Argentina: il martirio di monsignor Enrique Angelelli
Il 18 luglio 1976 a cadere sotto i colpi della dittatura militare erano stati i sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longeville. Pochi giorni dopo, il 25 luglio, fu la volta del laico Wenceslao Pedernera, assassinato di fronte alla sua famiglia da un grupo de tarea. Si trattava, in entrambi i casi, di strettissimi collaboratori del vescovo riojano. La loro uccisione fu l’ultimo avvertimento ad Angelelli, una sorta di ultimatum mafioso recapitato sia da parte della dittatura militare, che aveva preso il potere il 24 marzo 1976, sia da parte di quei settori della Chiesa più reazionaria e oltranzista strettamente legati al regime.
Il 4 agosto 2026 saranno trascorsi cinquanta anni esatti dal finto incidente stradale che provocò la morte del monsignore. L’auto del religioso fu avvicinata ad alta velocità da un veicolo che fece sbandare e finire fuori strada la vettura di Angelelli. La dittatura conosceva ormai ogni spostamento del vescovo di La Roja, in viaggio per consegnare al vescovo di Santa Fe, Vicente Zaspe, a sua volta colluso con i militari, un dossier sull’assassinio dei suoi collaboratori, Carlos de Dios Murias, Gabriel Longueville e Wenceslao Pedernera.
Solo nel 2014 il Tribunal Oral Federal di La Rioja condannò i militari Luciano Benjamín Menéndez e Luis Fernando Estrella come mandanti dell’omicidio. Nel cinquantenario dell’uccisione di Enrique Angelelli alla Casa Rosada siede un ammiratore dei macellai di allora, quel Javier Milei che utilizza la sua tristemente celebre motosega anche per tagliare i fondi alle associazioni che si battono per mantenere viva la memoria dei desaparecidos.
Anselmo Palini, che ha raccontato il martirio, nonché la vita del religioso, nel libro “Enrique Angelelli. “Soltanto il Vangelo. Con il commento della nostra vita” (ed. Ave, Roma 2024), ha ricordato le ultime ore di vita del monsignore: «Alle due del pomeriggio, lungo la strada nazionale 38 (oggi ribattezzata Ruta mons. Enrique Angelelli), nella località di Punta de los Llanos, una Peugeot 404 di colore chiaro affianca l’auto del vescovo e la spinge fuori strada, facendola ribaltare. Il corpo di mons. Angelelli verrà trovato a 25 metri di distanza, presumibilmente trascinato fin lì da qualcuno, che poi lo aveva colpito a morte. Ai civili e ai giornalisti viene impedito di avvicinarsi al luogo. Subito la polizia dichiara che si tratta di un incidente stradale e il caso viene archiviato. Anche la Conferenza Episcopale avvalora questa versione».
A farlo finire nel mirino dell’estrema destra argentina, ben prima del colpo di stato del 24 marzo 1976, era stato il suo impegno a fianco dei contadini e del sindacato dei minatori, che aveva contribuito a far nascere. Già nel 1971 gli era stato imposto il divieto di celebrare le messe radiofoniche, uno strumento utilissimo per la diffusione della pastorale operaia.
Nell’agosto 1972, a seguito dell’arresto di due suoi collaboratori, accusati di nascondere le armi della guerriglia e poi riconosciuti innocenti, Angelelli sospese la messa che stava celebrando, dopo l’Offertorio, e si diresse al Tribunale Superiore di Giustizia della provincia di La Rioja insieme al popolo per chiederne la liberazione. L’accusa di fare propaganda marxista tra i fedeli delle villas miserias nel segno di quel Cristo operaio che stava a fianco degli emarginati e dei movimenti in lotta per la terra finirono per portarlo, suo malgrado, all’attenzione della famigerata Alleanza Anticomunista Argentina.
Benjamín Menéndez, in qualità di capo dell’esercito, Fernando Estrella, vice comandante della Forza Aerea, e il commissario Juan Carlos Romero avevano ricevuto il compito di di eliminare tutti i religiosi impegnati per la giustizia sociale.
