Latina

Mobilitazione delle ‘mujeres luchadoras’ dell’Honduras

Dichiarano stato di massima allerta (+foto)
26 agosto 2019
Giorgio Trucchi

Manifestazione davanti alla Corte Suprema di Giustizia (Foto G. Trucchi | LINyM)

Donne provenienti da varie regioni e territori e che fanno parte dell’Assemblea delle ‘mujeres luchadoras”[1] dell’Honduras, si sono riunite lo scorso 21 agosto di fronte alla Corte suprema di giustizia per denunciare il saccheggio sistematico di territori e beni comuni, la criminalizzazione della protesta, la persecuzione giudiziaria contro attivisti dei diritti umani, la militarizzazione dei territori, il razzismo e la violenza contro le donne.

Il 28 giugno, a dieci anni dal colpo di Stato che cambiò la storia dell’Honduras, più di 1.200 donne e circa 350 bambini e bambine appartenenti a sei popoli originari si sono riunite nel territorio garifuna di Vallecito per rafforzare la propria memoria storica e per riflettere, articolare lotte e lanciare un grido contro la violenza strutturale che le opprime.

Da questo incontro è nata l'Assemblea delle ‘mujeres luchadoras’ dell'Honduras, uno spazio per continuare ad approfondire e rafforzare proposte politiche che abbiano come obiettivo quello di “trasformare radicalmente la realtà honduregna, l'esercizio della politica e creare proposte antirazziste, antipatriarcali e anticapitaliste", recita il Manifesto dell’assemblea.

"Dobbiamo costruire un altro Honduras. Noi donne ribelli stiamo combattendo e difendiamo i territori e i beni comuni, come nel caso di Vallecito che difenderemo con le nostre vite. Dobbiamo costruire un altro modo di governare, perché non si tratta di andare in cerca di una poltrona, ma di far sí che le persone siano ascoltate e consultate, che non regni più l’impunità, che si smetta di militarizzare l’intero paese, che si smetta di reprimere, perseguitare, uccidere. Dobbiamo costruire un nuovo modello scacciando questo regime illegale e illegittimo. Non è possibile che non ci si possa muovere liberamente per la paura di essere attaccate e assassinate. Non è possibile che la nostra vita sia sempre in pericolo e che ci restino solo due opzioni: quella di emigrare o di rimanere qui ed essere uccise”, ha affermato Miriam Miranda, coordinatrice della Ofraneh (Organizzazione fraternale nera honduregna).

Attualmente, diversi territori sono minacciati da attività estrattive, dall’espansione delle monoculture e da progetti di sviluppo energetico e turistici. Le donne sono quelle maggiormente esposte e che subiscono la maggior quantità di attacchi e vessazioni.

Guapinol a Tocoa, Río Blanco in Intibucá, La Tigra a Francisco Morazán, Alemania a El Progreso, Chinda e altre comunità a Santa Barbara, Azacualpa a Copán, Zacate Grande, Valle e Choluteca nel sud del paese, le terre garifuna e la Mosquitia, sono i principali territori e comunità sotto assedio.

Le donne ‘luchadoras’ dichiarano stato di massima allerta e accompagnano, insieme al Copinh (Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras) e ad altre organizzazioni alleate, la lotta per la giustizia nel caso di Berta Cáceres, assassinata in marzo 2016.

Quasi nove mesi fa, sette persone sono state dichiarate colpevoli dell’omicidio ma il tribunale non ha ancora redatto, né motivato la sentenza di condanna. Inoltre si continua a rimandare l’inizio del processo contro Roberto David Castillo, ex presidente di Desarrollos Energéticos SA (Desa) - azienda titolare della concessione per l’uso delle acque del fiume Gualcarque e del progetto idroelettrico Agua Zarca -  incriminato come autore intellettuale dell’omicidio di Berta Cáceres.

"Oggi siamo qui per chiedere giustizia per l'omicidio di Berta Cáceres, per esigere la libertà dei prigionieri politici, per dire a tutti che costruiremo un altro paese, un altro modello, un'altra vita", ha concluso Miranda.

 GALLERIA DI FOTO QUI >>> LINyM

[1] Tradotto ‘donne che lottano’

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