Venezuela: il regno della forza che spazza via quello della legge
Non è (ovviamente) la droga. E’ qualcosa di più semplice: Donald Trump è debole e aggressivo (ha detto ieri che gli Stati Uniti “governeranno”il Venezuela) mentre i suoi consiglieri sono senza scrupoli. I nazistelli di cui si è circondato sentono istintivamente che il regime non può durare per sempre (John Bolton, il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, ha detto: Trump non ha la stoffa del dittatore) e si affannano a usare la potenza militare in tre continenti per mascherare il loro totale fallimento sul piano interno.
Partiamo dal petrolio: il più grande produttore del mondo oggi sono gli Stati Uniti, che estraggono tanto greggio quanto Russia e Arabia saudita insieme. Il Venezuela ha grandi riserve ma sta circa al ventesimo posto fra i produttori, estraendo meno di un milione di barili al giorno. L’industria petrolifera di Caracas fu nazionalizzata non da Hugo Chavez o da Maduro ma da Carlos Andres Perez, il miglior amico degli Stati Uniti, nel 1975.
Il cambiamento di regime con la forza a Caracas si colloca certo nella lunga storia della violenza contro i paesi sfortunatamente collocati a sud del Rio Grande: un proverbio latinoamericano dice: “Perché non ci sono colpi di stato a Washington? Perché è l’unico posto dove non c’è un’ambasciata americana”. Il solo sostegno alle giunte militari del Guatemala durante la guerra civile tra il 1960 e il 1996 ha causato 200.000 vittime, l’86% delle quali tra la popolazione indigena. D’altro canto, è un fatto storicamente accertato l’instaurazione di regimi autoritari in Perú (1962), Argentina (1962 e 1966), Guatemala, Ecuador e Honduras (1963), Brasile (1964), Repubblica Dominicana (1965), Cile e Uruguay (1973), oltre al rafforzamento di dittature come quella di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954-1989) e di Anastasio Somoza in Nicaragua (1936-1979).
Quindi l’installazione di un regime amico a Caracas, con vantaggiose concessioni petrolifere per gli amici (Drill, baby drill! era uno slogan di Trump) è senz’altro parte dello scenario preparato alla Casa Bianca ma è una ragione minore. Il centro della questione è l’esibizione senza remore della forza militare, un’espansione su scala globale della violenza interna. Così come la personale Gestapo di Trump, l’Immigration and Customs Enforcement, arresta i presunti clandestini senza mandato, mette in carcere cittadini americani e deporta le sue vittime in altri continenti in violazione della Costituzione e delle decisioni dei giudici, così in politica estera si bombardano l’Iran, la Nigeria, il Venezuela e, domani, qualche altro paese che permetta al ducetto della Casa Bianca di mostrare quanto è macho.
Del resto, il pretesto di processare Maduro in quanto protettore del narcotraffico è particolarmente risibile: il primo dicembre scorso Trump ha graziato Juan Orlando Hernandez, un ex presidente dell’Honduras che era davvero un protettore dei cartelli della cocaina, era stato arrestato nel suo paese, estradato negli Stati Uniti e condannato a decine di anni di galera. Questo avveniva mentre la marina americana bombardava i battelli di presunti trafficanti nel golfo del Messico, assassinando anche i superstiti che chiedevano aiuto.
In realtà la “guerra” alla droga avviata dall’amministrazione Nixon nel 1973 era un pretesto per criminalizzare le opposizioni e le minoranze etniche allora, com’è un pretesto per le esibizioni di forza su scala planetaria oggi. Nel 1970, negli Stati Uniti gli arresti legati agli stupefacenti erano stati 322.300, nel 2000 erano diventati 1.375.600 e nel 2019 toccavano il picco di 1.560.000. La vera ragione, fin dall’inizio era prendere di mira le minoranze etniche: su questo abbiamo la testimonianza del consigliere di Nixon John Ehrlichman (sì, quello che organizzò il Watergate). In un’intervista del 1994 confessò tranquillamente che l’obiettivo era colpire la sinistra contraria alla guerra nel Vietnam e gli afroamericani facendo in modo che l’opinione pubblica associasse gli studenti alla marijuana e i neri all’eroina, e criminalizzando pesantemente entrambi: «Potevamo arrestare i loro leader, fare irruzione nelle loro case, interrompere le loro riunioni e diffamarli sera dopo sera al telegiornale. Sapevamo di mentire sulla droga? Certo che lo sapevamo» disse Ehrlichman al giornalista Dan Baum di Harper’s.
Oggi le menzogne non hanno bisogno di essere sofisticate: Trump ha accusato il Canada di esportare l’oppiaceo fentanyl negli Stati Uniti, dove è stato ed è prodotto da Johnson & Johnson e da Purdue Pharma. Quest’ultima azienda è finita in bancarotta dopo aver ammesso le proprie responsabilità nella crisi degli oppiacei e pagato 6 miliardi di dollari per alimentare fondi di risarcimento a stati, enti locali e vittime.
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