Latina

Tra i responsabili bancada ruralista e le multinazionali minerarie

Amazzonia brasiliana: sono in tanti a volerla distruggere

Nella devastazione del polmone verde del mondo Bolsonaro è in buona compagnia e difenderla sembra un’impresa sempre più difficile
9 settembre 2019
David Lifodi

Amazzonia in fiamme

Solo pochi mesi fa, rilevava Iván Restrepo sul quotidiano La Jornada, otto ex ministri dell’Ambiente del Brasile sottoscrissero un manifesto in cui condannavano le controverse e pericolose politiche ambientali promosse da Bolsonaro. Gli ex ministri evidenziarono l’ingiustificata ostilità dell’attuale presidente brasiliano contro le istituzioni pubbliche e i movimenti ambientalisti impegnati a tutelare l’Amazzonia dalla deforestazione, condannarono la soppressione dell’Agenzia nazionale dell’Acqua e della Segreteria del cambiamento climatico ed espressero le loro perplessità a proposito del trasferimento del Servizio forestale sotto il Ministero dell’Agricoltura, attualmente guidato da una delle più accese sostenitrici dell’agrobusiness, Tereza Cristina, più conosciuta sotto l’appellativo di O musa do veneno.

Non ci vuole poi molto a capire che se l’Amazzonia va a fuoco lo si deve agli interessi del grande latifondo, delle imprese minerarie, dei ganaderos e dell’agronegozio, tuttavia gli incendi rappresentano soltanto la parte più visibile di un problema creato anche dal commercio illegale del legname, dai produttori di soia e, più in generale, da tutti coloro che traggono enormi vantaggi economici dall’imposizione della monocoltura.

Un lungo reportage curato da Repórter Brasil e dall’inglese The Guardian ha evidenziato come le aree dell’Amazzonia dove si è sviluppato il maggior numero di incendi  sono quelle già preposte alle piantagioni della soia. A dimostrarlo è stato uno scienziato della Nasa, Douglas Morton, il quale,  grazie ai satelliti, ha notato che gran parte delle colonne di fumo che salivano in cielo provenivano dalla regione della Tierra del Medio, nel Pará, e dal sud-est dello stato di Amazonas. La Tierra del Medio, nella conca del fiume Xingu (dove da anni è in corso un duro conflitto ambientale per scongiurare la costruzione di una centrale idroelettrica) è tra le più minacciate dalla deforestazione, a cui è interessato soprattutto Jbs, il gigante mondiale esportatore di carne. Sebbene i proprietari dell’impresa, i fratelli Wesley Batista e Joesly Batista (quest’ultimo coinvolto anche nell’operazione Lava Jato) siano stati in carcere per i finanziamenti illeciti in occasione delle votazioni del 2014 (nelle quali hanno contribuito apertamente all’elezione di deputati, senatori e governatori in tutto il paese), tra i maggiori beneficiari vi sono l’attuale presidente della Camera dei Deputati Rodrigo Maia e l’ex presidente Renan Calheiros, entrambi noti per la loro vicinanza alla bancada ruralista. Inoltre, secondo l’Ibama (Instituto brasileiro do medio ambiente e dos recursos naturais renováveis) , non è la prima volta che Jbs ha acquistato bestiame da gruppi implicati nella deforestazione dell’Amazzonia, tra cui AgroSB.

Nonostante le dichiarazioni di Ricardo Salles, ministro dell’Ambiente, e di Tereza Cristina, ministra dell’Agricoltura, volte a minimizzare il problema degli incendi, lo scorso 24 agosto il governo brasiliano aveva dato ordine all’esercito di mobilitarsi per contenere gli incendi negli stati amazzonici del paese (Acre, Amazonas, Mato Grosso, Roraima, Tocantins, Amapá, Marañhao, Pará e Rondônia), dal Planalto respingono al mittente tutte le critiche. Probabilmente Bolsonaro ignora il trattato di cooperazione amazzonica ratificato nel 1978 tra Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana, ma di certo è a conoscenza del fatto che l’Amazzonia è il polmone verde del pianeta, produttore di buona parte dell’ossigeno che respiriamo e responsabile dei cicli idrologici della regione latinoamericana, tuttavia è senza dubbio più interessato al profitto.

Non solo. Prima di deforestare l’Amazzonia Bolsonaro mira a ripulire il Brasile dagli indios, da lui ritenuti un ostacolo al progresso e allo sviluppo del paese. Le migliaia di focolai nell’Amazzonia brasiliana hanno messo in grande difficoltà anche le comunità indigene, già alle prese da tempo con la deforestazione. Sono gli stessi indios a ricordare che con l’arrivo del Messia nero al Planalto la deforestazione è cresciuta dell’80%. Già negli anni Settanta, la stessa dittatura brasiliana si era resa responsabile di uno dei maggiori incendi provocati in Amazzonia.

Alcuni ricercatori brasiliani affermano che mai era stato registrato un ritmo di incendi così alto, mentre l’Inpe (Instituto Nacional de Pesquisas Especiais) informa che i satelliti hanno segnalato, nel solo 2019, circa 74.000 incendi. Lo scorso 19 agosto gli abitanti della città di San Paolo videro il cielo oscurarsi nel primo pomeriggio. In molti pensarono che si trattasse del maltempo incombente, ma in realtà era il fumo propagato dai boschi del nord del paese, attraverso gli stati di Acre, Rondônia, Mato Grosso e Mato Grosso do Sul, come ha riportato l’agenzia di notizie Opera Mundi.

Per tornare all’articolo di Iván Restrepo su La Jornada, il titolo è indubbiamente  appropriato e condivisibile: “Bolsonaro etnocida e piromane”.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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