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Chiara Castellani ricorda nel suo intervento alla libreria Gilgamesh (Taranto) dell'incidente stradale che nel 1992 le cambiò per sempre la vita: il 6 dicembre 1992 diverrà un passero con un'ala sola. In quel terribile giorno la sua vita si "spezzerà in due". Infatti durante il viaggio che l'avrebbe riportata nella sua casa, a Kimbau, per rifornire di medicinali l'ospedaletto, in un incidente perse il braccio destro. Quel braccio indispensabile per poter operare e amputare gambe e braccia, la abbandonò.

Scriverà poi nel suo libro “Una lampadina per Kimbau”: "da colei che amputava sono diventata amputata". Una sorte che cambiò la sua vita, ma che la rese più forte. Non si arrese Chiara. Si rialzò più determinata e per aiutare gli "ultimi" così come aveva sempre fatto:

Non ci si può fermare di fronte ai fallimenti. I fallimenti li incontriamo tutti nella nostra vita. I fallimenti e anche gli ostacoli. Per me l'ostacolo, sicuramente almeno in apparenza, più grosso è stato quando nel '92 a seguito di un incidente di transito, mi sono trovata improvvisamente dall'altro lato del bisturi. E mi sono trovata poi che io medico chirurgo che per tanti motivi ero stata mio malgrado chirurgo di guerra non ero comunque più in grado di operare. E invece viceversa il fatto di non fermarmi di fronte a questo ostacolo, e anche, la conoscenza in seguito con Rita, mi fece comprendere quello che è un messaggio molto importante: che noi viviamo in funzione del rapporto con gli altri. E diciamo, quasi per fortuna io ero troppo autosufficiente, e non delegavo abbastanza quella che era la mia azione come chirurgo; invece in questo momento, a partire dal mio incidente mi sono trovata obbligata a delegare. A delegare non solo i piccoli gesti della vita quotidiana ma anche e soprattutto i grandi gesti del mio mestiere. E ho dovuto formare gli infermieri chirurghi che tuttora mi aiutano a operare e che tuttora sono il mio braccio destro. E devo dire che sono contenta di avere dovuto, di essere stata obbligata a formare questi giovani per operare, perché in questo modo io non sono più indispensabile e l'obiettivo di tutti i progetti di cooperazione è rendersi “non indispensabili”. E di questa scommessa sulla formazione ne ho capito fino in fondo l'importanza quando per me formare era l'unica alternativa a dover rinunciare per sempre al sogno africano.”

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