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Liberare e federare. L'internazionale della montagna

Nell'Europa occupata dai nazisti riprende vita l'idea federalista: un'alternativa possibile alle sciagure del nazionalismo guerrafondaio
9 ottobre 2004 - Gaetano Arfè

Nel febbraio '45 un soldato tedesco si unisce ad una formazione partigiana. Nelle discussioni tra un gruppo di combattenti di nazionalità diverse, ci si pone un'interrogativo: come impedire che ogni vent'anni un pugno di criminali mandi i popoli europei a scannarsi tra di loro? Ritorna il tema delle frontiere e di un regime politico che fondi comunità e autonomie. In quegli stessi anni, dal confino, alcuni giovani antifascisti redigono il "manifesto di Ventotene", primo esempio italiano di letteratura federalistica

Nel febbraio del 45 approdò alla mia formazione partigiana sulle montagne della Valtellina un soldato tedesco, che brandiva una fotografia, quella della sua famiglia: tutti morti, ci disse, sotto un bombardamento. Non temeva più rappresaglie e veniva a combattere con noi. Suo padre era caduto nella prima guerra mondiale.
Il problema che si poneva e che ci pose, con disperata passione, era quello di come impedire che ogni vent'anni un pugno di criminali mandasse i popoli a scannarsi tra loro. E una risposta l'aveva trovata: abbattere le frontiere, sciogliere gli eserciti, abolire le dogane, eliminare i passaporti. Ne discutemmo nelle lunghe serate, nella baita dove eravamo accampati, in una piccola internazionale dove c'erano, con noi, due francesi, un polacco, aluni paracadutisti americani, calati a istruirci sulle armi che ci avevano mandate, alpini di leva o reduci della Russia. Nessuno di noi aveva mai sentito parlare di federalismo. Ne avevano qualche vaga nozione, per esperienza diretta, gli americani e quegli alpini, di casa nella Svizzera, contestatori abituali di frontiere, dogane e passaporti, che in tempi di pace si dedicavano al contrabbando di cioccolato e sigarette. Io ci portavo la lettura della "Storia d'Europa" di Benedetto Croce che si chiudeva con la visione di una Europa dove le antiche patrie fossero superate nella più grande patria europea, unita nel segno della libertà. Alla fine convenimmo tutti che il soldato tedesco aveva ragione e che bisognava costruire sulle rovine della guerra gli Stati uniti d'Europa.
Eravamo vicini all'insurrezione quando arrivò il commissario politico della nostra divisione "Giustizia e Libertà", il quale ci raccontò che era stato Carlo Rosselli, assassinato dai "cagoulards" in Francia nel 1937, insieme al fratello Nello, su mandato del governo fascista, a parlare di rivoluzione antifascista europea e di Stati uniti d'Europa come sola alternativa alla guerra e alla dominazione nazista sul continente. Ci informò anche che dall'isola di Ventotene dei compagni, lì deportati, avevano lanciato un manifesto per la Federazione europea, che uno di essi era stato ucciso a Roma, che altri stavano lavorando per intessere una rete che coinvolgesse tutti i movimenti di resistenza d'Europa. Da lui sapemmo che pochi giorni prima dell'armistizio era stato fondato a Milano il Movimento federalista europeo, che aveva lanciato il primo appello alla lotta armata, indicando un duplice obiettivo: la liberazione dell'Italia e l'abbattimento degli stati nazionali per dar vita agli Stati uniti d'Europa.
Il caso del soldato tedesco l'ho raccontato altre volte perché contiene in sè una lezione di metodologia storica esemplare.
