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Le guerre della vergogna di cui i media non parlano - anni di colonialismo e tratta degli schiavi: se si vuole costruire un cammino di democrazia in Africa si deve partire dalle donne.
24 dicembre 2013 - Antonietta Podda

Un altro piccolo estratto dell'intervento della dottoressa Chiara Castellani alla libreria Gilgamesh di Taranto in occasione della presentazione del libro su Rita Levi Montalcini - con trascrizione e registrazione audio.

 

"Io non ho mai scelto di andare a lavorare nei paesi in guerra. Ma la guerra mi segue.

Nel senso che più scelgo di andare a lavorare dove più c'è miseria, dove più c'è difficoltà, più bisogno, più la guerra mi perseguita.

Sono i paesi dove (la guerra) è molto più facile con la complicità dei media che seguono schemi, che chiudono un velo di silenzio intorno a queste guerre. Sono guerre - soprattutto nel caso del Congo - sono guerre della vergogna, guerre bugiarde finanziate per gli interessi vigliacchi delle multinazionali. Guerre di cui non si parla, guerre silenziose, chiamate di bassa intensità, ma nel caso del Congo hanno fatto più di 6 milioni di morti. Io mi son trovata testimone coinvolta mio malgrado di queste violenze. E purtroppo sia in Nicaragua che in Congo ho dovuto troppe volte amputare arti stritolati da mine, arti maciullati, arti in cancrena perché per troppo tempo avevano dovuto essere trasportati feriti con l'arto morto, in carne viva, sotto la pioggia, con l'umidità, col caldo umido, e questo facilitava il processo di putrefazione, di cancrena. Trovarmi dall'altro lato, è stata un'esperienza terribile eppure enormemente formativa. Proprio perché quasi per uno scherzo del destino mi toccava rivivere sulla mia pelle quello che avevo visto succedere troppe volte agli altri e che quando succedeva agli altri mi faceva male, mi faceva soffrire. Ma non era la stessa cosa. Viverle in prima persona significava sentire l'intensità, il dolore. Ma anche devo dire il momento che per me è stato di liberazione meraviglioso: la paura di morire che non è stata così forte da impedirmi di continuare a lottare per la sopravvivenza e di avere quasi una sicurezza che comunque ce l'avrei fatta, però anche quella sensazione meravigliosa di sollievo e di resurrezione quasi di quando mi sono svegliata dall'anestesia e ho detto: “Dio mio ce l'ho fatta. Sono viva. Posso ricominciare. Posso ricominciare a costruire il mio sogno”. E in quei mesi, proprio il momento che mi è sembrato più duro è stato quando in ospedale dicevo “voglio tornare in Zaire”. Dicevano “tu sei matta. Ma non ti basta? Come puoi pensare adesso di tornare in Zaire?” Per me era estremamente importante legarmi al sogno della mia adolescenza, perché mi rendevo conto che se l'incidente mi avesse portato via il mio sogno, sarebbe stato molto più grave che aver perso semplicemente il braccio. Per fortuna i miei genitori riuscirono a capirmi in quel momento e non mi posero nessun ostacolo. E devo dire che l'allora presidente dell'Associazione Raoul Follerau quando mi venne a trovare all'ospedale, dissi grazie però io voglio tornare in Zaire lui mi capì e non mi pose nessun ostacolo. Mi è stato difficile i primi tempi convincere chi mi era accanto,chi mi circondava, che io dovevo tornare in Zaire perché quello rappresentava la continuità della mia vita e del mio sogno. Però poi la gente mi comprese ed è così che ritornai in Zaire quello che adesso è chiamato Congo. E ho dovuto ripensare alla mia professione, ripensarla sotto il profilo della formazione professionale. Gente che ha voglia di imparare e voglia di insegnare in Congo ce n'è tantissima. E devo dire che da quando mi sono buttata nella formazione mi sono resa conto che il regalo più bello che puoi fare a un congolese è farlo a studiare.

Se poi questo congolese è una donna, realizzi quello che mi diceva sempre Rita: “se tu fai studiare un uomo aiuti una persona, un individuo, se tu fai studiare una donna aiuti una donna, aiuti famiglia, aiuti un villaggio ed aiuti forse un intero paese.” Perché sicuramente se si vuole costruire un cammino di democrazia in Congo si deve partire dalle donne perché le donne nel loro passato di sofferenza, tuttora protagoniste della lotta quotidiana per la sopravvivenza, a tutti i livelli – come le donne dei villaggi che vedi uscire prestissimo al mattino con le ceste di manioca sulla testa, già dalle sei del mattino quando io vado a lavorare le vedo di ritorno dalla foresta col carico di manioca – sono queste donne che permettono nonostante le difficoltà, nonostante la guerra a questo paese di sopravvivere. Se a queste donne, con il loro coraggio, con la loro determinazione, vengono dati gli strumenti per studiare, allora l'Africa veramente può tirarsi fuori dal peso di anni, di strascichi di 400 anni di tratta degli schiavi e di 100 anni di colonialismo. Può veramente tirarsi fuori ed esprimere se stessa. E' questa la grande scommessa di Rita Levi Montalcini."

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