Ora abbiamo il Piano Juncker i cui limiti sono stati evidenziati da tutti.

In realtà i commentatori e i leader politici che considerano il voto greco come un voto nazionalista non hanno capito la complessità di quello che sta succedendo ribaltando in questo modo gli obiettivi del voto. Non hanno compreso che in questi giorni si sta aprendo una incredibile opportunità, in una fase veramente delicata, ovvero quella di riaprire il processo costituente (oramai sempre più persone capiscono la necessità di un governo federale europeo) e di invertire la deriva intergovernativa degli ultimi anni segnata da Troike, Fiscal Compact, MES.

Il voto greco ci trasmette speranza in un'Europa migliore perché la mobilitazione per un'altra Europa viene da un popolo quello greco che nonostante le pressioni indebite ha mostrato una dignità fuori dal normale e ha impartito una lezione di democrazia all'Europa mettendo a nudo l'essenza stessa della democrazia ovvero facendo vedere a tutti chi decide (e chi conta di più) nel sistema decisionale europeo.

La questione del debito greco può finire in malo modo se non si trova un compromesso accettabile ma può anche diventare un volano per rilanciare il progetto europeo in evidente crisi di credibilità e consenso.  

Si tratta di una finestra di opportunità che durerà pochissimi giorni e fino al prossimo eurogruppo che si terrà nel weekend. Occorre che tutti coloro che vogliono veramente un'Europa federale e solidale si diano da fare per costruire dei ponti e non dei muri (come quello che appena votato dal parlamento ungherese) e mettessero in minoranza coloro che vogliono distruggere l'UE. Renzi, ad esempio, se volesse costruire una alternativa alle politiche di austerità dovrebbe uscire dalla parte dello scolaretto che ha fatto bene i suoi compiti e indossare i vestiti dello statista europeo che rilancia il progetto originario del Manifesto di Ventotene.

Le forze innovatrici devono allearsi a livello europeo per offrire una alternativa politica che vada oltre le miserie del presente e che riduca il potenziale distruttivo delle proposte nazionaliste dei vari Le Pen, Farage, Salvini e Grillo.

E come proposte di lavoro l'UE dovrebbe a breve e medio termine:

- convocare una conferenza sul debito. Anche il Fmi sostiene che una parte del debito debba essere rivista. Sarebbe utile convocare una Conferenza internazionale sul debito per trovare un accordo sulla ristrutturazione. La Grecia, del resto, i soldi per restituire il debito non li ha.

- convocare una convenzione costituente per riscrivere i trattati ed elaborare la prima vera costituzione federale dei cittadini europei da mettere al voto con un referendum pan-europeo.

Sono sicuro che il popolo europeo di fronte a una scelta politica chiara per un'Europa federale e solidale non avrebbe dubbi sulla risposta che dovrebbe portare agli Stati Uniti d'Europa e offrire alle giovani generazioni una speranza per il proprio futuro.

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