Esistono e operano nella storia idee destinate a rimanere nella sfera delle utopie, altre che si compongono in dottrine e alimentano ideologie, ma le idee diventano forze operanti nel momento in cui esse si saldano con esperienze reali di grandi masse, danno criteri per interpretare la realtà in cui si vive, consentono di identificare degli obiettivi, creano un'etica per la quale val la pena di battersi. Questo era avvvenuto sul calare del secolo scorso col propagarsi delle dottrine e delle idealità socialiste. Questo avviene nella seconda guerra mondiale. Il risultato è che amor di patria e fedeltà dello stato cui si appartiene cessano di coincidere. In tutti i paesi dell'Europa occupata resistenti e collaborazionisti combattono in nome di principi che hanno in sé i germi del superamento del principio dello stato nazionale. Il federalismo europeistico non diventa per questo ideologia di massa, ma non lo è più il culto della sovranità illimitata dello stato nazionale. Il processo di integrazione europea, con tutti i suoi limiti e le sue ancora insuperate contraddizioni, ha potuto svolgersi perché questa rivoluzione culturale c'era stata.
Di unità europea si era molto parlato nel corso dell'Ottocento, ma non si era andati al di là di auspicii proiettati verso un futuro indefinito. A dare consistenza all'idea è la "inutile strage" della prima guerra mondiale. L'idea degli Stati uniti d'Europa cominciò allora a prender forma nell'ambito del pacifismo socialista e della ideologia wilsoniana, quella di cui si fa banditore il presidente Wilson, fondata sul principio dell'autodeterminazine dei popoli e della solidale collaborazione tra loro, istituzionalizzata nella Società delle Nazioni. A proporre la parola d'ordine degli Stati uniti socialisti d'Europa quale tappa sulla via della rivoluzione mondiale è, invece, Trotzky, contestato da Lenin che considera la formula utopistica o reazionaria. A condannarla sarà Stalin, in nome della tesi del socialismo in un paese solo. In Italia fu un economista liberale, futuro presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, a scrivere che l'unità europea - era stato questo uno dei motivi toccati anche da Trotzky - era resa necessaria dal bisogno delle forze produttive di sbarazzarsi dei ceppi costituiti dagli stati nazionali sovrani, a sostenere che la Società delle Nazioni sarebbe stata inesorabilmente condannata all'impotenza, a prevedere che, ove non si fosse costruita una Europa federata, una seconda guerra mondiale sarebbe stata inevitabile. Anche Hitler, commenterà poi, era stato interprete di questa esigenza, ma brandendo la spada di Satana.
L'avvento di Hitler rende attuale la previsione di Einaudi. Tra gli italiani il primo a prenderne atto è Carlo Rosselli, avventurosamente evaso, con Emilio Lussu e Fausto Nitti dall'isola di deportazione di Lipari e riparato a Parigi. In un articolo intitolato "la guerra che torna" egli scrive che in mancanza di un auspicabile, ma sicuramente imprevedibile intervento militare preventivo delle democrazie europee contro la Germania nazista, il fascismo, fenomeno ormai a dimensione europea, sarebbe partito all'assalto dell'Europa. La salvezza sarebbe stta possibile solo mobilitando i popoli: "Non esiste, per la sinistra europea, altra politica estera. Stati Uniti d'Europa: assemblea europea. Il resto è flatus vocis'. Il resto è catastrofe".
La corsa tra guera e rivoluzione è aperta e la posta in gioco è la sopravvivenza della civiltà europea.
La resistenza armata degli operai socialisti di "Vienna la rossa" alla aggressione del clerico-fascismo di Dollfuss, pagata coi massacri, capestri e fucilazioni, la risposta del popolo spagnolo alla sedizione franchista - Rosselli è il primo ad accorrere sul fronte di Spagna con una "colonna" da lui organizzata - la svolta antifascista della Internazionale comunista, fin lì arroccata sulla tesi della equivalenza di socialismo e fascismo, lo indurranno a credere che la rivoluzione antifascista europea sia possibile e che protagonista possa esserne il proletariato politicamente unito, nel rispetto delle reciproche autonomie, alleato a quelle avanguardie intellettuali che non hanno tradito né capitolato.
Ma nella corsa tra guerra e rivoluzione è la guerra a vincere.
Il tema dell'unità europea ritorna in quel rovente crogiuolo di idee che è la Resistenza. L'anno della prima fioritura è il 1941.
La maggior parte dei paesi d'Europa ha sentito sulle proprie carni la ferocia del morso nazista, la incrollabile resistenza inglese alla micidiale offensiva aerea di Goering ha infranto il piano hitleriano della guerra-lampo e ha incrinato il mito della invincibilità tedesca.
