Amnesty denuncia l’omicidio di 16 donne in cerca dei desaparecidos tra il 2019 e il 2025

Messico: le instancabili buscadoras

Eppure, nonostante minacce e intimidazioni, la loro ricerca nelle fosse comuni continua e rappresenta un monito di giustizia per tutto il Paese.
7 settembre 2025
David Lifodi

Messico: le instancabili buscadoras

Il Messico, almeno ufficialmente, non è un paese in guerra, eppure, a partire dal 1952, sono quasi 130.000 le persone desaparecidas. Molte di queste sono sparizioni forzate che non solo mettono a rischio, come ovvio, la vita del singolo desaparecido, ma anche quella di tutte e tutti coloro che si adoperano per cercarlo. Tra loro vi sono le defensoras buscadoras, alle quali Amnesty International ha dedicato il rapporto dal titolo Desaparecer Otra Vez: Violaciones y afectaciones que enfrentan las mujeres buscadoras en México, reso pubblico l’8 luglio scorso.

Il dossier include le testimonianze di oltre 600 donne buscadoras residenti nei trenta stati del Messico e nei paesi dell’America centrale. I dati di Amnesty evidenziano l’assassinio di sedici buscadoras tra il 2019 e il 2025. La caparbietà con cui le donne ricercano i loro familiari ha un prezzo: la loro sete di giustizia comporta, ogni volta di più, rischi altissimi. I silenzi del governo, la corruzione della classe politica, lo strapotere del narcotraffico e istituzioni balbettanti alimentano l’impunità e incoraggiano la criminalità ad eliminare le donne buscadoras.

A questo proposito, denuncia l’Iniciativa Mesoamericana de Mujeres Defensoras de Derechos Humanos (IM-Defensoras), la collusione di ampi apparati dello stato con il crimine organizzato è alla base della diffusione di veri e propri campi di sterminio come quello rinvenuto lo scorso 5 marzo nel Rancho Izaguirre, municipio di Teuchitlán (stato di Jalisco): lì sono stati trovati dei forni crematori clandestini gestiti dal cartello Jalisco Nueva Generación.

Sono 234 i collettivi di madres buscadoras presenti in tutto il paese che si muovono e indagano sullo stesso terreno della criminalità a rischio non solo della vita, ma dedicando l’intera esistenza, se riescono nell’impresa di non farsi uccidere, a scampare minacce, estorsioni e sfollamenti forzati che mettono a dura prova la loro salute fisica e mentale.

Almeno il 97% delle buscadoras intervistate da Amnesty International ha denunciato intimidazioni, e conseguenti disturbi legati alla depressione a seguito delle loro attività sia nei 25 anni della guerra sporca contro comunità indigene e attivisti nell’ambito della repressione all’insegna della contrainsurgencia (1965-1990) sia a seguito della fallimentare guerra alla droga scatenata dal presidente Felipe Calderón nel sessennio 2006-2012, ma seguita anche dai governi successivi.

Gli ultimi dati del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas, risalenti al 2023, parlano di almeno 5.696 fosse clandestine, soprattutto negli stati di Jalisco, Tamaulipas, México e Veracruz. Inoltre, le defensoras buscadoras sono discriminate per motivi di genere, posizione economica, etnia e situazione migratoria.

Eppure il coraggioso lavoro di ricerca delle madres, pur nel contesto di un ambiente profondamente ostile, assume un valore decisamente significativo in tema di diritti umani. Grazie a loro, pur con lentezza, le istituzioni sono state costrette ad approvare leggi (a partire dalla Ley General de Desaparición Forzada del 2017) e promuovere politiche pubbliche volte quantomeno alla ricerca delle persone desaparecidas, tuttavia meno del 20% delle buscadoras si rivolge alle autorità per denunciare la scomparsa di familiari o minacce e intimidazioni nei loro confronti, segno evidente della totale sfiducia nei confronti dello Stato. Non è un caso che le istituzioni spesso siano le prime a indugiare nel riconoscimento del volto femminile nella ricerca dei desaparecidos.

La loro caparbietà ha fatto si che le buscadoras siano riconosciute con l’appellativo di “cittadine forensi” proprio per la loro ricerca materiale, nelle fosse comuni, dei loro cari scomparsi. Fabrizio Lorusso, giornalista italiano e docente all’Universidad Iberoamericana de León, più volte ha scritto che le madres dovrebbero essere accolte nel Mecanismo de Protección de Personas Defensoras de Derechos Humanos y Periodistas per evitare casi come quelli di Rosario Zavala, uccisa nel 2020 “perché parlava troppo”, così era riportato in un biglietto accanto al suo corpo, o di Lilian Rodriguez Barraza, freddata nel 2022 a colpi di pistola al termine di una messa che aveva fatto celebrare in memoria del figlio desaparecido. Episodi del genere, al pari di irruzioni armate nelle case delle buscadoras terminati tragicamente, rappresentano purtroppo la normalità e dimostrano anche gli alti livelli di complicità di cui gode la criminalità organizzata.

Que buscar no signifique perderlas è l’auspicio finale del rapporto di Amnesty International per queste donne coraggiose che sanno bene come la loro vita sia a forte rischio, ma sono consapevoli, al tempo stesso, che devono la loro instancabile attività di ricerca ai desaparecidos di tutto il Messico.

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