A 50 anni dal colpo di stato i titolari delle imprese non hanno mai pagato

Golpe Argentina: l’impunità dell’agrobusiness

La complicità con la dittatura, fatta di delazioni, rapimenti e torture nel tentativo di disarticolare la resistenza di operai, piccoli produttori e contadini, è stata evidenziata da un dettagliato reportage di Agencia Tierra Viva
4 maggio 2026
David Lifodi

Golpe Argentina: l’impunità dell’agrobusiness

Lo scorso 11 marzo, in Argentina, sarebbe dovuto iniziare il processo a Jorge Alberto Figueroa Minetti e Eduardo Buttori, due tra i principali dirigenti del gruppo imprenditoriale José Minetti & Cía amministratore de La Fronterita, uno dei numerosi stabilimenti industriali per la lavorazione dello zucchero presenti a Tucumán all’epoca della presidenza del militare Juan Carlos Onganía (1966-1970), quando già imperversava la repressione e si erano iniziate a crearsi le condizioni per il colpo di stato del 24 marzo 1976 sotto l’impulso di Jorge Videla.

La famiglia Minetti, fondatrice dello stabilimento nel 1923, aveva autorizzato il governo a costruire una base militare su parte dei suoi possedimenti che, successivamente al golpe, sarebbe divenuto un centro di detenzione clandestino dove si torturavano e uccidevano i lavoratori e i loro familiari. Il caso di La Fronterita era noto dal 2015, quando un dettagliato dossier redatto dal Programa Verdad y Justicia, dalla Secretaría de Derechos Humanos, dal Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS) e dalla Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (Flacso) denunciava la complicità delle imprese dell’agroindustria con la dittatura militare. Tuttavia, solo pochi giorni prima dell’11 marzo, il Tribunal Oral Federal de Tucumán informava che il processo era stato sospeso.

Grazie ad Agencia Tierra Viva sono emerse le responsabilità dell’agrobusiness nelle attività di rapimento e sparizione degli oppositori politici, a partire dai loro stessi dipendenti, secondo una strategia volta a disarticolare la classe operaia e il campesinado rimasta, ad oggi, nella più totale impunità. Dal 2003, informa il dossier, sono state infatti 1.246 le persone condannate per crimini di lesa umanità, ma appartengono, in gran parte, alle forze armate. Quanto ai signori dell’agrobusiness, invece, solo cinque figurano tra quelli che non sono riusciti a farla franca.

La storica Victoria Basualdo, riporta ancora Agencia Tierra Viva, sottolinea che le imprese dell’agroindustria, già prima dell’instaurazione della dittatura, avevano dichiarato guerra a operai, piccoli produttori e contadini, quest’ultimi riuniti nelle Ligas Agrarias. I dirigenti delle imprese indicavano agli sgherri delle patotas i nomi dei lavoratori da arrestare, devolvevano parte dei loro guadagni al regime militare per alimentare il sistema repressivo e, come il caso di José Minetti & Cía, erano ben contenti di far erigere sulle terre di loro proprietà centri di detenzione clandestini. Nel disperato tentativo di ripulire la propria immagine la famiglia Minetti ha venduto il centro La Fronterita ad Arca Continental, multinazionale dedita all’imbottigliamento di Coca Coca che ha cambiato il nome in Ingenio Famaillá. Correva l’anno 2016.

Non meno collusa con i golpisti è stata l’impresa jujeña Ingenio Ledesma, sul cui numero uno, Carlos Blaquier, e sul suo braccio destro, l’ex amministratore Alberto Lemos, pende l’accusa di aver deportato oltre 60 dipendenti, insieme ad altre centinaia di persone, in un centro di detenzione clandestino nei primi mesi del golpe, durante la drammatica Noche del Apagón, uno dei momenti di maggior repressione della dittatura argentina. Tra il 20 e il 27 luglio 1976 furono molteplici i black out che permisero alla polizia e all’esercito del regime di condurre a termine una serie di arresti di massa tramite un’operazione di intelligence e pedinamento durata oltre tre mesi per stroncare l’opposizione dei lavoratori all’interno dello zuccherificio. Lista dei nominativi da fare prigionieri alla mano, approfittando delle tenebre, i militari arrestarono oltre 400 persone sia all’interno dell’impresa sia nelle località di Libertador General San Martín e Calilegua, nella provincia di Jujuy, dove si trovavano gli altri stabilimenti dello zuccherificio.

Il momento più drammatico dell’operazione poliziesca si consumò il 20 luglio, quando i militari entrarono nelle case dei lavoratori, le distrussero e rubarono tutto ciò che era possibile prima di arrestarli per condurli, sui mezzi dell’impresa stessa, alla sede della polizia di Jujuy dove tutti furono torturati. Le liste dei lavoratori di Ledesma da arrestare erano state preparate e consegnate ai militari da Blaquier e Lemos in persona.

Nel 2015 il destino di Blaquier e Lemos sembrava segnato: la moglie di un operaio di Ledesma desaparecido insieme ai suoi figli e, a sua volta torturata, era ancora in grado di testimoniare, ma la cosiddetta “falta de mérito”, venne in soccorso ai due imputati, garantendo loro l’impunità e generando rabbia e sconcerto tra i familiari degli scomparsi.

Due anni dopo Blaquier è deceduto senza aver mai pagato per i propri crimini. Lo stesso destino è stato seguito anche dagli amministratori dell’Ingenio Concepción, una delle imprese leader nella produzione dello zucchero che aveva dichiarato guerra alla Federación Obrera Tucumana de la Industria del Azúcar rendendosi complici del regime militare, ma anch’essi deceduti senza aver né pagato con il carcere né aver spiegato i motivi per cui decisero di porsi al servizio della dittatura. E ancora, altrettanto incredibile è l’assoluzione, nel 2018, del militare Héctor Torres Queirel, alla guida dell’impresa Establecimiento Las Marías, accusato di crimini di lesa umanità a partire dal sequestro e dalla sparizione di venti operai.

A 50 anni dal golpe, l’impunità continua a farla da padrona.

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