L'esito del primo turno presidenziale, del 12 aprile, è ancora in forse

Perù con il fiato sospeso

Al momento, è sicura di raggiungere il ballottaggio Keiko Fujimori, mentre si disputano il secondo posto Rafael López Aliaga, anch’esso di estrema destra, e Roberto Sánchez, sinistra, attualmente in leggero vantaggio
19 aprile 2026
David Lifodi

Perù con il fiato sospeso

Dopo il primo turno delle presidenziali peruviane, tenutesi lo scorso 12 aprile, l’unica cosa certa, ad oggi, è che Keiko Fujimori, figlia di Alberto “el Chino” Fujimori, prima con poco più del 17% dei consensi, andrà al ballottaggio del prossimo 7 giugno. La sua è una storia caratterizzata dalla costante invocazione del pugno duro all’insegna dell’autoritarismo. Seguono, a poca distanza, Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima ed estimatore di Donald Trump, Javier Milei e Nayib Bukele, dei quali spera di replicare lo stesso exploit politico, e Roberto Sánchez (Juntos por el Perú, sinistra). Quest’ultimo, ritenuto l’erede dell’ex presidente Pedro Castillo, sarebbe al momento in lieve vantaggio sull’esponente di estrema destra per guadagnarsi il secondo turno, ma la situazione può cambiare da un momento all’altro.

Almeno fino a qualche giorno fa sembrava invece certo il ballottaggio in seno all’estrema destra tra Keiko Fujimori e Rafael López Aliaga. Le votazioni sono state caratterizzate da diverse irregolarità e gestite con molta approssimazione, tanto che, a seguito di problematiche di vario tipo, l’orario di chiusura delle urne è stato posticipato alle 18 di lunedì scorso. Sono stati oltre cinquantamila, infatti, i cittadini che, nella zona sud della capitale Lima, non hanno potuto votare per il ritardo nell’apertura di 211 seggi dovuto, secondo l’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), a problemi nella distribuzione del materiale elettorale. A pagare è stato uno dei dirigenti dell’impresa a cui lo stesso Onpe aveva delegato l’organizzazione logistica del voto, arrestato dalla polizia.

La frammentazione della rappresentanza politica, che ha portato ad aspirare alla presidenza del paese ben 35 candidati, è il sintomo del caos in cui versa il Perù, nonché sinonimo di un paese totalmente alla deriva.

Dalla scheda elettorale più grande che gli elettori abbiano mai avuto, spiccano anche, tra gli altri, il comico Carlos Álvarez, che ha guadagnato poco meno del 10% delle preferenze salendo agli onori della cronaca in qualità di imitatore della presidenta golpista Dina Boluarte r Alfonso López Chau (Ahora Nación, centrosinistra).

Come previsto, nessuno dei candidati si è avvicinato al 20% dei voti in elezioni segnate da una evidente e altrettanto prevedibile atomizzazione dei pretendenti alla presidenza, frutto della disillusione, della mancanza di fiducia degli elettori e di una instabilità seguita alla destituzione di Pedro Castillo, avvenuta 4 anni fa, nel 2022, dopo che, poche ore prima aveva annunciato lo scioglimento del Congresso e il voto anticipato nel giorno in cui i deputati avrebbero dovuto votare il suo impeachment con l’accusa di corruzione a seguito di una persecuzione giudiziaria iniziata fin dai primi mesi della sua presidenza. Furono i suoi stessi ministri a rassegnare le dimissioni mentre le opposizioni parlavano di auto-golpe. La destituzione fu votata con 101 voti a favore contro due.

Dopo Castillo sono venuti Dina Boluarte, travolta dalle accuse di corruzione nell’ambito del cosiddetto Rolexgate e il cui governo è stato caratterizzato da una violentissima repressione delle organizzazioni popolari e José Jerí. La parabola discendente di quest’ultimo, a sua volta alla guida del paese per soli 4 mesi, dallo scorso ottobre, era iniziata in piene festività natalizie: era infatti il 26 dicembre quando aveva incontrato in un ristorante di Lima l’imprenditore cinese Zhihua Yang. L’intenzione del presidente, destituito ad ampia maggioranza dal Parlamento per traffico di influenze, era quella di mantenere del tutto riservato l’appuntamento con l’imprenditore, ma pur essendo entrato nel locale con un cappuccio in testa allo scopo di non essere riconosciuto, era stato tradito dalle telecamere.

