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Forum: Lettere

22 novembre 2006

Amore e rabbia

Amore e rabbia:complementarità del Vivere e del non sopravvivere, mentre la società tutta percorre una strada che è un vicolo cieco dell'esistenza umana.
Autore: Valentina Orlandi

Il mio paese produce le ciliegie tra le migliori d’Italia. Sono così tanto le migliori che è in cantiere un progetto per distribuirle gratuitamente sui treni a tratta nazionale (ammesso che le FS non falliscano prima) nel periodo oscillante tra Maggio e Giugno. Il mio paese risulta anche, a detta di una mia amica, tra i paesi italiani a più alto tasso tumorale. Sta di fatto, comunque, che qui i tumori spuntano come funghi. Mia nonna è morta di tumore. Ma non si ammalano solo gli anziani: si ammalano giovani padri, neomamme, ragazzi. E bambini. Si ammalano e quasi sempre muoiono. Il mio paese vive di agricoltura; qui quasi tutti possiedono terre da coltivare. Quello che forse non è abbastanza chiaro ai miei concittadini, però, è che il clima sta cambiando, e di conseguenza le colture che per decenni hanno fatto la fortuna degli agricoltori, sono destinate a naufragare sempre più, a meno che non si faccia uso di quei “magici” ingredienti che promettono stupori, e che in cambio stroncano solo una manciata di vite. Si usano sostanze tossiche nei campi – a volte perfino senza maschera di protezione per evitare di inalare sostanze nocive alla salute; si mangiano prodotti provenienti dalla terra, ma che di genuino hanno ormai ben poco. E ci si ammala, pur non vivendo in nessuna grande metropoli alle prese con il problema delle polveri sottili, e neppure in zone ad alto tasso industriale. Il mio paese è chiamato proprio “il paese delle ciliegie”. I miei concittadini ne vanno fieri, e nel periodo di raccolta delle medesime il paese letteralmente impazzisce; c’è anche una sagra che richiama gli abitanti dei centri limitrofi e non solo. Tutto – ad esempio il traffico cittadino, il lavoro, gli impegni, i pernotti scout: tutto – è fatto compatibilmente con la raccolta delle ciliegie. Si cammina a un solo passo dal delirio. Nel mio paese ormai si muore quasi solo di tumori. I miei attacchi d’ansia e la mia ipocondria latente fanno sì che mi chieda anche più di una volta al giorno se riuscirò davvero a librare il volo lontano da qui; se non si tratta solo di una mia fantasia; se una malattia divoratrice non colpirà anche me senza che neppure abbia il tempo di accorgermene. Fino a qualche tempo fa odiavo il mio paese. Ora provo solo pena e commiserazione per queste strade, per queste persone, per i loro universi che non voglio neppure più giudicare: non sono nessuno per farlo, né mi interessa esserlo, e soprattutto ho di meglio a cui interessarmi. Quando penso che la mia vita potrebbe essere stroncata in ogni momento da qualcosa spesso senza rimedio, penso all’amore. Credo che alla fine di tutto, quello che conta è l’amore: quanto hai amato, e come hai amato. Penso all’amore e alla rabbia, perché si deve amare con rabbia intensa e vorace: con la rabbia della mancanza; con la rabbia della passione che esplode e ti fa sentire viva; con la rabbia dell’amore che arde e ti consuma e ti porta al Paradiso o all’Inferno - cosa importa, dopotutto? Rabbia e amore: alla fine, nulla conta più di questo. E allora penso alle persone che ho amato: quelle che ho desiderato facendomi male e fregandomene di ogni limite razionale, quelle a cui ho sorriso quasi distrattamente un’ultima volta, quelle dalla patina degli addii impliciti, quelle che sono cicatrici e stelle. Penso all’amore che riverso nella vita, nei libri che leggo, nelle parole di una poesia, nei racconti delle mie amiche, nelle lettere scritte e in quelle che leggo, nei regali inaspettati, nella musica che mi fa sognare, nelle nuvole che guardo dal treno. E, ancora, nei sorrisi imprevisti che increspano il mio viso, negli occhi che incontro, nei brividi fugaci e in chi mi affascina senza che mai lo saprà, nelle possibilità che aspettano solo di essere colte. Penso all’amore mischiato alla mia dirompente voglia gitana, ai miei perché infiniti, alla caparbietà che metto nel vivere, ricominciare, crederci - una caparbietà da cui mi faccio cullare quando sono triste, quando ho paura, quando qualche lacrima fa naufragare i miei occhi. Penso a come io sia riuscita a fuggire via dalla tristezza e dal pessimismo adolescenziali e a distruggere limiti, paletti, tabù, fino a sentirmi parte dell’aria e del vento e della polvere, senza che nessuna etichetta, imposizione, stupido orgoglio fermi più i miei pensieri, il fiume impetuoso delle mie gambe e del mio cuore. E mi dico che anche senza poter ancora stringere nulla di concreto tra le mani, forse sono sulla strada giusta per Vivere, e mai sopravvivere – e questo credo sia tutto quanto io possa fare per non avere nessun rimpianto, comunque andrà la mia vita.

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