Nella ideologia della Resistenza la componente patriottica è dovunque assai forte - le lettere dei condannati a morte di tutta l'Europa lo confermano -, ma è un patriottismo ideologicamente depurato perché dovunque penetrato dall'idea, frutto delle esperienze vissute, che il nemico può parlare la nostra stessa lingua e che il compagno può essere figlio di una nazione diversa dalla propria. E' un'idea che penetra finanche dentro la casta militare tedesca. Il complotto contro Hitler sfociato nell'attentato fallito dell'agosto del 1944 è opera di ufficiali che hanno altissimo il senso della patria e dell'onor militare e che affrontano le torture e la morte, nella coscienza di servire la loro patria.
La proposta federalista non contrasta col patriottismo, ne è per certi aspetti, la più alta espressione.
Ha un suo significato il fatto che i primi documenti partono dalla Germania e dall'Italia, i due paesi dove dominante è il problema di reinserire i rispettivi popoli nella comunità internazionale. Ma il federalismo penetra e circola in tutti i gruppi della Resistenza europea come risposta al problema del destino della Germania nell'Europa del dopoguerra.
Le ipotesi sono riducibili a due: una pace di vendetta contro la nazione tedesca che miri a renderne impossibile la rinascita per tempi indefiniti; un suo innesto in un contesto istituzionale a dimensione continentale che la renda parte organica di una comunità di popoli liberi.
Nella primavera del 1941 dal "circolo di Kreisau" dove confluiscono esponenti della opposizione liberale, cattolica e socialista intorno al conte Halmuth von Moltke, nasce il primo documento federalista. La premessa è di natura etica: il nazismo si è rivelato come l'incarnazione del Male ed è imperativo morale adoperarsi per combatterlo, stringendo intese con tutte le forze che gli si oppongono. Il solo modo per evitarne il ritorno è quella di europeizzare la Germania inserendola in un ordinamento federale ispirato ai principi del socialismo. Moltke finirà nelle mani della Gestapo e sarà ucciso insieme ad alcuni dei suoi amici.
Segue, a distanza brevissima, il Manifesto di Ventotene, che nasce dall'incontro di tre giovani antifascisti deportati Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli e che si distingue nella letteratura federalistica resistenziale per la sua organicità e la sua compiutezza. Colorni è un filosofo, grande studioso di Leibniz, aperto alla speculazione sui problemi della filosofia quale metodologia della scienza, - i suoi scritti sono stati pubblicati, con una appassionata introduzione, da Norberto Bobbio - la sua milizia politica clandestina ha avuto inizio nelle file di "Giustizia e Libertà", ha diretto il centro interno Socialista, organizzato da Rodolfo Morandi e decapitato dalla polizia. Ebreo, il suo arresto era stato presentato dalla stampa fascista come prova del complotto "giudaico" contro il regime. Animatore e organizzatore, nella Roma occupata, delle squadre d'azione socialiste, redattore dell'"Avanti", clandestino, sarà ucciso dai fascisti della banda di Koch alla vigilia della Liberazione di Roma. Nella discussione egli porta il respiro del cosmopolitismo ebraico e la tradizione dell'internazionalismo socialista, calato dal limbo delle dottrine nella realtà dell'Europa in guerra.
Rossi è un allievo di Einaudi, figlio prediletto di Gaetano Salvemini, amico fraterno di Carlo Rosselli. Con loro ha fatto nascere il primo foglio clandestino antifascista il "Non Mollare", è stato tra i fondatori del movimento "Giustizia e Libertà", è finito a Ventotene dopo lunghi anni di galera. In lui è rimasto operante il ricordo degli scritti di Einaudi e suo tramite egli prende conoscenza degli scritti dei federalisti inglesi degli anni Trenta, tra i qualli spiccano le figure di Lord Lothian e di Lionel Robbins.
Spinelli proviene dalle file della cospirazione comunista.