Il giornalista argentino Horacio Verbitsky, sul quotidiano argentino Página 12, aveva evidenziato a più riprese i legami tra i militari e la Chiesa argentina, ricordando che era stato lo stesso Videla, in una dichiarazione rilasciata alla stampa, a confermare il sostegno dei prelati alla dittatura nonché i loro consigli su come trattare la questione dei desaparecidos.
Il 10 aprile 1978 si tenne un incontro tra Videla e la commissione della conferenza episcopale argentina, il cui portavoce era proprio quel Vicente Zaspe a cui Angelelli intendeva consegnare il dossier sull’uccisione dei due sacerdoti che collaboravano con lui. Insieme a Zaspe erano presenti i cardinali Juan Aramburu e Raúl Primatesta, quello che aveva deciso l’allontanamento di Angelelli dalla provincia di Córdoba, dove era nato, da genitori italiani, il 17 luglio 1923.
Attivo in seno alla Juventud Obrera Católica ed entusiasta partecipante al Concilio Vaticano II, Angelelli fu vittima di una vera e propria campagna d’odio scatenata dai settori cattolici più conservatori. Nel volume di Oscar Campana “Su sangre en el lodo. Enrique Angelelli, mártir riojano”, si parla apertamente di un incontro tenutosi all’inizio del luglio 1976 tra alcuni degli imprenditori argentini più influenti e le gerarchie reazionarie della Chiesa in cui viene decisa la condanna a morte del religioso: “es un obispo rojo y marcado para caer”.
Sempre nei primi giorni di quel luglio di cinquanta anni fa, Angelelli scrisse al nunzio apostolico Pio Laghi, in stretti rapporti con il regime militare, tanto da disputare regolarmente anche delle partite di tennis con l’ammiraglio Massera, per informarlo della persecuzione a cui era sottoposto insieme ai suoi collaboratori. Così si esprimeva Angelelli: “Estamos permanentemente obstaculizados para cumplir con la misión de la Iglesia. Personalmente, los sacerdotes y las religiosas somos humillados, requisados y allanados por la policía con orden del Ejército”. Nella missiva il religioso faceva riferimento anche alle torture inflitte dai militari ad un parroco della zona.
Pio Laghi – deceduto nel 2009 dopo aver goduto della più totale impunità (*) – negò in qualsiasi circostanza di aver ricevuto quella lettera, come finse di non essere a conoscenza né delle violazioni dei diritti umani di cui si rese colpevole la giunta militare né delle minacce ad Angelelli ricevute dall’organizzazione ultracattolica Cruzados de la Fe che, tramite il suo organo ufficiale, il quotidiano El Sol, non perdeva occasione per denigrare il monsignore, definendolo “Satanelli” e accusandolo di essere marxista.
Non solo. In più di un’occasione il nunzio dichiarò di avere fatto “tutto il possibile per salvare vite umane” per poi contraddirsi, in un’intervista al quotidiano bonaerense conservatore Clarìn in cui ripeteva di “non sapere cosa stesse accadendo” pur fequentando quegli stessi militari responsabili delle peggiori atrocità.
Angelelli si era schierato più volte contro un gruppo di terratenientes locali che si erano impadroniti, arbitrariamente, di appezzamenti di terreno che invece sarebbero dovuti spettare ai campesinos e per questo era finito nel mirino dei Cruzados de la Fe.
Monsignor Angelelli ha trascorso la sua vita a fianco dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati. «È stato uno dei pochi vescovi argentini che ha avuto il coraggio di opporsi ad alta voce alle politiche ultraliberiste dei potentati economici, che causavano povertà ed emarginazione, e all’opera di repressione messa in atto dai militari contro tutti coloro che osavano opporsi», ha scritto Anselmo Palini.
La pastorale sociale di Angelelli era stata profondamente influenzata dalla conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín del 1968, che apriva all’opzione preferenziale per i poveri, e ancor di più avrebbe impresso una svolta in senso progressista l’incontro di Puebla nel 1979. Se oggi Enrique Angelelli fosse ancora in vita sarebbe a fianco dei familiari dei desaparecidos, dei movimenti sociali e delle organizzazioni popolari nelle tante piazze che sfidano la brutale repressione imposta dal quel negazionista della memoria che corrisponde al nome di Javier Milei.
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