America latina: non c’è pace per le donne

Non si tratta dell’unica studentessa scomparsa nell’ultimo periodo alla UAM. Prima di lei era accaduto a Kimberly Joselín Ramos Beltrán, desaparecida dallo scorso 20 febbraio e il cui corpo è stato trovato il 2 marzo. E ancora, non si hanno più notizie di Alondra María Stephanye Contreras Galarza, che come le altre due ragazze, frequentava la Universidad Autónoma del Estado de Morelos. All’interno dell’ateneo è stato proclamato uno sciopero a tempo indefinito da parte degli studenti.
Le notizie provenienti da tutta l’America latina nella settimana appena trascorsa, dedicata interamente ai diritti delle donne, sono sempre più preoccupanti. I dati dell’Osservatorio sulla sicurezza delle donne in Brasile, relativi al solo stato del Pará, riferiscono, per il biennio 2024-2025, di un aumento del 167,4% dei casi di violenza sessuale, di cui il 62,8% riguardano adolescenti di 17 anni. Il rapporto Elas Vivem: a urgência da vida racconta di una realtà drammatica anche per quanto riguarda le lottatrici ambientali. La violenza sul territorio spesso si ripercuote sui corpi delle donne, basti pensare all’omicidio, avvenuto il 3 novembre 2025, ai danni di Antônia Ferreira dos Santos e Marly Viana Barroso, due rompedoras de cocos de babaçu assassinate rispettivamente a 53 e 71 anni.
L’uccisione delle due donne rappresenta un caso lampante dell’impunità delle lobby estrattiviste e del contemporaneo isolamento delle popolazioni costrette a fronteggiare coloro che si prefiggono di depredare la selva amazzonica. Nel Pará, come del resto in tutto il continente latinoamericano, la violenza ambientale e quella di genere rappresentano molto spesso la stessa faccia della medaglia.
A ribadirlo è anche la Commissione pastorale della terra, che ricorda non solo il sacrificio di Antônia e Marly, assassinate per difendere il proprio territorio, ma anche i 68 casi di minacce di morte e gli 11 tentativi di omicidio nei confronti delle lottatrici sociali nell’anno appena trascorso. A questo proposito Taiana Passos, ricercatrice dell’Instituto de Investigación Mãe Crioula, punta il dito contro l’assenza di misure di protezione che avrebbero dovuto essere predisposte dallo stato e sulla scarsa volontà, da parte delle lottatrici minacciate, di sporgere denuncia, sia per la mancanza di appoggio da parte delle istituzioni sia per la riluttanza ad intervenire da parte delle forze di polizia.
Più in generale, le caratteristiche sociali, territoriali ed economiche della regione centro e sudamericana, segnata da enormi diseguaglianze socioeconomiche, dalle difficoltà ad implementare politiche pubbliche a reale tutela delle donne, insieme alle grandi opere, all’estrattivismo minerario, al traffico di legname e ai continui tentativi di accaparrarsi energie a risorse idriche da parte delle multinazionali, accrescono e favoriscono le condizioni per generare violenza, vulnerabilità sociale e fragilità.
Nel solo stato brasiliano di Amazonas le vittime di violenza sessuale relative al 2025 rappresentano il 78% del totale e ciò si spiega con la presenza di molti fiumi che rendono indispensabile spostarsi lungo il loro corso, rendendo così più difficile denunciare rapidamente episodi del genere.
Si è parlato della persecuzione delle defensoras ambientales lo scorso 25 novembre in occasione del Día de la No Violencia Contra las Mujeres y Disidencias Sexuales tenutosi in Brasile in corrispondenza della COP 30.
La giornata del 25 novembre, istituita per commemorare l’assassinio di Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, avvenuto nel 1960 in Repubblica dominicana per mano del regime militare di Leónidas Trujillo, era servita per focalizzare l’attenzione, una volta di più, sul coraggio delle donne indigene, contadine e delle attiviste ambientali per i diritti umani e le risorse naturali quali, ad esempio, María Ivete Bastos, campesina di Santarém (Pará) minacciata di morte per essersi opposta all’imposizione della monocoltura della soia. I ruralistas fanatici dell’agrobusiness vogliono la morte della donna che, nell’autunno scorso, è scampata per miracolo ad un tentativo di investimento
Lo scorso mese di settembre il rapporto di Global Witness ha definito America latina e Caribe come le zone più pericolose del mondo per coloro che difendono terra, acqua e boschi. Non c’è differenza tra Cerrado brasiliano, Ande o coste del Pacifico: criminalizzazione, campagne di diffamazione organizzate ad arte e minacce rappresentano una costante che si ripercuote, in particolar modo, sulle donne.
Elizabeth Mamani, defensora degli humedales andinos ed esponente della Red Trasandina de Mujeres y Disidencias Diaguitas Ancestras del Futuro, Bertha Cáceres Zúñiga, figlia della leader indigena honduregna Berta Cáceres assassinata nel 2016, María do Bosque, attivista brasiliana contro la diffusione della monocoltura della canna da zucchero nello stato di Alagoas e Margarita Aquino Aramayo, coordinatrice della Red Nacional de Mujeres en Defensa de la Madre de Tierra di Oruro, Bolivia, sono solo alcune delle donne che ogni giorni lottano contro le grandi transnazionali dedite allo sfruttamento del territorio.
Di recente, in Brasile, è stato promosso il Patto nazionale contro il femminicidio e si è parlato di un futuro che deve essere necessariamente alternativo al modello attuale, ancora fondato sulla violenza patriarcale e assai difficile da debellare.
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