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In America Latina, come in tutto il sud del mondo, gruppi di contadini e comunità indigene continuano a battersi affinché le risorse naturali non siano brevettabili

Brasile: Deludente esito del vertice sull'ambiente a Curitiba

L'assenza di decisioni reali e di una vera partecipazioni della società civile ai negoziati cruciali ha segnato in modo negativo l'esito della conferenza
4 aprile 2006 - David Lifodi


Considerato da ambientalisti e popoli indigeni come una sorta di contrapposizione all'Organizzazione Mondiale del Commercio, l'incontro svoltosi a Curitiba (città situata nel sud del Brasile) sulla Diversità Biologica e conclusosi nei giorni scorsi dopo quasi due settimane di discussione, in realtà si è rivelato una vera delusione.
"La Conferenza è stata un insuccesso", ha dichiarato senza mezzi termini Greenpeace, e dichiarazioni simili sono state espresse anche dal Forum Brasiliano delle Organizzazioni non Governative, secondo il quale ha finito per imporsi all'interno del convegno un "orientamento economico neoliberista". L'assenza di decisioni reali e di una vera partecipazioni della società civile ai negoziati cruciali ha segnato in modo negativo l'andamento della conferenza, come ha confermato anche il Ministro dell'Ambiente sudafricano Van Schalkwyk, che ha dichiarato, a nome del G-77, la sua insoddisfazione. A finire sotto accusa sono stati Australia, Canada e Nuova Zelanda, che secondo gli ambientalisti avrebbero partecipato al convegno soltanto per sostenere e dar voce alle posizioni dell'industria biotecnologica e degli Stati Uniti, assenti al vertice.
Le preoccupazioni del G-77 sono quelle condivise anche dai movimenti sociali sudamericani, che da anni denunciano la loro preoccupazione sulla biopirateria esercitata dalle multinazionali, sulla crescente distruzione dell'ambiente, e sulle risorse naturali sempre più depredate dalle transnazionali ai danni dei popoli indigeni. Per adesso le nazioni più industrializzate non sembrano essere intenzionate a porre un freno alle multinazionali del nord del mondo, e non è un caso che in Bolivia, dopo le guerre del gas e dell'acqua circolasse la battuta (nemmeno troppo ironica), secondo la quale presto sarebbe stata privatizzata anche l'aria.
In America Latina, come in tutto il sud del mondo, gruppi di contadini e comunità indigene continuano a battersi affinché le risorse naturali non siano brevettabili da parte delle multinazionali (come sottolineato anche dal Ministro dell'Ambiente indiano Narain Meena, il cui paese possiede una delle maggiori biodiversità del mondo): "la sovranità degli stati sulle risorse naturali non è assoluta" – ha dichiarato la portavoce argentina del Foro Internacional Indigena Sobre Biodiversidad (Fiib) Viviana Figueroa, accusando inoltre i governi di rifiutare la presenza degli indigeni e delle comunità locali nei negoziati sul libero accesso alle risorse naturali allo scopo di privatizzare i beni comuni.
Le proteste di Greenpeace, del Foro Internacional Indigena Sobre Biodiversidad, e di Via Campesina sono state ben riassunte ancora una volta da Viviana Figueroa: "se gli stati permettono un sovrasfruttamento delle risorse naturali mettono a rischio la nostra esistenza e la vita in tutto il mondo".
Nonostante le forti perplessità espresse dai movimenti, Curitiba ha rappresentato un passo importante secondo i Ministri dell'Ambiente uruguayano e brasiliano (Mariano Arana e Marina Silva) per rafforzare la sinergia tra i quattro paesi che fanno parte del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay) nella lotta per ridurre la perdita della biodiversità sulla base di una strategia comune che consentirà di superare i conflitti ambientali che sono sorti tra i paesi del blocco. Inoltre i ministri si sono impegnati a rispettare le comunità indigene e a convocarle in merito alle questioni ambientali. Gli obiettivi sbandierati a Curitiba lasciano però alcuni dubbi. La crisi tra Buenos Aires e Montevideo in merito alla costruzione delle fabbriche di cellulosa sul lato uruguayano del fiume Uruguay non sembra risolta, nonostante la recente tregua di 90 giorni (dopo i continui blocchi dei ponti dei manifestanti) per cercare di risolvere il contenzioso, mentre lascia pensare anche la gaffe fatta tempo fa dall'organismo governativo brasiliano del Funai (Fundacao National do Indio), per il quale gli indigeni della Coiab (Coordenacao das organizacoes indigenas de Amazonia Brasileira) possederebbero terre a sufficienza.
Il sostanziale fallimento dell'incontro è ammesso tra le righe anche da un funzionario della diplomazia brasiliana, secondo il quale "questo è il tempo degli accordi multilaterali", di fronte alle critiche degli ambientalisti che hanno contestato a più riprese il posticipo di misure considerate invece urgenti per salvaguardare le risorse naturali. "I 150 leaders del mondo che si riunirono quattordici anni fa a Rio de Janeiro per lo storico vertice sull'ambiente stabilirono i princìpi per una partecipazione giusta ed equa alle risorse naturali", ma ancora oggi, ha scritto per Ipsnoticias Haider Rizvi, "devono decidere come metterli in pratica".

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore

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