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Nessuno ha l'onestà di confessare: "Io uccido per rubare".

Le guerre mentono.

12 settembre 2005 - Eduardo Galeano
Fonte: pagina 12

- Ma il motivo? - chiese il signor Duval -. Un uomo non uccide per niente.
- Il motivo? - rispose Ellery, alzando le spalle -. Lei conosce già il motivo.
(Ellery Queen, L'Avventura nella Casa delle Tenebre.)

Le guerre si dice che avvengano per nobili motivi: la sicurezza internazionale, la dignità nazionale, la democrazia, la libertà, l'ordine, il mandato della civiltà o la volontà di Dio.
Nessuno ha l'onestà di confessare: "Io uccido per rubare".

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Non meno di tre milioni di civili morirono nel Congo nel corso della guerra di quattro anni e in sospeso, ancora, dalla fine del 2002
Morirono a causa del coltan, ma loro neppure lo sapevano. Il coltan è un minerale raro, e il suo raro nome descrive l'insieme di due minerali rari chiamati columbite e tantalio. Poco o niente era il valore del coltan, finché si scoprì che era imprescindibile per la produzione di telefoni cellulari, astronavi, computer e missili; e allora diventò più caro dell'oro.
Quasi tutte le riserve di coltan conosciute si trovano nelle sabbie del Congo. Più di quaranta anni fa, Patricio Lumumba fu sacrificato su un altare di oro e di diamanti. Il suo paese continua ad ucciderlo ogni giorno. Il Congo, paese poverissimo, è ricchissimo in minerali, e quel dono della natura continua a trasformarsi in una maledizione della storia.
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Gli africani chiamano il petrolio merda del Diavolo.
Nel 1978, si trovò del petrolio nel sud del Sudan. Sette anni dopo, si venne a sapere che le riserve arrivano a più del doppio, e la maggior parte si trova nell’ovest del paese, nella regione del Darfur.
Lì sì è verificato recentemente, e continua ancora, un'altro massacro. Molti contadini neri, due milioni secondo alcune stime, sono fuggiti o sono morti, per le pallottole, coltelli o fame, al passaggio delle milizie arabi che il governo sostiene con carri armati ed elicotteri.
Questa guerra si traveste di conflitto etnico e religioso tra i pastori arabi, islamici, e i contadini neri, cristiani e animistici. Il fatto è che i villaggi incendiati e le coltivazioni rase al suolo, si trovavano dove ora incominciano ad esserci le torri petroliere che perforano la terra.
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Il negare l'evidenza, ingiustamente attribuito agli ubriachi, è l'abitudine più nota del presidente del pianeta, che grazie a Dio non beve neppure un goccio.
Lui continua ad affermare, un giorno sì e l'altro pure, che la sua guerra in Irak non ha niente ha che fare con il petrolio.
"Ci hanno ingannato occultando sistematicamente delle informazioni", scriveva dall'Irak, attorno al 1920, un certo Lawrence d'Arabia: "Il popolo d'Inghilterra è stato portato in Mesopotamia per cadere in una trappola della quale sarà difficile uscirne con dignità e con onore".
Io so che la storia non si ripete; ma a volte ne dubito.
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E l'ossessione contro Chàvez? Non ha niente a che fare con il petrolio del Venezuela questa frenetica campagna che minaccia di uccidere, nel nome della democrazia, il dittatore che ha vinto in modo pulito nove campagne elettorali?
E le continue grida d’allarme sul pericolo nucleare iraniano, non ha niente a che fare col fatto che l'Iran possieda una delle riserve di gas più ricche al mondo? Se così non fosse, come si spiegano i discorsi sul pericolo nucleare? Fu l'Iran che lanciò le bombe nucleari sulla popolazione civile di Hiroshima e di Nagasaki?
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L'azienda Bechtel, con sede in California, aveva ricevuto in concessione, per quarant'anni, l'acqua di Cochabamba. Tutta l'acqua, compresa l'acqua delle piogge. Non appena si fu insediata, triplicò le tariffe. Ci fu una manifestazione popolare e l'azienda dovette andarsene dalla Bolivia.
Il presidente Bush s’impietosì per quest’espulsione e l'ha consolato concedendole l'acqua dell'Irak.
Molto generoso da parte sua. L'Irak non solo è degno di sterminio grazie alla sua straordinaria ricchezza petrolifera: questo paese, irrigato dal Tigri e dall’Eufrati, merita anche il peggio per essere la più ricca fonte d’acqua dolce di tutto il Medio Oriente.
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Il mondo è assetato. I veleni chimici fanno marcire i fiumi e i periodi di siccità gli annientano, la società dei consumi consuma sempre più acqua, l'acqua è sempre meno potabile ed ogni volta scarseggia di più. Tutti ne parlano, tutti lo sanno: le guerre del petrolio saranno, domani, guerre dell'acqua.
In realtà, le guerre dell'acqua ci sono già.
Sono guerre di conquista, ma gli invasori non lanciano bombe né sbarcano truppe. Viaggiano vestiti in borghese, questi tecnocrati internazionali, che sottomettono i paesi poveri allo stato d'assedio e pretendono privatizzazione o morte. Le loro armi, mortali strumenti d’estorsione e di punizione, non si vedono ne fanno rumore.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, due lame della stessa forbice, hanno imposto, negli ultimi anni, la privatizzazione dell'acqua in sedici paesi poveri. Tra loro, alcuni dei più poveri del mondo, come Benin, Nigeria, Mozambico, Ruanda, Yemen, Tanzania, Camerun, Honduras, Nicaragua. L'argomento era indiscutibile: o consegnano l'acqua oppure non ci sarà nessuna clemenza con il debito, né dei nuovi prestiti.
Gli esperti hanno avuto anche la pazienza di spiegare che non facevano questo per smantellare le loro sovranità, ma per aiutare nella modernizzazione ai paesi affondati nell'arretratezza a causa dell’inefficienza dello Stato.
E se i conti dell'acqua privatizzata diventavano impossibili di pagare per la maggior parte della popolazione, tanto meglio: forse così si sarebbe svegliata la loro assopita volontà di lavorare e del superamento personale.
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Nella democrazia, chi comanda? I funzionari delle alte finanze, che nessuno ha votato?
A fine ottobre dell'anno scorso, un plebiscito decise il destino dell'acqua in Uruguay. La maggior parte della popolazione votò, con maggioranza schiacciante, confermando che l'acqua è un servizio pubblico e un diritto di tutti.
Fu una vittoria della democrazia contro la tradizione d'impotenza, che c’insegna che non siamo capaci né di gestire l'acqua né nient'altro.
Il plebiscito in Uruguay non ha avuto nessuna ripercussione internazionale. I grandi mezzi di comunicazioni non si sono accorti di questa battaglia nella guerra dell'acqua, persa da quelli che vincono sempre; e l'esempio non ha contagiato nessun altro paese nel mondo.

Questo è stato il primo plebiscito per l'acqua e finora, che si sappia, è stato anche l'ultimo.

Note:

http://www.pagina12web.com.ar/diario/contratapa/13-56308-2005-09-11.html

Tradotto da Alejandra Bariviera per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.

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