Sul Venezuela il Plan Cóndor del XXI secolo

L’intento di Trump, nel suo delirio di onnipotenza, è quello di dar vita ad una nuova modalità di applicazione del Plan Cóndor in versione XXI secolo che sia alternativa a quel socialismo del XXI secolo propugnato da Hugo Chávez. In questo contesto, Cuba, Colombia, Messico e Brasile divengono strategici, per il presidente americano, a livello geopolitico, economico e territoriale.
Ai presidenti di ciascuno di questi paesi è giunto un avvertimento diverso, ma caratterizzato da un denominatore comune, quello di accuse paradossali, facilmente smontabili e altrettanto ribaltabili sullo stesso Trump.
Tra i vari capi di imputazione per i quali saranno giudicati Maduro e sua moglie Cilia Flores vi è quello di narcoterrorismo. In realtà si tratta di un’insinuazione assai difficile da dimostrare, soprattutto perché molti analisti indipendenti ritengono dubbia sia l’esistenza del Cartel de los Soles, di cui secondo la Casa Bianca Maduro sarebbe a capo, sia la mancanza di un collegamento diretto tra quest’ultimo e l’organizzazione criminale Tren de Aragua. A garantirlo non sono dei gruppi rivoluzionari, ma l’Office of the Director National Intelligence e l’Ufficio Onu contro la droga e il crimine, che, inoltre, evidenzia da tempo come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina o fentanyl, ma al limite un territorio di transito. La stessa DEA assicura che solo l’8% della cocaina che giunge negli Usa passa dal Caribe, mentre ben il 74% dal Pacifico con un epicentro ormai acclarato, l’Ecuador.
Il paradosso della presunta lotta degli Usa contro il narcotraffico può essere facilmente smascherato limitandosi ad analizzare il rapporto della Casa Bianca con i governi di Honduras, Ecuador e Paraguay.
In Honduras lo scrutinio delle presidenziali dello scorso 30 novembre è stato sospeso per quasi un mese, fino a quando Nasry Asfura, candidato del Partido Nacional e fortemente sponsorizzato da Trump, non è stato dichiarato vincitore e, contemporaneamente, lo stesso gendarme globale ha reso pubblica la notizia relativa alla concessione dell’indulto all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per narcotraffico. Proprio Trump aveva dichiarato che, in caso di vittoria di Asfura, avrebbe permesso a Joh, come è popolarmente conosciuto in Honduras, di far ritorno al suo paese, dove però, poco meno di un mese fa, è stato emesso un nuovo ordine di cattura nei suoi confronti da parte del procuratore Johel Zelaya.
Quanto all’Ecuador, il paese è preda, da tempo, della criminalità organizzata, capace di condizionare le elezioni e infiltrarsi anche nel sistema della giustizia, dove ci sono tantissimi giudici corrotti che agiscono agli ordini dei narcos mentre quelli integerrimi vengono assassinati perché non sono protetti dallo Stato. Il narcotraffico gestice anche le carceri e, da alcuni anni, si è diffusa la figura dei narcosgenerales, generali delle forze armate ecuadoriane legate ai cartelli della droga, ma Trump si è guardato bene dall’attaccare, anche solo verbalmente, Daniel Noboa, il giovane presidente della famiglia bananiera più ricca del paese e fedelissimo alleato di Washington, tanto da aprire l’Ecuador a nuove basi militari a stelle e strisce.
In relazione al Paraguay, basti ricordare, nel maggio 2022, l’omicidio del giudice antidroga Marcelo Pecci, in vacanza con la moglie in una spiaggia nell’isola di Barú, dipartimento di Cartagena (Colombia). L’allora presidente del Paraguay, Mario Abdo, condannò il vile assassinio ricordando l’impegno del suo paese nella lotta contro il crimine organizzato, ma in realtà proprio il Paraguay rimane tuttora uno degli stati sudamericani maggiormente coinvolti nelle rotte del narcotraffico che muovono verso l’Europa.
Nemico numero uno dei cartelli della droga e delle organizzazioni criminali coinvolte nel riciclaggio del denaro sporco e appartenente all’Unidad Especializada de Lucha contra el Crimen Organizado y el Narcotráfico de Paraguay, con la quale coordinava l’operazione “A Ultranza Py”, volta a disarticolare il trasporto di cocaina dalla Bolivia al suo paese, Pecci non ha mai ottenuto giustizia. L’attuale presidente, Santiago Peña, nonostante le ripetute sollecitazione del suo omologo colombiano Gustavo Petro, non si è adoperato minimamente per fare luce sull’omicidio del giudice, anzi, lui stesso, è stato tirato in ballo in merito ad uno scandalo scoppiato a seguito della divulgazione delle conversazioni avute con politici corrotti che testimonierebbero l'infiltrazione del crimine organizzato nelle diverse istituzioni dello stato.
Tuttavia, da Washington si preferisce attaccare pesantemente il colombiano Petro, bollato da Trump come narcotrafficante, mentre, al contrario, da anni, è impegnato in un complesso processo di pacificazione con le guerriglie da un lato e con le organizzazioni paramilitari dall’altro.
