Argentina: ergastolo a Videla e Menéndez
Prima dell'11 Settembre 1973 Víctor Jara probabilmente era stato allo stadio di Santiago del Cile per uno dei suoi tanti concerti a sfondo sociale: di certo non immaginava che ci sarebbe tornato prigioniero degli aguzzini di Pinochet spinto a forza con il calcio del fucile insieme a migliaia di oppositori. Probabilmente ad ascoltarlo durante i suoi concerti c'era la maggior parte di quella generazione che poi sarebbe passata dai centri di detenzione clandestini del Cono Sur dell'America Latina, in particolare Argentina e Cile: certo quei giovani non pensavano che di lì a poco tempo avrebbero subìto torture atroci. E nemmeno i peggiori della storia, dai militari della Dina cilena (polizia segreta) ai generali Videla e Menéndez, con la loro arroganza, il loro disprezzo per la cultura in quanto sinonimo di impegno sociale e la sicurezza di farla franca, credevano che un giorno sarebbero stati condannati.
Invece è successo. Quasi contemporaneamente Videla e Menéndez hanno dovuto accettare l'ergastolo, mentre per i quattro ufficiali che uccisero materialmente Víctor Jara il governo cileno ha ordinato la detenzione. Tutto ciò è stato possibile grazie alle testimonianze di alcune persone fatte anche loro prigioniere all'interno dello stadio di Santiago nei giorni immediatamente successivi al golpe di Pinochet. Osiel Nuñez, dirigente di un'organizzazione studentesca, ha ricordato a Telesur che Jara fu picchiato e torturato brutalmente dalla polizia e separato immediatamente dal resto degli ostaggi. Icona della musica di protesta latinoamericana, Víctor Jara fu ucciso il 16 Settembre 1973, cinque giorni dopo il colpo di stato: il suo corpo era stato ridotto ad un'enorme piaga e, non contenti, i torturatori gli spezzarono anche le mani. "Dovevamo farlo", è stata la giustificazione dei militari cileni e argentini nelle innumerevoli cause intentate contro di loro, "per salvare il paese dal comunismo". Di fronte alle accuse per le oltre tremila vittime del regime di Pinochet e i trentamila desaparecidos argentini hanno continuato a ripetere questa stessa frase come un disco rotto. Lo ha fatto di nuovo Videla, all'età di 85 anni, di fronte al giudice all'interno del Tribunal Oral 1 di Cordoba. Ancora una volta, nessun pentimento e nessuna scusa. Per loro la condanna alla cadena perpetua, l'ergastolo, da scontare in un carcere comune, è un affronto così insopportabile che subito Menéndez ha tentato una via di fuga: dovrà essere sottoposto ad una perizia medica che stabilirà se le sue condizioni di salute sono compatibili con il carcere comune oppure se riuscirà a vivere il resto della sua esistenza in una cella dorata con tutti i comfort. Il quotidiano argentino Página 12 ha scritto che nel momento in cui è stata letta la sentenza, terroristi di stato e torturatori come Menéndez e Videla hanno perso per sempre la loro migliore compagna, l'impunità. Il processo nei loro confronti era cominciato lo scorso 2 luglio, ma già negli anni precedenti Menéndez aveva ricevuto una condanna per le responsabilità nel centro di detenzione clandestino di Cordoba, La Perla. La sentenza di ieri è invece riferita alla fucilazione di trentuno prigionieri politici sequestrati presso l'Unidad Penitenciaria San Martín, sempre a Cordoba. Si sono rese necessarie 63 udienze, 110 testimoni e 34 anni di attesa, ma alla fine i due gerarchi (ed altri 21 poliziotti) sono stati riconosciuti come colpevoli. Alla lettura della sentenza di condanna molti ex-prigionieri si sono abbracciati per la gioia, mentre le organizzazioni sociali hanno cominciato a fare festa nei dintorni del tribunale.
Resta però un po' di amarezza per le sette, inspiegabili, assoluzioni. Le cronache di Página 12 raccontano infatti che tra coloro che l'hanno fatta franca c'è Osvaldo César Quiroga, veterano delle Malvinas che, durante il trasferimento di alcuni prigionieri da un'unità penitenziaria all'altra, fucilò a sangue freddo quattro detenuti bendati e ammanettati. Questo significa che la strada da percorrere è ancora lunga, ma il "juicio y castigo" invocato più volte dai familiari degli scomparsi comincia, pian piano, a diventare realtà.
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