I trent'anni delle «Madri»
Mi hanno chiesto di scrivere che cosa sento, oggi, quando penso che sono Madre di Plaza de Mayo. Prima di tutto, e in ogni caso, sento che sono madre. E cosa significa essere madre? Per me è un amore immenso per la vita, è la passione che ho vissuto insieme al mio unico compagno, il padre dei miei figli. È la tenerezza di allattare per tanti mesi i miei tre figli e, insieme a loro - visto che avevo sempre tanto latte - altri bambini del mio quartiere, El Dique. Per quarant´anni sono stata madre e moglie. Quando i miei figli maggiori cominciarono la loro militanza rivoluzionaria, il mio cuore cominciò a battere in modo diverso e cominciai a capire tante cose e ad abbandonare l'egoismo che è proprio di ogni madre. Quando i miei figli cominiciarono a non tornare a casa la domenica all'ora di pranzo, quando nel patio si facevano lunghe riunioni che finivano con canti che non conoscevo, ho dovuto passare dal tango Uno al Gallo Negro, Gallo Rojo e alle canzoni di Víctor Jara. Per me, essere madre ha significato accogliere nel mio grembo i miei bambini e farli nascere, e poi accoglierli di nuovo - nel mio grembo e nel mio cuore - quali militanti rivoluzionari. Loro, che si nutrivano dei libri di Mao, di Marx, del Che, della chiesa del Terzo mondo. Così, lentamente, cominciai ad avvicinarmi alla nuova vita che era entrata nella mia casa, portando con sé tanti giovani. Ma un giorno terribile, fatale - avevo da poco compiuto 49 anni - sequestrarono il mio figlio maggiore. Tutti mi conoscevano come Kika Pastor - il mio nome da nubile -; finché una telefonata non mi annunciò che mio figlio Jorge era scomparso. In quell'istante diventai Hebe de Bonafini. Fu nel febbraio 1977 che - molto scossa - misi per la prima volta piede nella Plaza de Mayo e conobbi Azucena e María Adela. Entrambe produssero un forte impatto su di me. La piazza diventò per me l'alimento indispensabile per sopportare il dolore, la rabbia, l'amarezza. Comunicare con le compagne ci dava serenità; quando ci incontravamo, ci abbracciavamo a lungo l'un l'altra, finché - parlando - non cominciavamo a marciare. Com'è successo? Quando? Sai qualcosa? Sempre le stesse domande. Essere «Madri di Plaza de Mayo» è oggi il nostro orgoglio più grande, è fare quello che i nostri figli volevano fare. È nella Plaza de Mayo, nella «nostra» piazza, che si produce l'incredibile miracolo della resurrezione. È sempre lì che, ogni giovedì, da trent'anni, alle 15.30, ci troviamo con loro. Essere «Madre di Plaza de Mayo» è sentire che i miei figli mi hanno «partorito» alla lotta, che tutti coloro che lottano sono i miei figli. Ogni sera sento le loro voci, i loro canti, i loro passi all'alba, i loro andirivieni, le prove teatrali che facevano al Nacional, e vedo la pila dei loro libri, la loro università... sempre vita e ancora vita! I miei primi viaggi all'estero, gli incontri con le donne e con gli uomini del mondo intero per raccontare urlando quello che accadeva in Argentina. Cercare la forza e il coraggio per pubblicare, in piena dittatura, un bollettino che dopo diventò un periodico. Organizzare il caffé letterario, l'università popolare, la libreria, la biblioteca, la casa editrice, la radio e, da sei mesi a questa parte, costruire case nelle villas miserias, prima nella Ciudad Oculta, dopo a Los Piletones, adesso a Lugano. È anche così che facciamo la rivoluzione: insieme a donne e uomini che ricostruiscono la loro vita lavorando e lottando per un'abitazione dignitosa. Le mense, la scuola materna, presto le scuole, le nostre prime scuole elementari. La missione «Sueños compartidos» ha a che vedere con loro, con i nostri figli rivoluzionari. Essere «Madre di Plaza de Mayo» è una lotta di amore condiviso; il nostro fazzoletto bianco è il loro abbraccio e quello della piazza; marciare ogni giovedì è per noi partorire vita ogni settimana. Ogni giovedì è diverso, unico. Ad ogni marcia, continuiamo a dare vita ai nostri figli, con il latte tiepido e nutriente che non finisce mai: quello della lotta per la vita che sconfigge la morte. Una passione disperata è sempre nel mio cuore, quella che culla trentamila fantastici, unici e meravigliosi giovani che hanno dato la vita per il loro popolo, per un paese migliore, più giusto e solidale.
Articoli correlati
A 50 anni dal colpo di stato i titolari delle imprese non hanno mai pagatoGolpe Argentina: l’impunità dell’agrobusiness
La complicità con la dittatura, fatta di delazioni, rapimenti e torture nel tentativo di disarticolare la resistenza di operai, piccoli produttori e contadini, è stata evidenziata da un dettagliato reportage di Agencia Tierra Viva4 maggio 2026 - David Lifodi
Negli stadi del paese club e tifoserie organizzate hanno reso omaggio ai desaparecidosArgentina: dalle madres un calcio alla dittatura
Non si tratta della prima manifestazione di questo tipo per ricordare i cinquanta anni dal golpe del 24 marzo 1976. Spesso le hinchadas sono scese in piazza a fianco di lavoratori e pensionati e contro i carnefici del regime troppo spesso protetti dalle istituzioni1 maggio 2026 - David Lifodi
A 50 anni dal golpe la fanno da padrone repressione e negazionismoArgentina: il golpe di allora e l’autoritarismo di oggi
Dalla riforma del lavoro all’offensiva contro la memoria fino alla progressiva cancellazione dei diritti in nome dell’individualismo più sfrenato Javier Milei ha riportato il paese ad una situazione non dissimile da quella del 24 marzo 197629 marzo 2026 - David Lifodi
Amnesty denuncia l’omicidio di 16 donne in cerca dei desaparecidos tra il 2019 e il 2025Messico: le instancabili buscadoras
Eppure, nonostante minacce e intimidazioni, la loro ricerca nelle fosse comuni continua e rappresenta un monito di giustizia per tutto il Paese.7 settembre 2025 - David Lifodi
sociale.network