Nei confronti di questi paesi, funzionali a Washington proprio per la loro amichevole sottomissione, la Casa Bianca non è mai intervenuta, se non per condizionare e indirizzare i processi elettorali. Non solo. Come ha giustamente osservato Fabrizio Tonello sul manifesto del 4 gennaio, “la guerra alla droga era stata avviata dall’amministrazione Nixon nel 1973 ed era un pretesto per criminalizzare le opposizioni e le minoranze etniche allora, com’è un pretesto per le esibizioni di forza su scala planetaria oggi”.
Allo scopo di mascherare tutto ciò, l’attuale governo Usa ha deciso di prendere di mira Gustavo Petro per il suo presunto lassismo verso il traffico di cocaina nel suo paese, ma soprattutto perché non ha mai digerito ciò che il presidente colombiano disse lo scorso settembre in occasione dell’Assemblea generale Onu a New York, quando affermò che quello che stava accadendo a Gaza sarebbe potuto succedere anche in America latina.
Quanto alla presidente messicana Claudia Sheinbaum, da tempo Trump si è legato al dito le critiche dell’inquilina di Los Pinos sulla gestione dei migranti al confine tra i due paesi ed ha cercato di associare anch’essa al narcotraffico a causa del crescente potere della criminalità organizzata, mentre, in merito a Cuba, le pressioni dei cubano-americani di Miami, forti del sostegno di Marco Rubio e che adesso hanno rialzato prepotentemente la testa a seguito dell’aggressione al Venezuela, paese che, occorre ricordarlo una volta di più, non ha mai rappresentato una minaccia per gli Usa, potrebbero risultare decisive per compiere un’operazione simile pure nell’isla rebelde.
E così, in uno scenario dal futuro altamente imprevedibile, mentre l’Unione Europea balbetta e si appella ad un generico invito ad un’ambigua “transizione democratica”, e, nel nostro paese, il governo italiano, tramite la presidente Giorgia Meloni ha contattato María Corina Machado, uno dei Nobel più controversi e poco credibili nella storia del premio, l’amministrazione del Venezuela nel breve periodo rimane nebulosa.
Nel 2002, Machado aveva partecipato al tentato golpe contro Hugo Chávez (con la breve presidenza de facto di Pedro Carmona, allora a capo della Confindustria venezuelana) ed aveva fondato una sua ong, Sumate, finanziata dall’USAID e dedita a destabilizzare il paese. Inabilitata politicamente per aver rappresentato Panama in un vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani del 2014 per affrontare la crisi venezuelana, la donna aveva visto revocarsi il seggio dalla Corte Suprema di Giustizia venezuelana. Inoltre, Machado ha sostenuto l’ex deputato Juan Guaidó, autoproclamatosi in passato presidente del paese, ma a sua volta poco stimato dalla stessa, frammentatissima, galassia dell’opposizione antichavista ed ha promosso per anni le guarimbas, una strategia insurrezionale paramilitare segnata da morti e feriti pur di generare il caos nel paese e prendere il potere.
Trump vorrebbe affidare la gestione diretta del Venezuela, tra gli altri, a Marco Rubio e Pete Hegseth. Quest’ultimo è accusato di aver autorizzato i bombardamenti, nel Caribe, di una delle tante imbarcazioni ritenute sotto il controllo dei narcos per il trasporto della droga durante la quale è stato ucciso il pescatore colombiano Alejandro Carranza e che, nei mesi scorsi, hanno provocato oltre un centinaio di vittime nella ricerca ossessiva di un casus belli per attaccare il paese.
Come è facile intuire, i fini reali dell’aggressione al Venezuela sono essenzialmente due: inviare un messaggio diretto alla Cina per limitarne la presenza e gli investimenti economici in America latina (solo poche ore prima del suo rapimento Maduro aveva rafforzato la partnership con una delegazione di Pechino) e procedere con il furto del petrolio.
Quanto accaduto travalica sia il rapimento ed un processo nei confronti di Maduro e consorte, dall’esito probabilmente già scritto, sia le considerazioni sul governo venezuelano, non esente da errori e contraddizioni dovute anche ad un pesantissimo blocco economico. L’attacco al Venezuela può essere replicato contro un qualsiasi altro paese dell’America latina e non solo, ma gli Stati Uniti, in nome di un neoliberismo estremo pretendono che l’unica ricetta a dare benessere e stabilità sociale sia il volto più feroce del capitalismo, la cui faccia è già stata mostrata, tra fine 2025 e inizio 2026, dal neopresidente boliviano Rodrigo Paz, il quale ha tolto i sussidi al carburante reprimendo con violenza le proteste di piazza.
Senza scomodare lo stadio di Santiago del Cile del 1973, i desaparecidos di Videla, il somozismo, le atrocità della contro-guerriglia in Centroamerica o il ventennio dei militari in Brasile nel secolo scorso, e rimanendo solo agli ultimi venti anni, i governi appoggiati dagli Usa hanno creato solo ulteriori problemi.
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