Guatemala: i bananeros schiavi di Chiquita
Le condizioni dei lavoratori sono drammatiche. Salari da fame, orario di lavoro non inferiore alle 12 ore al giorno, nessuna protezione per difendersi dalle fumigazioni, peraltro proibite, e divieto assoluto di protesta, pena il licenziamento immediato, sono alcune delle pratiche riportate anche da Sergio Ferrari nell’articolo pubblicato su Resumen Latinoamericano dall’eloquente titolo Guatemala. Chiquita y su propio garrote: Infiernos bananeros, paraísos fiscales.
Per resistere a dei ritmi di lavoro insostenibili e in condizioni non troppo diverse da quelle di una vera e propria schiavitù, Public Eye spiega che i bananeros si vedono costretti ad assumere una bevanda che mischia oppiodi e la bibita energizzante Raptor per diminuire la fatica e non crollare a terra per almeno sette volte al giorno. Già nel 2024 la rivista guatemalteca No Ficción aveva documentato la crescita dei casi di infermità renale cronica tra i lavoratori dell’agroindustria, dovuta proprio alle durissime condizioni di lavoro a cui continuano ad essere sottoposti non solo i bananeros, ma anche i cortadores de caña.
Del resto tutto ciò non sorprende poiché già United Fruits Company era nota per sfruttare i propri lavoratori, oltre che per adoperarsi allo scopo di spingere gli Stati Uniti a gettare le basi per governi amici in Centroamerica appoggiando apertamente colpi di stato e regime change nei confronti di esecutivi non graditi.
Ritenuto una sorta di vero e proprio supermarket delle risorse naturali da parte delle multinazionali, all’inizio del secolo scorso il Guatemala si vide espropriare dalla United Fruit Company circa un milione di ettari di terreno identificato come “proprietà indigena” e, ancora non soddisfatta, l’impresa impose l’abolizione dell’autonomia dei municipi locali nelle mani degli indios e la sostituzione dei sindaci provenienti dalle comunità indigene con funzionari nominati dal governo. Successivamente, quando Jacobo Árbenz giunse alla presidenza del paese e si pose come obiettivo principale quello di migliorare il tenore di vita delle masse contadine, United Fruit Company fece di tutto per convincere l’opinione pubblica dell’urgenza di un intervento per scongiurare un peraltro improbabile rischio che il marxismo giungesse al potere in Guatemala. Árbenz fu costretto a fare i conti con una sorta di stato nello stato, pronto a contestare ogni suo minimo tentativo di mettere in discussione la concentrazione della terra e del potere, e alla fine, ci pensò la Cia a destituirlo con il beneplacito della stessa United Fruit Company nel 1954.
Dopo aver spostato la produzione dal nord al sud del Guatemala, dove la presenza dei sindacati è più debole, scrive Sergio Ferrari, Chiquita ha cercato di tutelare i propri interessi stabilendosi in paradisi fiscali come Étoy, nel cantone svizzero di Vaud, per pagare delle percentuali irrisorie sulle tasse. Inoltre, Chiquita ha scelto di puntare anche su un’astuta operazione di greenwashing, sbandierando il marchio di qualità ricevuto da Rainforest Alliance, che però non necessariamente presta attenzione al fatto che il salario dei bananeros sia adeguato e le condizioni di lavoro dignitoso.
Sul drammatico presente dei bananeros guatemaltechi, ma anche sul loro futuro, influisce anche il vecchio continente. Il mancozeb, pesticida per le fumigazioni bandito sia dall’Unione Europea, nel 2020, sia dalla Svizzera, nel 2021, in quanto cancerogeno, continua ad essere ampiamente utilizzato nei paesi come il Guatemala, dove i controlli sono meno severi. La stessa transnazionale Syngenta, che ha sede proprio in Svizzera, non ha mai smesso di venderlo al Guatemala nella più totale impunità, mentre la vita dei bananeros diventa, ogni giorno di più, un calvario.
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