Col Venezuela, gli Stati Uniti stanno costruendo un impero fossile
Dal 3 gennaio, quando l’esercito degli Stati Uniti ha sequestrato Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores, gli esperti dibattono sulle ragioni dell’improvvisa escalation. I pareri sono diversi e contrastanti – vanno dalla necessità geopolitica di abbattere un regime ostile al bisogno di aumentare i consensi in patria. Ma il tema delle risorse energetiche è tornato prepotentemente nelle analisi, anche per via delle dichiarazioni dello stesso Trump. L’editorialista di Bloomberg Javier Blas ha proposto l’idea di un impero del petrolio esteso dal Canada all’Argentina. Un impero in costruzione da anni, anche col contributo delle amministrazioni democratiche, e che ora la Casa Bianca intende governare col pugno di ferro.
Come gli Stati Uniti sono diventati un petro-Stato
Il punto di partenza del ragionamento di Bloomberg sta nei numeri della produzione di fossile statunitense. Da almeno un ventennio gli Stati Uniti hanno investito sull’estrazione di petrolio e gas, al fine di diventare non solo autonomi energeticamente, ma esportatori. Nei primi anni Duemila il grande punto di svolta fu la shale revolution. Si tratta dell’implementazione di tecnologie capaci di catturare il cosiddetto gas di scisto, cioè metano intrappolato in rocce sedimentarie impermeabili. Un procedimento costoso ed ecologicamente problematico, ma che ha permesso agli Stati Uniti di passare da importatori ad esportatori di gas fossile.
Dal 2020 gli Stati Uniti sono anche i primi produttori al mondo di petrolio, superando l’Arabia Saudita. Questa politica di favore al settore fossile è proceduta negli anni indipendentemente dal colore politico delle differenti amministrazioni. Il sorpasso sui sauditi avvenne durante il mandato del democratico Joe Biden, che per altri versi ha investito massicciamente anche sulle energie alternative.
In questo senso, il controllo di grandi risorse fossili è un pilastro della politica di Washington da tempo – anche in contraddizione con gli impegni presi in campo climatico. L’impero del petrolio è la trasposizione estera di questa strategia. Nuovamente, una tendenza che precede Donald Trump – ma che l’attuale inquilino della Casa Bianca sembra rendere sempre più marcata.
L’impero del petrolio e la “dottrina Donroe”
James Monroe è stato presidente degli Stati Uniti d’America dal 1817 al 1825. A lui si deve la cosiddetta dottrina Monroe, ovvero l’indirizzo della politica estera tale per cui le Americhe dovrebbero essere libere dalle ingerenze di altri Continenti (al tempo, l’Europa) e sottoposte al controllo – o comunque, all’influenza – di Washington. Le istituzioni statunitensi da tempo non citano più esplicitamente la dottrina, ma molti esperti hanno continuato ad usarla per descrivere l’atteggiamento aggressivo spesso dimostrato dai diversi inquilini della Casa Bianca in America Latina.
Un anno fa il tabloid di estrema destra New York Post aveva coniato il termine Donroe, crasi tra Monroe e Donald (Trump). Il senso era evidenziare il rinnovato interventismo di Trump nelle Americhe. Il termine sembra essere piaciuto all’amministrazione, che ha iniziato ad usarlo. Secondo Bloomberg, l’incontro tra la scommessa strategica sul fossile e la dottrina Donroe sta portando alla nascita di un’impero del petrolio. Un impero che ora potrebbe arricchirsi delle riserve venezuelane, se tutto andrà come Trump sembra sperare. Scrive Javier Blas: «Iniziamo con la produzione di petrolio degli Stati Uniti e aggiungiamo il Canada. Includiamo poi il Venezuela e il resto dell’America Latina, dal Messico all’Argentina e ovunque nel mezzo: Brasile, Guyana, Colombia. Che ci piaccia o no, tutti questi Paesi risiedono dentro la “dottrina Donroe” – una sfera di influenza di Washington sempre più bellicosa sulle Americhe».
Le incognite sul petrolio venezuelano e la transizione ecologica
L’impero del petrolio descritto da Blas controllerebbe il 40% della produzione mondiale di greggio e il 20% delle riserve. Ma non è scontato che Trump – o qualunque altro presidente statunitense – eserciti davvero potere su quelle risorse. Alcuni degli Stati inclusi nell’analisi, come Messico o Brasile, sono governati da leader di sinistra piuttosto indipendenti dalla politica statunitense. Le stesse autorità venezuelane, sopravvissute al rapimento di Maduro, non è chiaro se e quanto siano disponibili a collaborare con Washington.
Nel caso del Venezuela, poi, ci sono delle difficoltà tecniche. Le riserve di petrolio di Caracas sono le più grandi al mondo: tra il 17% e il 20% di quelle conosciute. Ma la produzione è da tempo modesta. Questo è dovuto in parte all’inefficienza del produttore statale, in parte alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e in parte al tipo di greggio che si estrae in Venezuela. Si tratta di petrolio pesante, più difficile e costoso da utilizzare. Investire sulle infrastrutture necessarie a trattarlo non sarebbe né rapido né economico.
Sullo sfondo, poi, c’è il tema della transizione ecologica. Più il mondo andrà verso l’elettrificazione dei consumi e la sostituzione delle fonti fossili con le energie rinnovabili, meno strategico sarà il controllo sugli idrocarburi. Anche per questo tra i nemici geopolitici del trumpismo – assieme alle sinistre latinoamericane – c’è la diplomazia climatica guidata dalle Nazioni Unite. Donald Trump nel suo primo anno di mandato ha abbandonato l’Accordo di Parigi, il più importante trattato internazionale sul contrasto al riscaldamento globale, e ha disertato l’incontro negoziale sul clima dello scorso novembre in Brasile. L’impero del petrolio ha senso solo finché il Pianeta, dal petrolio, rimane dipendente.
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