Fino al 28 luglio, quando il paese avrà un nuovo presidente, ci sarà, in qualità di traghettatore, José María Balcázar, l’ottavo mandatario negli ultimi dieci anni.

È in questo contesto che l’estrema destra, prima del temporaneo e sorprendente sorpasso di Roberto Sánchez su Rafael López Aliaga, sperava di portare due suoi esponenti al ballottaggio (Keiko Fujimori è al 4° tentativo di guadagnare la presidenza del paese) poiché, anche prima della presidenza Castillo, l’instabilità politica l’aveva fatta da padrona. Nel 2018 Pedro Pablo Kuczynski non riuscì a concludere il mandato. Dopo di lui, per brevi periodi, si alternarono Martín Vizcarra, Manuel Merino, rimasto in carica per meno di tre giorni, e Francisco Sagasti, tutti fortemente contestati, al pari di Dina Boluarte, da imponenti manifestazioni popolari.

Keiko Fujimori (Fuerza Popular) e Rafael López Aliaga (Renovación Popular) si erano presentati entrambi come alfieri della repressioni, come se già il fujimorismo non l’avesse adottata sotto “el Chino”, macchiatosi di crimini di lesa umanità, sterilizzazioni forzate delle donne indigene, massacri gratuiti e numerosi episodi di corruzione. Albertio Fujimori se ne è andato l’ 11 settembre 2024 all’età di 86 anni, senza mai chiedere scusa, anzi. Per lui l’allora presidenta Dina Boluarte aveva dichiarato il lutto nazionale, un ulteriore insulto alla memoria ed una prepotente rivendicazione dei delitti come una modalità di agire politico che non riconosce i diritti umani.

Sono in molti, tra i politologi, ad aver previsto nei giorni precedenti al voto che la maggioranza, assai relativa, degli elettori avrebbe finito per spostarsi verso le destre radicali che, peraltro, pur avendo cercato di presentarsi come anti-sistema, con tutta evidenza non lo sono, visto che entrambi i contendenti sono da tempo in politica. Non è un caso che il salvadoregno Bukele sia uno dei presidenti latinoamericani maggiormente ammirati dai peruviani.

Aliaga, che ama definirsi come il “Trump’ limeño”, esponente dell’Opus Dei e apertamente schierato con i movimenti Pro-Vita, ha già dichiarato che, in caso di mancato raggiungimento del ballottaggio, non riconoscerà il risultato delle urne. Arrivato terzo alle presidenziali del 2021, aveva deciso di non ricandidarsi alla guida della capitale proprio per puntare alla presidenza del paese tramite slogan assai simili a quelli di Bukele. ll suo principale cavallo di battaglia, in campagna elettorale, è stato rappresentato dalla minaccia di costruire carceri nelle zone più remote dell’Amazzonia peruviana per combattere la criminalità organizzata, promettendo perfino la fucilazione dei suoi esponenti di spicco.

Il mancato raggiungimento del ballottaggio, per lui, rappresenterebbe un fallimento totale, soprattutto perché Roberto Sánchez, se riuscisse davvero a raggiungere il secondo turno, è espressione di quel voto rurale e indio che Aliaga disprezza.

Aldilà delle posizioni dei singoli candidati, il caos elettorale peruviano è sintomo di una classe politica completamente sfiduciata dalla cittadinanza, dove la dispersione del voto è tale che, chiunque divenga presidente, sarà in ogni caso espressione di una crisi politica irreversibile. In questo contesto, emerge inoltre la differenza nell’espressione del voto tra Lima, dove la maggioranza dei voti è andata alle destre, e l’interno del paese, dove a raccogliere più consensi sono stati i candidati di sinistra, per quanto presentatisi divisi in almeno quattro formule presidenziali e arrivati all’appuntamento elettorale in maniera assai confusa. Al contrario, a destra come a sinistra (dove una candidatura unica sarebbe riuscita probabilmente a guadagnare almeno il 30% dei voti) hanno prevalso le logiche personalistiche su quelle politico-ideologiche.

Gli analisti politici hanno definito gli oltre trenta anni di neoliberismo peruviano come il principale responsabile di una crisi politica persistente di cui è frutto anche la fallimentare gestione del processo elettorale contro il quale, alcuni dei candidati sconfitti, presenteranno sicuramente ricorso.

Nel frattempo, in attesa del verdetto finale che uscirà dalle urne, i peruviani restano con il fiato sospeso.

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