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Luís Gerez è vivo, trionfo per i diritti umani in Argentina

Lo hanno sequestrato in strada, lo hanno incappucciato, di nuovo torturato come la prima volta, nel 1972 quando aveva appena 16 anni, hanno finto di fucilarlo più volte, ma poi il dispiegamento di forze voluto immediatamente da Nestor Kirchner -che ha parlato alla nazione- li ha indotti a rilasciarlo.
30 dicembre 2006 - Gennaro Carotenuto


Riapparizione con vita, esigeva tutta l'Argentina democratica. "Sono gli stessi di sempre", sono state le sue prime parole una volta liberato. Lo hanno sequestrato in strada, lo hanno incappucciato, di nuovo torturato come la prima volta, nel 1972 quando aveva appena 16 anni, hanno finto di fucilarlo più volte, ma poi il dispiegamento di forze voluto immediatamente da Nestor Kirchner -che ha parlato alla nazione- li ha indotti a rilasciarlo. E' un trionfo per i diritti umani in Argentina.

Luís Gerez, 50 anni, muratore, militante peronista, era stato sequestrato mercoledì notte a Escobar, nel nord del Gran Buenos Aires. Il suo sequestro si presentava identico a quello di Jorge López, tre mesi fa, testimone chiave come Gerez in processi per violazioni di diritti umani, che ad oggi continua ad essere desaparecido. La colpa di Gerez era stata quella di avere riconosciuto tra i suoi torturatori del 1972, quando aveva appena 16 anni, il poliziotto di Escobar, Luís Patti, che poi avrebbe fatto carriera politica. Come negli anni '70, come per Jorge López, Luís Gerez -costantemente minacciato da mesi- era scomparso nel nulla nel breve tragitto da casa di un amico al macellaio dove doveva comprare la carne per l'asado. Già nella prima notte, appena informato, il governo aveva risposto con immediatezza. Diciannove case o grandi tenute rurali erano state perquisite nella notte, oltre 50 nelle successive 24 ore, centinaia di uomini erano stati coinvolti facendo volutamente filtrare la notizia che si fosse a conoscenza che i sequestratori -al momento ci sarebbe solo una donna detenuta- fossero collegati allo stesso Patti.

Quando Gerez ieri sera è stato visto da una ragazzina, seduto su un marciapiede, a torso nudo ed in grave stato di choc, mostrava segni di percosse, bruciature sul petto, i polsi segnati dalle manette, ed ha denunciato di essere stato più volte fucilato (una delle tipiche tecniche di tortura psicologica insegnata nella Scuola delle Americhe di Fort Benning). Ricoverato in Ospedale, oltre ai familiari, ha ricevuto la visita del Ministro degli Interni e la telefonata del presidente Kirchner, per il quale Gerez è un militante attivo.

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE La gravità della situazione di ieri, venerdì, era testimoniata dal discorso -appena il secondo in quattro anni- che il presidente Kirchner aveva rivolto alla nazione poche ore prima del rilascio, sul caso che stava sconvolgendo l'Argentina: "Cento giorni fa, mani anonime sequestrarono il testimone del caso Etchecolatz, Jorge Julio López. Da due giorni non abbiamo notizie del testimone del caso Patti, Luis Gerez. Tutto fa pensare che in entrambi i casi abbia agito quella che conosciamo come mano d'opera disoccupata, ovvero elementi paramilitari e parapolizieschi che minacciano per raggiungere l'obbiettivo di mantenere l'impunità".

Se Patti aveva minacciato per tutta la vita Gerez -già quando aveva 14 anni gli diceva "negro, sei nel mirino"- adesso era Patti ad essere nel mirino del Presidente della Repubblica, che lo nominava espressamente in un discorso pubblico. Ma non solo. Il discorso di Don Nestor aveva una portata più vasta. Parlava mostrandosi visibilmente irato: "L'intera società argentina è sotto aggressione da parte di quelli che continuano a pretendere l'impunità. Sappiano tutti che questo Presidente non avallerà nessun tipo di amnistia". Si riferiva ai gruppi filo-militari -anche in questo Kirchner è stato esplicito- che il 5 ottobre manifestarono in piena Plaza San Martín pretendendo l'amnistia per i torturatori e gli assassini.

Il fatto che il governo consideri in maniera prioritaria la difesa dei testimoni, e il fatto che il caso Gerez sia arrivato a conclusione positiva proprio per la decisa azione del governo, non sposta i termini né la gravità della questione. Per garantire che in Argentina sia definitivamente ristabilito lo stato di diritto si devono fare i processi e arrivare a condanna per migliaia di repressori.

Migliaia di testimoni, spesso anziani, e decine di migliaia di familiari, vedono oggi sconvolta la loro vita, quasi sempre ricostruita con fatica dopo essere stati esposti alla brutalità più ignobile. Oggi sono sotto mira da parte di gruppi paramilitari, forse limitati numericamente ma non meno pericolosi, che hanno dimostrato di poter colpire quando vogliono.

Sgominare la banda Patti e trovare gli amici di Etchecolatz che hanno sequestrato e con ogni probabilità ucciso Jorge López è un imperativo per la democrazia argentina che deve fisicamente dimostrare che oggi l'egemonia e la correlazione di forze sono dalla parte della democrazia e non c'è nessuno spazio per aprire trattative con violatori di diritti umani. L'ultima battaglia per la verità e per la giustizia in Argentina è appena cominciata.

Note:

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