A 50 anni dal golpe la fanno da padrone repressione e negazionismo

Argentina: il golpe di allora e l’autoritarismo di oggi

Dalla riforma del lavoro all’offensiva contro la memoria fino alla progressiva cancellazione dei diritti in nome dell’individualismo più sfrenato Javier Milei ha riportato il paese ad una situazione non dissimile da quella del 24 marzo 1976
29 marzo 2026
David Lifodi

Argentina: il golpe di allora e l’autoritarismo di oggi

Pochi giorni fa, in Argentina, in un momento storico assai delicato per il paese, si sono tenute le celebrazioni per ricordare i 50 anni dal colpo di stato avvenuto il 24 marzo 1976. Oggi, come allora, i diritti civili, sociali e politici sono messi in discussione ogni giorno di più da un governo apertamente autoritario e revisionista come quello presieduto da Javier Milei.

Da quando il cosiddetto autoritarismo libertario si insediato alla Casa Rosada, il 10 dicembre 2023, la Coordinadora Contra la Represión Policial e Institucional (Correpi) segnala che più del 10% dei decessi nel paese sono avvenuti per mano delle forze di polizia, una percentuale che, dal ritorno della democrazia, nel 1983, supera tutti i governi precedenti.

Nei due anni di governo del partito di Milei, La Libertad Avanza, si è consolidato un apparato statale repressivo secondo solo a quello della giunta militare dei vari Videla, Viola, Galtieri all’epoca della dittatura. Gli oltre mille morti negli ultimi due anni sotto la gestione Milei e la titolarità al Ministero della Sicurezza, fino allo scorso dicembre, di Patricia Bullrich, sono stati causati dalla totale discrezionalità di intervento lasciata alle forze di polizia, che si sentono ampiamente tutelate e autorizzate ad utilizzare il gatillo fácil, il grilletto facile. In questo contesto si distingue particolarmente, per brutalità, la polizia porteña, i cui uomini hanno agito perlopiù fuori dal proprio orario di servizio, come se fossero una milizia paramilitare. Di 34 omicidi di cui gli agenti sono resi responsabili tra il 2024 e il 2025, informa ancora Correpi, solo 4 sono stati compiuti dalle forze dell’ordine nell’esercizio del proprio orario di lavoro. Tutto ciò, del resto, non sorprende. Già ministra della Sicurezza, dal 2015 al 2019, sotto la presidenza di Mauricio Macri, Bullrich aveva fuso la polizia federale argentina con quella metropolitana di Buenos Aires dando vita così alla nuova polizia porteña, segnalatasi fin fin dall’inizio della sua attività per una violentissima repressione.

Purtroppo non è soltanto l’apparato repressivo di oggi ad essere non troppo dissimile da quello di 50 anni fa. Un’altra caratteristica che accomuna la presidenza Milei a quella della dittatura militare riguarda l’applicazione di un programma economico, sociale e politico al servizio del grande capitale, lo stesso già attuato negli anni Novanta del secolo scorso dal menemismo e, più di recente, da Mauricio Macri. Inoltre, se il golpe del 1976 rappresentò la risposta del sistema alla crescita delle lotte operaie e popolari e alla presenza della guerriglia urbana dei montoneros, in un contesto in cui la mobilitazione sociale era percepita dall’estabilishment come una minaccia da fermare ad ogni costo, oggi è di nuovo il conservatorismo politico, nella sua forma peggiore e più reazionaria, a voler bloccare qualsiasi forma di opposizione sociale.

È in questo contesto che Milei è riuscito ad imporre una riforma del lavoro volta ad annichilire non solo la classe operaia, ma anche quella media, promuovendo un individualismo sfrenato che cancella numerosi diritti, fino a mettere in dubbio quello allo sciopero all’insegna, appunto, dello slogan che ha dato il nome al partito governativo La Libertad Avanza. All’epoca della dittatura, nell’ambito del Proceso de Reorganización Nacional, si attaccava la classe operaia per disarticolare il sindacalismo. Il Plan Cóndor giocò un ruolo chiave negli arresti e nelle sparizioni di lavoratori inseriti nelle liste nere del regime. Solo nel 1976 i conflitti sindacali furono 89, nel 1977 salirono a 100 per divenire almeno 1.300 nei primi sei mesi del 1978 fin quando, il 27 aprile 1979, fu convocata la Jornada Nacional de Protesta: si trattava del primo sciopero organizzato contro la dittatura.

Quella che oggi è stata definita, a ragione, come controriforma del lavoro, attacca il diritto all’azione collettiva, intende distruggere il sindacalismo, impone una restrizione al diritto alle ferie, aumenta l’estensione dei periodi di prova e l’orario di lavoro quotidiano, solo per citare gli aspetti più odiosi, oltre ad essersi distinta per aver provocato l’arresto di Milton Iván Tolomeo, definito come prigioniero politico dal ritorno della democrazia. Lo scorso febbraio, durante la discussione sulla riforma del lavoro in corso al Congresso, gli scontri tra manifestanti e polizia erano culminati nel presunto lancio di una molotov a seguito di una violentissima repressione. Per quell’atto all’uomo, accusato di aver lanciato la bomba molotov, è stata imputata l’aggravante di terrorismo.

Al tempo stesso i movimenti sociali si trovano di fronte a grandi sfide, dalla riorganizzazione del movimento operaio alle lotte per la terra, dalla contestazione al cosiddetto capitalismo della sorveglianza alle battaglie per l’ambiente, a quelle in nome del femminismo, dell’antifascismo fino alla difesa della memoria. Quest’ultima è vittima dell’offensiva culturale che sta combattendo Milei, all’insegna di un aperto negazionismo verso i crimini commessi dalla dittatura militare. Non molti giorni prima del 24 marzo, a La Perla, centro di torture clandestino della provincia di Córdoba, grazie al coraggioso e costante lavoro dell’Equipo Argentino de Antropología Forense, sono stati individuati i corpi di di sei desaparecidos sequestrati e torturati all’epoca della dittatura militare.

Fortunatamente, con buona pace di Milei, i massacri della dittatura non possono essere nascosti, non solo perché la maggioranza degli argentini condanna i crimini compiuti dal regime militare, ma perché gli anticorpi antifascisti della società civile continuano a rimanere saldi. Sono significative, a questo proposito, le parole di María Soledad Nívoli, figlia di Mario Nívoli, i cui resti sono stati ritrovati proprio a La Perla a seguito del sequestro del 14 febbraio 1977 dal Tercer Cuerpo del Ejército comandato dal repressore Luciano Benjamín Menéndez: “Adesso non sono più figlia di un desaparecido”.

Abbiamo trovato ciò che abbiamo cercato per lungo tempo” è la frase pronunciata dai familiari dei desaparecidos ogni volta che vengono ritrovati i resti dei militanti scomparsi e che rappresenta sempre un colpo al cuore al fascismo mileista poiché lo stesso presidente argentino sa bene che non potrà mai spegnere quel grido che continua a risuonare, instancabile, nella Plaza de Mayo: 30.000 desaparecidos presentes, ahora y siempre”. La recente declassificazione, peraltro arbitraria, degli archivi relativi al periodo 1979-1983, divulgata dall’intelligence, intende solo dimostrare che la repressione era iniziata prima del golpe del 24 marzo 1976 nell’ambito di una generica emergenza per quel terrorismo di Stato che invece proveniva da un ambiente ben preciso, quello dei militari legati alla dittatura.

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