Dirigente clandestino della federazione tornerà in libertà dopo circa diciassette anni. Aveva abbandonato il partito comunista, conservando certi tratti propri del bolscevico: il rigore ideologico, la tendenza al settarismo associata a una spregiudicata duttilità tattica, il freddo coraggio. I suoi maestri, nel pensiero e nell'azione - è una non casuale analogia con Gramsci - sono Machiavelli e Lenin. Leniniano è lo schema interpretativo che egli applica all'Europa: il sistema fondato sulla sovranità assoluta dello stato nazionale è giunto alla fase della sua estrema degenerazione, non può essere riformato, deve essere rovesciato e non per preventivo consenso di maggioranze ma per iniziativa di un gruppo dirigente coeso, ferreamente disciplinato, capace di scatenare e guidare una iniziativa rivoluzionaria.
Il testo del manifesto, trascritto su cartine per sigarette e nascosto nelle viscere di un pollo, fu portato a Roma da Ursula Hirschmann, una giovane socialista tedesca, moglie di Colorni - sarà poi la moglie di Spinelli e la compagna di tutte le sue lotte - e sarà Colorni a curarne la prima edizione clandestina, che uscirà con una sua introduzione. Tradotto in più lingue, il manifesto varcherà la frontiera.
A partire da qui la fioritura federalista si espande, rigogliosa e ininterrotta, in ogni paese dell'Europa occupata.
Mi limiterò a ricordare, in Francia, il gruppo che si raccoglie intorno a Silvio Trentin, padre di Bruno, giurista e filosofo del diritto, che sintetizza il proprio programma nel motto "Libérée et Fédérer" e che propone, a un livello teorico non più toccato, una soluzione autonomistica e federalistica che dall'ordine internazionale si articoli in una nuova organizzazione della società e dello Stato: una grande lezione ignorata dal dilettantesco e strumentale dibattito del giorno d'oggi.
In Germania c'è l'episodio della "Rosa Bianca", legato al nome di due giovani fratelli, Sophie e Hans Scholl, del loro professore Kurt Huber e di un piccolo gruppo di studenti loro amici, che finiranno decapitati dalla scure del boia per aver diffuso volantini coi quali si invitava alla lotta contro il regime nazista e per la costruzione di una Europa libera e unita.
Per la federazione si pronuncia un convegno clandestino di rappresetnanti della Resistenza europea promosso da Spinelli. Un appello europeistico parte dal campo di sterminio di Buchenwald.
Notava Gramsci che la storia non si fa coi "se", ma che i "se" possono aiutare a capire la storia. Il gioco delle ipotesi su quello che "poteva essere" può far luce su quello che è stato.
La Resistenza proponeva una Europa federata per eliminare ogni causa di futuri conflitti e risolvere, fuori di ogni spirito di vendetta, il problema tedesco; proponeva un'Europa politicamente unita perché essa divenisse fattore di equilibrio nell'ordine internazionale, sede di pacifico confronto e di feconda sintesi tra i due sistemi che si fronteggiano, quello sovietico e quello americano.
Questa proposta fu battuta a Yalta, prima ancora che la guerra finisse, dalla logica di potenza che avviò la spartizione del continente, regalando al mondo, nel segno del realismo politico, la guerra fredda e quel che ne è seguito.
Il processo di integrazione europea, per quello che rispondeva a esigenze incontrastabili, è andato avanti, ma ha avuto la sua prima spinta dal governo americano e ha tratto il suo primo impulso da fattori negativi - la "grande fame": il piano Marshall; la grande paura: il patto atlantico. La dottrina che lo ha guidato non è stata quella del federalismo, ma del "funzionalismo" - della cooperazione istituzionalizzata in settori ritenuti di importanza strategica, ma limitatamente alla sfera economica. La sua ideologia è stata quella dell'atlantismo e non dell'europeismo. La grande politica è stata delegata agli Stati uniti. I risultati sono sotto i nostri occhi: nella paurosa crisi che investe l'intero pianeta, l'Europa brilla, direbbe Nenni, per la sua latitanza.
L'Europa della Resistenza è ancora tutta da costruire.





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