Mondiali 2026 in Messico: un calcio alla militarizzazione

A sud del Rio Bravo si disputeranno tredici partite della Coppa del Mondo tra la capitale (El Tricolor aprirà la competizione allo stadio Azteca), Guadalajara (stadio Akron, nel territorio di Jalisco, dove lo scorso dicembre i Guerreros Buscadores hanno ritrovato 400 sacchi con resti umani, vittime del narcotraffico) e Monterrey (stadio BBVA, stato Nuevo León).
Le proteste per i diritti del popolo palestinese tenutesi a Città del Messico sono state spesso gestite secondo un criterio di ordine pubblico fortemente repressivo, assai simile a quello che verrà attuato durante i Mondiali e fortemente contestato dalla popolazione.
Clara Brugada, a capo del governo della capitale e appartenente a Morena, lo stesso partito della presidenta Claudia Sheinbaum, ha utilizzato più volte il pugno duro, consapevole che la Coppa del Mondo rappresenta un’occasione di rivendicazione e protesta per le organizzazioni popolari, già sviluppatesi, nel corso del 2025, in varie circostanza, dalla Giornata internazionale delle vittime di sparizione forzata ai cortei per chiedere verità e giustizia per i normalistas di Ayotzinapa desaparecidos dal 26 settembre 2014.
In particolare, i movimenti sociali denunciano quanto già accaduto in altre parti del mondo, dal Sudafrica (2010) al Brasile (2014), dove i Mondiali hanno rappresentato l’occasione per militarizzare il territorio, promuovere attività di controllo delle proteste, trasformare le città in praterie da sfruttare per le multinazionali dedite alla speculazione immobiliare e garantire l’impunità alle poliziesche. Difficile dar loro torto, basti pensare allo slogan “Los argentinos somos derechos y humanos” che caratterizzò la Coppa del Mondo 1978, tenutasi ugualmente in Argentina nonostante la presenza della dittatura militare, appropriatasi senza pudore dell’evento, o alle Olimpiadi che si tennero proprio a Città del Messico nel 1968 e culminate con il massacro di Tlatelolco il 2 ottobre di quell’anno.
Limpiar sembra essere la parola d’ordine nelle zone degli stadi intorno alle quali si disputeranno le partite di calcio. Come già accaduto in Brasile, i primi a farne le spese saranno i venditori ambulanti, come dimostra il caso di quelli che già adesso rischiano di essere cacciati, loro malgrado, dai dintorni dello stadio Azteca di Città del Messico, con buona pace delle dichiarazioni della presidente Claudia Sheinbaum a partire da el pueblo es el que manda. Difficile che i desplazados possano tornare al loro posto al termine della massima competizione calcistica, nonostante sia stato già violato il diritto alla consultazione dei popoli originari, previsto dalla Costituzione federale, in relazione alle grandi opere in via di realizzazione nel territorio delle comunità di Santa Úrsula Coapa e San Lorenzo Huipulco.
In particolare, ad essere sotto accusa sono la costruzione di una ciclovia che non terrebbe adeguatamente conto dei molteplici utilizzi e servizi della zona, e i favori alla potente rete tv Televisa.. In pratica, il governo spaccia come opere pubbliche servizi e attività volti mercantilizzare il territorio sfruttando il volano offerto dalla Coppa del Mondo e, a trarne vantaggio, non sarà certo la popolazione, bensì le grandi imprese.
Il rifiuto dei Mondiali, non della competizione calcistica in quanto tale, ma dell’impatto che avrà la Coppa su migranti, popoli e territori è condivisa anche a nord del Rio Bravo. A fine 2025 il sito web BoycottUSA2026.org ha iniziato a denunciare il crescente autoritarismo di Trump, tanto da promuovere un appello volto apertamente a boicottare i Mondiali.
Dal Messico agli Usa si è diffusa anche un’istanza a Fifa e Comitato olimpico internazionale affinché sia proibito a Stati Uniti e Israele di organizzare o partecipare a eventi sportivi internazionali, soprattutto a seguito del comportamento dei paramilitari dell’Ice, non troppo diverso da quello delle patrullas che, in America latina, arrestavano e torturavano gli oppositori politici nell’ambito del Plan Condor.
Solo poco tempo fa si vociferava anche di una possibile, quanto assai improbabile, protesta del Brasile che avrebbe fatto pressioni affinché la Seleção non partecipasse ai Mondiali del prossimo giugno, un’opzione irrealizzabile anche per i ricatti a cui il paese sarebbe stato sottoposto dagli sponsor, ma che avrebbe rappresentato un colpo durissimo per un’istituzione corrotta come la Fifa, organismo che ha sempre privilegiato gli interessi economici ai diritti umani.
Come facilmente immaginabile, la riunione convocata d’urgenza dalla Cbf – Confederação Brasileira de Futebol per discutere sull’eventuale ritiro del Brasile dai Mondiali si è conclusa con un nulla di fatto, ma rimane in crescita il numero dei tifosi che ha deciso di non recarsi nei tre paesi che ospiteranno la Coppa del Mondo per esprimere il loro rifiuto verso le politiche di Trump e, più in generale, contro la commercializzazione degli eventi sportivi e la militarizzazione dei territori.
Si tratta di una protesta che rappresenta una goccia nel mare, ma è senza dubbio un granello di sabbia per rallentare o inceppare le politiche imperiali.
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